True
2021-11-22
Allarme mascherine. Nessuno pensa a smaltirle
(IStock)
Le abbiamo cercate e spesso odiate. Quest'anno sono entrate a far parte del paniere di beni e servizi di largo consumo usato dall'Istat per calcolare l'inflazione. Sono indispensabili, e chissà ancora per quanto tempo saremo obbligati a portarle visto il prolungarsi dello stato di emergenza, ma sono anche l'oggetto che più spaventa chi ha a cuore la tutela ambientale. Le mascherine chirurgiche disperse nell'ambiente sono diventate il nuovo ecopericolo, l'incubo dei pasdaran verdi. Sono fatte di materiali plastici, e già questo è un bel paradosso: in questa pandemia, ci ha in parte salvato la vita proprio la vituperata plastica, quella che da anni si cerca di eliminare e di riciclare nella raccolta differenziata dei rifiuti per non disperderla nell'ambiente. Mascherine e relativi imballaggi, guanti monouso, bottigliette di gel igienizzante: tutti materiali plastici. Ma nessuno, né al governo né nelle varie strutture commissariali, ha pensato di organizzare una raccolta differenziata delle mascherine e un corretto smaltimento. Così i dispositivi ora vanno ad accumularsi nelle discariche creando un problema ambientale dopo aver aiutato a frenare i contagi da Covid.
problemi ambientali
Non esiste un rapporto ufficiale su quanti di questi dispositivi individuali vengano smaltiti. Si stima un uso mensile di 129 miliardi di mascherine di protezione (3 milioni al minuto) in tutto il mondo. Il Wwf Italia calcola addirittura 7 miliardi di dispositivi al giorno, 210 miliardi al mese. Il continente europeo ne consumerebbe circa 900 milioni al giorno. Considerando che una mascherina chirurgica pesa sui 3 grammi, nella sola Ue ogni giorno 2.600 tonnellate di mascherine finiscono tra i rifiuti o disperse nell'ambiente. Ne esistono in commercio anche di più pesanti, come le Ffp2 e 3. In Italia l'Ispra ha stimato un consumo di mascherine pari a circa 1 miliardo al mese per 3.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi. Solo alle scuole, ad esempio, la struttura del commissario straordinario per l'emergenza ne fornisce 11 milioni al giorno per docenti e studenti. Sempre l'Ispra ha calcolato che nel 2020 ci sono stati tra 160.000 e 440.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi da dispositivi di protezione individuale usa e getta. Se anche solo l'1% delle mascherine usate in un mese fosse disperso nell'ambiente, deliberatamente o accidentalmente, ciò significherebbe 10 milioni di pezzi. Una vera emergenza.
Le quantità sono enormi. Ma le mascherine, realizzate in plastica, vengono gettate tra i rifiuti indifferenziati. Come mai? Il governo ha seguito le linee guida dell'Istituto superiore di sanità, che le equipara ai comuni scarti domestici. Il Rapporto Iss Covid-19 numero 26/2020 fornisce indicazioni precise, raccomandando «di smaltire mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (ad esempio fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) nei rifiuti indifferenziati». Il loro destino è dunque la discarica o l'incenerimento (quando non vengono dispersi nell'ambiente), nonostante che, mediante un ciclo di sanificazione e lavorazione, questi materiali potrebbero trasformarsi in risorse da riciclare. Il Wwf ricorda che le mascherine monouso, realizzate in diversi strati di fibre di plastica, non sono biodegradabili. Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia fa presente che, anche per la loro forma, se esposte agli agenti atmosferici le mascherine si frammentano in micro e nanoplastiche, che si disperdono nell'aria entrando nella catena alimentare, con potenziali conseguenze negative anche per la salute umana. Al pari di altri detriti di plastica, possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche nocive, metalli pesanti, così come microrganismi patogeni.
