True
2021-11-22
Allarme mascherine. Nessuno pensa a smaltirle
(IStock)
Le abbiamo cercate e spesso odiate. Quest'anno sono entrate a far parte del paniere di beni e servizi di largo consumo usato dall'Istat per calcolare l'inflazione. Sono indispensabili, e chissà ancora per quanto tempo saremo obbligati a portarle visto il prolungarsi dello stato di emergenza, ma sono anche l'oggetto che più spaventa chi ha a cuore la tutela ambientale. Le mascherine chirurgiche disperse nell'ambiente sono diventate il nuovo ecopericolo, l'incubo dei pasdaran verdi. Sono fatte di materiali plastici, e già questo è un bel paradosso: in questa pandemia, ci ha in parte salvato la vita proprio la vituperata plastica, quella che da anni si cerca di eliminare e di riciclare nella raccolta differenziata dei rifiuti per non disperderla nell'ambiente. Mascherine e relativi imballaggi, guanti monouso, bottigliette di gel igienizzante: tutti materiali plastici. Ma nessuno, né al governo né nelle varie strutture commissariali, ha pensato di organizzare una raccolta differenziata delle mascherine e un corretto smaltimento. Così i dispositivi ora vanno ad accumularsi nelle discariche creando un problema ambientale dopo aver aiutato a frenare i contagi da Covid.
problemi ambientali
Non esiste un rapporto ufficiale su quanti di questi dispositivi individuali vengano smaltiti. Si stima un uso mensile di 129 miliardi di mascherine di protezione (3 milioni al minuto) in tutto il mondo. Il Wwf Italia calcola addirittura 7 miliardi di dispositivi al giorno, 210 miliardi al mese. Il continente europeo ne consumerebbe circa 900 milioni al giorno. Considerando che una mascherina chirurgica pesa sui 3 grammi, nella sola Ue ogni giorno 2.600 tonnellate di mascherine finiscono tra i rifiuti o disperse nell'ambiente. Ne esistono in commercio anche di più pesanti, come le Ffp2 e 3. In Italia l'Ispra ha stimato un consumo di mascherine pari a circa 1 miliardo al mese per 3.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi. Solo alle scuole, ad esempio, la struttura del commissario straordinario per l'emergenza ne fornisce 11 milioni al giorno per docenti e studenti. Sempre l'Ispra ha calcolato che nel 2020 ci sono stati tra 160.000 e 440.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi da dispositivi di protezione individuale usa e getta. Se anche solo l'1% delle mascherine usate in un mese fosse disperso nell'ambiente, deliberatamente o accidentalmente, ciò significherebbe 10 milioni di pezzi. Una vera emergenza.
Le quantità sono enormi. Ma le mascherine, realizzate in plastica, vengono gettate tra i rifiuti indifferenziati. Come mai? Il governo ha seguito le linee guida dell'Istituto superiore di sanità, che le equipara ai comuni scarti domestici. Il Rapporto Iss Covid-19 numero 26/2020 fornisce indicazioni precise, raccomandando «di smaltire mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (ad esempio fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) nei rifiuti indifferenziati». Il loro destino è dunque la discarica o l'incenerimento (quando non vengono dispersi nell'ambiente), nonostante che, mediante un ciclo di sanificazione e lavorazione, questi materiali potrebbero trasformarsi in risorse da riciclare. Il Wwf ricorda che le mascherine monouso, realizzate in diversi strati di fibre di plastica, non sono biodegradabili. Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia fa presente che, anche per la loro forma, se esposte agli agenti atmosferici le mascherine si frammentano in micro e nanoplastiche, che si disperdono nell'aria entrando nella catena alimentare, con potenziali conseguenze negative anche per la salute umana. Al pari di altri detriti di plastica, possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche nocive, metalli pesanti, così come microrganismi patogeni.
le microparticelle
Le mascherine monouso, diventate il simbolo della lotta alla pandemia, oltre ad avere invaso le nostre vite rischiano di invadere il pianeta. È davvero sconcertante che, nel dilagare della sensibilità green in tutto il mondo, né il governo guidato da Giuseppe Conte né quello di Mario Draghi abbiano pensato a recuperare guanti e mascherine usa e getta. Nel decreto Rilancio del 19 maggio 2020, convertito in legge il successivo 17 luglio, l'articolo 229-bis prevedeva un fondo per uso e riciclo dei dispositivi di protezione individuale con dotazione di 1 milione di euro per l'anno 2020, da ripartire con un successivo decreto del ministero dell'Ambiente. Il finanziamento doveva aiutare gli interventi di recupero e riciclo. Una somma poco più che simbolica, che però è finita per realizzare alcune campagne di sensibilizzazione volute dal ministero dell'Ambiente in collaborazione con la guardia costiera, l'Ispra, l'Enea, tra cui quella intitolata «Alla natura non servono» e con l'attore Enrico Brignano come testimonial il quale invitava a non abbandonare la mascherina in mare ma, appunto, a conferirle nell'indifferenziata. Nessun incentivo, invece, a studiare un ciclo sostenibile di corretto smaltimento.
Anche l'Unione europea ha lanciato un allarme rimasto inascoltato.