le microparticelle
Le mascherine monouso, diventate il simbolo della lotta alla pandemia, oltre ad avere invaso le nostre vite rischiano di invadere il pianeta. È davvero sconcertante che, nel dilagare della sensibilità green in tutto il mondo, né il governo guidato da Giuseppe Conte né quello di Mario Draghi abbiano pensato a recuperare guanti e mascherine usa e getta. Nel decreto Rilancio del 19 maggio 2020, convertito in legge il successivo 17 luglio, l'articolo 229-bis prevedeva un fondo per uso e riciclo dei dispositivi di protezione individuale con dotazione di 1 milione di euro per l'anno 2020, da ripartire con un successivo decreto del ministero dell'Ambiente. Il finanziamento doveva aiutare gli interventi di recupero e riciclo. Una somma poco più che simbolica, che però è finita per realizzare alcune campagne di sensibilizzazione volute dal ministero dell'Ambiente in collaborazione con la guardia costiera, l'Ispra, l'Enea, tra cui quella intitolata «Alla natura non servono» e con l'attore Enrico Brignano come testimonial il quale invitava a non abbandonare la mascherina in mare ma, appunto, a conferirle nell'indifferenziata. Nessun incentivo, invece, a studiare un ciclo sostenibile di corretto smaltimento.
Anche l'Unione europea ha lanciato un allarme rimasto inascoltato.
L'Agenzia europea per l'ambiente ha diffuso un rapporto lo scorso 22 giugno («Impatto del Covid 19 sulle plastiche monouso e l'ambiente in Europa) in cui si dice che l'aumento dell'uso di maschere e guanti ha avuto enorme impatto sull'ambiente: estrazione delle risorse, produzione, trasporto, gestione e abbandono dei rifiuti. La fase produttiva è per lo più extraeuropea, mentre al nostro continente spetta la gestione dei rifiuti.
Per le mascherine monouso, il 63% dell'impatto ambientale è legato alla produzione e il 37% all'incenerimento. Oggi possiamo dire che il danno è perfino doppio per la perdita di altre potenziali risorse.
altri soldi persi
Il 15 ottobre scorso il ministero della Transizione ecologica ha pubblicato sette bandi con i fondi del Pnrr dedicati all'economia circolare, cioè al recupero dei materiali scartati. Si tratta di 2,6 miliardi di euro complessivi, dei quali 600 milioni sono destinati alle filiere di carta e cartone, plastiche, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e tessili. In sostanza, una quota consistente del Pnrr andrà a potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo per una serie di materiali ben individuati. Ma le mascherine chirurgiche, in quanto rifiuti indifferenziati, ne sono escluse. E continueranno a inquinare.
Dalle scatole alle strade: tutte le possibilità per evitare la discarica
Non chiamatele rifiuti indifferenziati: le mascherine chirurgiche possono essere risorse da inserire in una filiera del riciclo, ecologica e sostenibile, di quelle che oggi sono invocate come la soluzione ai problemi del pianeta. I governi non si pongono il problema, gli ambientalisti protestano a parole ma sono incapaci di passare ai fatti. Ma ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per tentare una risposta all'opportunità di non complicare ulteriormente la gestione dei rifiuti. Le idee non sono rimaste sulla carta ma non hanno ancora incontrato l'interesse di chi ha il potere di prendere decisioni per evitare che le discariche siano riempite dalle mascherine per chissà quanti anni ancora.
In Italia è fondamentale il lavoro di Alberto Frache, professore ordinario del dipartimento di scienze applicate e tecnologia dei materiali del Politecnico di Torino (sede di Alessandria). Frache, specializzato nel recupero dei biopolimeri, ha analizzato e provato a dare una nuova vita ai dispositivi di protezione individuale attualmente destinati all'indifferenziato. «Occorrerebbe avviare una raccolta partendo dalle comunità chiuse, come le scuole», spiega il docente. «Si può partire consegnando una mascherina a ogni studente che entra a scuola con la raccomandazione di gettarla, all'uscita, in un apposito contenitore che possa renderle sterili, per esempio con una sanificazione ai raggi ultravioletti. Il premio finale potrebbe essere un portacellulare o un altro oggetto frutto del riciclo delle sue mascherine. Si riuscirebbe, così, a coinvolgere ed educare i ragazzi alla raccolta differenziata». Lo stesso può avvenire in qualsiasi luogo di lavoro opportunamente attrezzato.
Nei laboratori di Alessandria, il professore e i suoi colleghi hanno pensato a quattro processi differenti per ottenere quattro materiali termoplastici, con caratteristiche diverse tra loro, realizzando oggetti in plastica che possono essere stampati a iniezione oppure estrusi: porta cellulari, scatole, gadget, per arrivare ai fili per la stampa 3D con cui realizzare oggetti di varie forme. Le mascherine vengono dapprima sminuzzate, quindi si ottengono granuli di plastica dalla fusione dei materiali macinati.
Tante le idee di chi considera le mascherine una risorsa. Il designer sudcoreano Haneul Kim, ad esempio, ha trovato una soluzione di arredamento eco-compatibile, raccogliendo migliaia di mascherine usa e getta dal suo campus universitario e creando uno sgabello impilabile. Un'idea di design che ha permesso di non disperdere in ambiente né buttare in discarica circa 250 mascherine con le quali ha prodotto ogni gamba dello sgabello, oltre alle 750 con cui ha realizzato il sedile: in tutto 1.750 mascherine. Haneul Kim è riuscito a fondere le mascherine, ottenendo una resina liquida che ha poi fatto raffreddare per rimodellarla. Il risultato finale è anche bello da vedere ed è stato ottenuto con mascherine di diverso colore.
Il dottor Mohammad Saberian del Royal Melbourne institute of technology, è il primo ad aver indagato sulle potenziali applicazioni delle mascherine chirurgiche nel settore della costruzione civile. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science of the total environment, ha dimostrato come le mascherine potrebbero essere reimpiegate per creare sottofondi stradali, in una soluzione di economia circolare: i rifiuti generati dalla pandemia diventano materiali per il settore delle costruzioni. Per realizzare 1 chilometro di una strada a due corsie si smaltirebbero circa 3 milioni di mascherine, impedendo a 93 tonnellate di rifiuti di finire in discarica.
In Francia è stata una startup, la Plaxtil, che nel giugno 2020 ha avviato, nella cittadina di Châtellerault non lontano da Poitiers, la prima raccolta di mascherine: sono state tenute in «quarantena» per quattro giorni e poi trattate con raggi ultravioletti per 30 secondi per ottenere la decontaminazione. Successivamente sono state lavorate e trasformate in prodotti utili contro la pandemia, come le visiere protettive, fino a coinvolgere i cittadini del Comune bretone di Locminé, primo in Europa, che hanno raccolto e consegnato quasi 30.000 mascherine trasformate successivamente in kit scolatici composti da righello, squadra e goniometro.
La Thermal compaction group, con sede a Cardiff, capitale del Galles, ha brevettato un macchinario chiamato Sterimelt, che compatta il polipropilene a una temperatura di 350 gradi e lo riprogetta in modo che possa essere utilizzato per realizzare nuovi prodotti in plastica come sedie, mobili, cassette per gli attrezzi. Reworked, con sede nel Nordest dell'Inghilterra, invece raccoglie, sanifica e trasforma le mascherine in pannelli di plastica resistenti destinati, tra l'altro, all'edilizia e all'allestimento di negozi. Se il ministero dell'Ambiente e della Transizione ecologica sono davvero in cerca di idee per evitare di intasare le discariche di mascherine, ora sanno dove andarle a trovare.
«Così ci guadagna la mafia. Con il traffico illegale le trasforma in oro colato»
La criminalità è entrata nel business dello smaltimento delle mascherine? Lo abbiamo chiesto al colonnello Massimiliano Corsano, del comando Carabinieri per la tutela ambientale e la transizione ecologica.
Cosa avete riscontrato durante la pandemia?
«La criminalità ambientale, oltre a mettere le mani sul traffico illecito dei rifiuti, ha concentrato la propria attenzione sulle aziende in difficoltà. I nostri studi di analisi hanno confermato i nostri timori: l'indebolimento economico di alcune realtà imprenditoriali, dovuto alla pandemia, ha favorito l'ingresso di capitali illeciti nel settore. Si tratta di un effetto indiretto della pandemia, ma molto più grave di quello che riguarda la singola filiera dei rifiuti».
Si è aperta una nuova frontiera investigativa?
«Il traffico illecito di rifiuti è sicuramente quello in cui si guadagna rapidamente e si rischia meno. Negli ultimi mesi registriamo un aumento di traffici transfrontalieri, soprattutto verso l'Est Europa e i Balcani. Nel tempo, i gruppi criminali si sono dotati di figure professionali che conoscono perfettamente ogni meandro del settore e sanno come aggirare la legge».
Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare il fenomeno?
«Abbiamo eseguito decine di arresti, sequestrato centinaia di capannoni adibiti a discarica abusiva e scoperto la tendenza di questi gruppi criminali a portare i rifiuti all'estero. È bene ricordare che, nei settori ambientali, i gruppi criminali decidono dove andare a delinquere sulla base di parametri ben precisi: il basso costo della manodopera e la presenza di un apparato normativo e di controllo meno efficace rispetto al luogo da cui parte l'attività criminale. L'Italia è il Paese meno conveniente per commettere illeciti ambientali, non a caso in questo settore non importiamo, ma esportiamo criminalità».
Se gruppi specializzati sono incentivati ai traffici transfrontalieri significa che c'è un anello debole nel sistema.
«Non dal punto di vista investigativo. I rifiuti indifferenziati, e quindi anche le mascherine chirurgiche e i dispositivi di protezione individuale, vengono mascherati attribuendo codici di comodo, ad esempio come “rifiuti recuperabili". Ciò li sottrae agli obblighi di notifica e autorizzazione e consente di spedirli all'estero con una mera comunicazione».
È così facile aggirare la legge?
«Smaltire illecitamente i rifiuti fuori dai confini è meno rischioso di altri reati, come il traffico di sostanze stupefacenti. Non a caso i camorristi hanno ammesso che “i soldi si fanno con la droga o con i rifiuti, ma con i rifiuti rischi meno e i rifiuti meno li tocchi e più valgono"».
C'è collaborazione in Europa nel contrasto a queste mafie?
«Sin dall'inizio, l'Ue ha diramato le linee di gestione dei rifiuti sanitari e, parallelamente, Europol ha lanciato l'operazione Retrovirus, ancora in corso, per controllarne l'effettiva applicazione. Trenta Paesi hanno preso parte all'operazione. In Italia, solo nel 2020 sono state effettuate 1.400 ispezioni, segnalate 68 persone all'autorità giudiziaria, elevate 22 sanzioni amministrative per 13.498 euro. Registriamo sempre più spesso sodalizi tra la criminalità ambientale e quella organizzata di stampo mafioso. In quei casi, il nostro lavoro diventa ancora più complesso».
Come mai?
«Ci troviamo davanti a enormi capitali e un'area grigia di connivenze anche nelle istituzioni. Ecco perché le attività investigative sfociano spesso in reati contro la pubblica amministrazione. Tutto il settore ambientale è basato sulle autorizzazioni e se l'autorità che le rilascia è corrotta, noi abbiamo il dovere di perseguire l'imprenditore ma soprattutto di arrivare a chi ha rilasciato l'autorizzazione. Contro realtà sempre più specializzate siamo coscienti che la battaglia sarà lunga. Anzi, considerando gli ingenti finanziamenti che deriveranno dal Pnrr, la nostra attività sarà ancora più complessa, costante e articolata».
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Sono di fibre plastiche e potrebbero essere riciclate, ma il governo se n'è disinteressato. Perciò ogni mese ne vengono incenerite 3.000 tonnellate. O abbandonate dappertutto.Il Politecnico di Torino usa stampanti 3D per ricavare oggetti vari. In Francia producono squadre e righelli per le scuole.Il colonnello del comando Carabinieri tutela ambientale Massimiliano Corsano: «Lo smaltimento nei Balcani e nell'Est Europa è semplice e redditizio, basta cambiare etichette e si evitano tutti i controlli».Lo speciale contiene tre articoli.Le abbiamo cercate e spesso odiate. Quest'anno sono entrate a far parte del paniere di beni e servizi di largo consumo usato dall'Istat per calcolare l'inflazione. Sono indispensabili, e chissà ancora per quanto tempo saremo obbligati a portarle visto il prolungarsi dello stato di emergenza, ma sono anche l'oggetto che più spaventa chi ha a cuore la tutela ambientale. Le mascherine chirurgiche disperse nell'ambiente sono diventate il nuovo ecopericolo, l'incubo dei pasdaran verdi. Sono fatte di materiali plastici, e già questo è un bel paradosso: in questa pandemia, ci ha in parte salvato la vita proprio la vituperata plastica, quella che da anni si cerca di eliminare e di riciclare nella raccolta differenziata dei rifiuti per non disperderla nell'ambiente. Mascherine e relativi imballaggi, guanti monouso, bottigliette di gel igienizzante: tutti materiali plastici. Ma nessuno, né al governo né nelle varie strutture commissariali, ha pensato di organizzare una raccolta differenziata delle mascherine e un corretto smaltimento. Così i dispositivi ora vanno ad accumularsi nelle discariche creando un problema ambientale dopo aver aiutato a frenare i contagi da Covid.problemi ambientaliNon esiste un rapporto ufficiale su quanti di questi dispositivi individuali vengano smaltiti. Si stima un uso mensile di 129 miliardi di mascherine di protezione (3 milioni al minuto) in tutto il mondo. Il Wwf Italia calcola addirittura 7 miliardi di dispositivi al giorno, 210 miliardi al mese. Il continente europeo ne consumerebbe circa 900 milioni al giorno. Considerando che una mascherina chirurgica pesa sui 3 grammi, nella sola Ue ogni giorno 2.600 tonnellate di mascherine finiscono tra i rifiuti o disperse nell'ambiente. Ne esistono in commercio anche di più pesanti, come le Ffp2 e 3. In Italia l'Ispra ha stimato un consumo di mascherine pari a circa 1 miliardo al mese per 3.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi. Solo alle scuole, ad esempio, la struttura del commissario straordinario per l'emergenza ne fornisce 11 milioni al giorno per docenti e studenti. Sempre l'Ispra ha calcolato che nel 2020 ci sono stati tra 160.000 e 440.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi da dispositivi di protezione individuale usa e getta. Se anche solo l'1% delle mascherine usate in un mese fosse disperso nell'ambiente, deliberatamente o accidentalmente, ciò significherebbe 10 milioni di pezzi. Una vera emergenza.Le quantità sono enormi. Ma le mascherine, realizzate in plastica, vengono gettate tra i rifiuti indifferenziati. Come mai? Il governo ha seguito le linee guida dell'Istituto superiore di sanità, che le equipara ai comuni scarti domestici. Il Rapporto Iss Covid-19 numero 26/2020 fornisce indicazioni precise, raccomandando «di smaltire mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (ad esempio fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) nei rifiuti indifferenziati». Il loro destino è dunque la discarica o l'incenerimento (quando non vengono dispersi nell'ambiente), nonostante che, mediante un ciclo di sanificazione e lavorazione, questi materiali potrebbero trasformarsi in risorse da riciclare. Il Wwf ricorda che le mascherine monouso, realizzate in diversi strati di fibre di plastica, non sono biodegradabili. Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia fa presente che, anche per la loro forma, se esposte agli agenti atmosferici le mascherine si frammentano in micro e nanoplastiche, che si disperdono nell'aria entrando nella catena alimentare, con potenziali conseguenze negative anche per la salute umana. Al pari di altri detriti di plastica, possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche nocive, metalli pesanti, così come microrganismi patogeni. le microparticelleLe mascherine monouso, diventate il simbolo della lotta alla pandemia, oltre ad avere invaso le nostre vite rischiano di invadere il pianeta. È davvero sconcertante che, nel dilagare della sensibilità green in tutto il mondo, né il governo guidato da Giuseppe Conte né quello di Mario Draghi abbiano pensato a recuperare guanti e mascherine usa e getta. Nel decreto Rilancio del 19 maggio 2020, convertito in legge il successivo 17 luglio, l'articolo 229-bis prevedeva un fondo per uso e riciclo dei dispositivi di protezione individuale con dotazione di 1 milione di euro per l'anno 2020, da ripartire con un successivo decreto del ministero dell'Ambiente. Il finanziamento doveva aiutare gli interventi di recupero e riciclo. Una somma poco più che simbolica, che però è finita per realizzare alcune campagne di sensibilizzazione volute dal ministero dell'Ambiente in collaborazione con la guardia costiera, l'Ispra, l'Enea, tra cui quella intitolata «Alla natura non servono» e con l'attore Enrico Brignano come testimonial il quale invitava a non abbandonare la mascherina in mare ma, appunto, a conferirle nell'indifferenziata. Nessun incentivo, invece, a studiare un ciclo sostenibile di corretto smaltimento.Anche l'Unione europea ha lanciato un allarme rimasto inascoltato. L'Agenzia europea per l'ambiente ha diffuso un rapporto lo scorso 22 giugno («Impatto del Covid 19 sulle plastiche monouso e l'ambiente in Europa) in cui si dice che l'aumento dell'uso di maschere e guanti ha avuto enorme impatto sull'ambiente: estrazione delle risorse, produzione, trasporto, gestione e abbandono dei rifiuti. La fase produttiva è per lo più extraeuropea, mentre al nostro continente spetta la gestione dei rifiuti. Per le mascherine monouso, il 63% dell'impatto ambientale è legato alla produzione e il 37% all'incenerimento. Oggi possiamo dire che il danno è perfino doppio per la perdita di altre potenziali risorse. altri soldi persiIl 15 ottobre scorso il ministero della Transizione ecologica ha pubblicato sette bandi con i fondi del Pnrr dedicati all'economia circolare, cioè al recupero dei materiali scartati. Si tratta di 2,6 miliardi di euro complessivi, dei quali 600 milioni sono destinati alle filiere di carta e cartone, plastiche, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e tessili. In sostanza, una quota consistente del Pnrr andrà a potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo per una serie di materiali ben individuati. Ma le mascherine chirurgiche, in quanto rifiuti indifferenziati, ne sono escluse. E continueranno a inquinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-smaltimento-2655773989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-scatole-alle-strade-tutte-le-possibilita-per-evitare-la-discarica" data-post-id="2655773989" data-published-at="1637578918" data-use-pagination="False"> Dalle scatole alle strade: tutte le possibilità per evitare la discarica Non chiamatele rifiuti indifferenziati: le mascherine chirurgiche possono essere risorse da inserire in una filiera del riciclo, ecologica e sostenibile, di quelle che oggi sono invocate come la soluzione ai problemi del pianeta. I governi non si pongono il problema, gli ambientalisti protestano a parole ma sono incapaci di passare ai fatti. Ma ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per tentare una risposta all'opportunità di non complicare ulteriormente la gestione dei rifiuti. Le idee non sono rimaste sulla carta ma non hanno ancora incontrato l'interesse di chi ha il potere di prendere decisioni per evitare che le discariche siano riempite dalle mascherine per chissà quanti anni ancora. In Italia è fondamentale il lavoro di Alberto Frache, professore ordinario del dipartimento di scienze applicate e tecnologia dei materiali del Politecnico di Torino (sede di Alessandria). Frache, specializzato nel recupero dei biopolimeri, ha analizzato e provato a dare una nuova vita ai dispositivi di protezione individuale attualmente destinati all'indifferenziato. «Occorrerebbe avviare una raccolta partendo dalle comunità chiuse, come le scuole», spiega il docente. «Si può partire consegnando una mascherina a ogni studente che entra a scuola con la raccomandazione di gettarla, all'uscita, in un apposito contenitore che possa renderle sterili, per esempio con una sanificazione ai raggi ultravioletti. Il premio finale potrebbe essere un portacellulare o un altro oggetto frutto del riciclo delle sue mascherine. Si riuscirebbe, così, a coinvolgere ed educare i ragazzi alla raccolta differenziata». Lo stesso può avvenire in qualsiasi luogo di lavoro opportunamente attrezzato. Nei laboratori di Alessandria, il professore e i suoi colleghi hanno pensato a quattro processi differenti per ottenere quattro materiali termoplastici, con caratteristiche diverse tra loro, realizzando oggetti in plastica che possono essere stampati a iniezione oppure estrusi: porta cellulari, scatole, gadget, per arrivare ai fili per la stampa 3D con cui realizzare oggetti di varie forme. Le mascherine vengono dapprima sminuzzate, quindi si ottengono granuli di plastica dalla fusione dei materiali macinati. Tante le idee di chi considera le mascherine una risorsa. Il designer sudcoreano Haneul Kim, ad esempio, ha trovato una soluzione di arredamento eco-compatibile, raccogliendo migliaia di mascherine usa e getta dal suo campus universitario e creando uno sgabello impilabile. Un'idea di design che ha permesso di non disperdere in ambiente né buttare in discarica circa 250 mascherine con le quali ha prodotto ogni gamba dello sgabello, oltre alle 750 con cui ha realizzato il sedile: in tutto 1.750 mascherine. Haneul Kim è riuscito a fondere le mascherine, ottenendo una resina liquida che ha poi fatto raffreddare per rimodellarla. Il risultato finale è anche bello da vedere ed è stato ottenuto con mascherine di diverso colore. Il dottor Mohammad Saberian del Royal Melbourne institute of technology, è il primo ad aver indagato sulle potenziali applicazioni delle mascherine chirurgiche nel settore della costruzione civile. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science of the total environment, ha dimostrato come le mascherine potrebbero essere reimpiegate per creare sottofondi stradali, in una soluzione di economia circolare: i rifiuti generati dalla pandemia diventano materiali per il settore delle costruzioni. Per realizzare 1 chilometro di una strada a due corsie si smaltirebbero circa 3 milioni di mascherine, impedendo a 93 tonnellate di rifiuti di finire in discarica. In Francia è stata una startup, la Plaxtil, che nel giugno 2020 ha avviato, nella cittadina di Châtellerault non lontano da Poitiers, la prima raccolta di mascherine: sono state tenute in «quarantena» per quattro giorni e poi trattate con raggi ultravioletti per 30 secondi per ottenere la decontaminazione. Successivamente sono state lavorate e trasformate in prodotti utili contro la pandemia, come le visiere protettive, fino a coinvolgere i cittadini del Comune bretone di Locminé, primo in Europa, che hanno raccolto e consegnato quasi 30.000 mascherine trasformate successivamente in kit scolatici composti da righello, squadra e goniometro. La Thermal compaction group, con sede a Cardiff, capitale del Galles, ha brevettato un macchinario chiamato Sterimelt, che compatta il polipropilene a una temperatura di 350 gradi e lo riprogetta in modo che possa essere utilizzato per realizzare nuovi prodotti in plastica come sedie, mobili, cassette per gli attrezzi. Reworked, con sede nel Nordest dell'Inghilterra, invece raccoglie, sanifica e trasforma le mascherine in pannelli di plastica resistenti destinati, tra l'altro, all'edilizia e all'allestimento di negozi. Se il ministero dell'Ambiente e della Transizione ecologica sono davvero in cerca di idee per evitare di intasare le discariche di mascherine, ora sanno dove andarle a trovare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-smaltimento-2655773989.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-ci-guadagna-la-mafia-con-il-traffico-illegale-le-trasforma-in-oro-colato" data-post-id="2655773989" data-published-at="1637578918" data-use-pagination="False"> «Così ci guadagna la mafia. Con il traffico illegale le trasforma in oro colato» La criminalità è entrata nel business dello smaltimento delle mascherine? Lo abbiamo chiesto al colonnello Massimiliano Corsano, del comando Carabinieri per la tutela ambientale e la transizione ecologica. Cosa avete riscontrato durante la pandemia? «La criminalità ambientale, oltre a mettere le mani sul traffico illecito dei rifiuti, ha concentrato la propria attenzione sulle aziende in difficoltà. I nostri studi di analisi hanno confermato i nostri timori: l'indebolimento economico di alcune realtà imprenditoriali, dovuto alla pandemia, ha favorito l'ingresso di capitali illeciti nel settore. Si tratta di un effetto indiretto della pandemia, ma molto più grave di quello che riguarda la singola filiera dei rifiuti». Si è aperta una nuova frontiera investigativa? «Il traffico illecito di rifiuti è sicuramente quello in cui si guadagna rapidamente e si rischia meno. Negli ultimi mesi registriamo un aumento di traffici transfrontalieri, soprattutto verso l'Est Europa e i Balcani. Nel tempo, i gruppi criminali si sono dotati di figure professionali che conoscono perfettamente ogni meandro del settore e sanno come aggirare la legge». Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare il fenomeno? «Abbiamo eseguito decine di arresti, sequestrato centinaia di capannoni adibiti a discarica abusiva e scoperto la tendenza di questi gruppi criminali a portare i rifiuti all'estero. È bene ricordare che, nei settori ambientali, i gruppi criminali decidono dove andare a delinquere sulla base di parametri ben precisi: il basso costo della manodopera e la presenza di un apparato normativo e di controllo meno efficace rispetto al luogo da cui parte l'attività criminale. L'Italia è il Paese meno conveniente per commettere illeciti ambientali, non a caso in questo settore non importiamo, ma esportiamo criminalità». Se gruppi specializzati sono incentivati ai traffici transfrontalieri significa che c'è un anello debole nel sistema. «Non dal punto di vista investigativo. I rifiuti indifferenziati, e quindi anche le mascherine chirurgiche e i dispositivi di protezione individuale, vengono mascherati attribuendo codici di comodo, ad esempio come “rifiuti recuperabili". Ciò li sottrae agli obblighi di notifica e autorizzazione e consente di spedirli all'estero con una mera comunicazione». È così facile aggirare la legge? «Smaltire illecitamente i rifiuti fuori dai confini è meno rischioso di altri reati, come il traffico di sostanze stupefacenti. Non a caso i camorristi hanno ammesso che “i soldi si fanno con la droga o con i rifiuti, ma con i rifiuti rischi meno e i rifiuti meno li tocchi e più valgono"». C'è collaborazione in Europa nel contrasto a queste mafie? «Sin dall'inizio, l'Ue ha diramato le linee di gestione dei rifiuti sanitari e, parallelamente, Europol ha lanciato l'operazione Retrovirus, ancora in corso, per controllarne l'effettiva applicazione. Trenta Paesi hanno preso parte all'operazione. In Italia, solo nel 2020 sono state effettuate 1.400 ispezioni, segnalate 68 persone all'autorità giudiziaria, elevate 22 sanzioni amministrative per 13.498 euro. Registriamo sempre più spesso sodalizi tra la criminalità ambientale e quella organizzata di stampo mafioso. In quei casi, il nostro lavoro diventa ancora più complesso». Come mai? «Ci troviamo davanti a enormi capitali e un'area grigia di connivenze anche nelle istituzioni. Ecco perché le attività investigative sfociano spesso in reati contro la pubblica amministrazione. Tutto il settore ambientale è basato sulle autorizzazioni e se l'autorità che le rilascia è corrotta, noi abbiamo il dovere di perseguire l'imprenditore ma soprattutto di arrivare a chi ha rilasciato l'autorizzazione. Contro realtà sempre più specializzate siamo coscienti che la battaglia sarà lunga. Anzi, considerando gli ingenti finanziamenti che deriveranno dal Pnrr, la nostra attività sarà ancora più complessa, costante e articolata».
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.