L'Agenzia europea per l'ambiente ha diffuso un rapporto lo scorso 22 giugno («Impatto del Covid 19 sulle plastiche monouso e l'ambiente in Europa) in cui si dice che l'aumento dell'uso di maschere e guanti ha avuto enorme impatto sull'ambiente: estrazione delle risorse, produzione, trasporto, gestione e abbandono dei rifiuti. La fase produttiva è per lo più extraeuropea, mentre al nostro continente spetta la gestione dei rifiuti.
Per le mascherine monouso, il 63% dell'impatto ambientale è legato alla produzione e il 37% all'incenerimento. Oggi possiamo dire che il danno è perfino doppio per la perdita di altre potenziali risorse.
altri soldi persi
Il 15 ottobre scorso il ministero della Transizione ecologica ha pubblicato sette bandi con i fondi del Pnrr dedicati all'economia circolare, cioè al recupero dei materiali scartati. Si tratta di 2,6 miliardi di euro complessivi, dei quali 600 milioni sono destinati alle filiere di carta e cartone, plastiche, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e tessili. In sostanza, una quota consistente del Pnrr andrà a potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo per una serie di materiali ben individuati. Ma le mascherine chirurgiche, in quanto rifiuti indifferenziati, ne sono escluse. E continueranno a inquinare.
Dalle scatole alle strade: tutte le possibilità per evitare la discarica
Non chiamatele rifiuti indifferenziati: le mascherine chirurgiche possono essere risorse da inserire in una filiera del riciclo, ecologica e sostenibile, di quelle che oggi sono invocate come la soluzione ai problemi del pianeta. I governi non si pongono il problema, gli ambientalisti protestano a parole ma sono incapaci di passare ai fatti. Ma ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per tentare una risposta all'opportunità di non complicare ulteriormente la gestione dei rifiuti. Le idee non sono rimaste sulla carta ma non hanno ancora incontrato l'interesse di chi ha il potere di prendere decisioni per evitare che le discariche siano riempite dalle mascherine per chissà quanti anni ancora.
In Italia è fondamentale il lavoro di Alberto Frache, professore ordinario del dipartimento di scienze applicate e tecnologia dei materiali del Politecnico di Torino (sede di Alessandria). Frache, specializzato nel recupero dei biopolimeri, ha analizzato e provato a dare una nuova vita ai dispositivi di protezione individuale attualmente destinati all'indifferenziato. «Occorrerebbe avviare una raccolta partendo dalle comunità chiuse, come le scuole», spiega il docente. «Si può partire consegnando una mascherina a ogni studente che entra a scuola con la raccomandazione di gettarla, all'uscita, in un apposito contenitore che possa renderle sterili, per esempio con una sanificazione ai raggi ultravioletti. Il premio finale potrebbe essere un portacellulare o un altro oggetto frutto del riciclo delle sue mascherine. Si riuscirebbe, così, a coinvolgere ed educare i ragazzi alla raccolta differenziata». Lo stesso può avvenire in qualsiasi luogo di lavoro opportunamente attrezzato.
Nei laboratori di Alessandria, il professore e i suoi colleghi hanno pensato a quattro processi differenti per ottenere quattro materiali termoplastici, con caratteristiche diverse tra loro, realizzando oggetti in plastica che possono essere stampati a iniezione oppure estrusi: porta cellulari, scatole, gadget, per arrivare ai fili per la stampa 3D con cui realizzare oggetti di varie forme. Le mascherine vengono dapprima sminuzzate, quindi si ottengono granuli di plastica dalla fusione dei materiali macinati.
Tante le idee di chi considera le mascherine una risorsa. Il designer sudcoreano Haneul Kim, ad esempio, ha trovato una soluzione di arredamento eco-compatibile, raccogliendo migliaia di mascherine usa e getta dal suo campus universitario e creando uno sgabello impilabile. Un'idea di design che ha permesso di non disperdere in ambiente né buttare in discarica circa 250 mascherine con le quali ha prodotto ogni gamba dello sgabello, oltre alle 750 con cui ha realizzato il sedile: in tutto 1.750 mascherine. Haneul Kim è riuscito a fondere le mascherine, ottenendo una resina liquida che ha poi fatto raffreddare per rimodellarla. Il risultato finale è anche bello da vedere ed è stato ottenuto con mascherine di diverso colore.
Il dottor Mohammad Saberian del Royal Melbourne institute of technology, è il primo ad aver indagato sulle potenziali applicazioni delle mascherine chirurgiche nel settore della costruzione civile. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science of the total environment, ha dimostrato come le mascherine potrebbero essere reimpiegate per creare sottofondi stradali, in una soluzione di economia circolare: i rifiuti generati dalla pandemia diventano materiali per il settore delle costruzioni. Per realizzare 1 chilometro di una strada a due corsie si smaltirebbero circa 3 milioni di mascherine, impedendo a 93 tonnellate di rifiuti di finire in discarica.
In Francia è stata una startup, la Plaxtil, che nel giugno 2020 ha avviato, nella cittadina di Châtellerault non lontano da Poitiers, la prima raccolta di mascherine: sono state tenute in «quarantena» per quattro giorni e poi trattate con raggi ultravioletti per 30 secondi per ottenere la decontaminazione. Successivamente sono state lavorate e trasformate in prodotti utili contro la pandemia, come le visiere protettive, fino a coinvolgere i cittadini del Comune bretone di Locminé, primo in Europa, che hanno raccolto e consegnato quasi 30.000 mascherine trasformate successivamente in kit scolatici composti da righello, squadra e goniometro.
La Thermal compaction group, con sede a Cardiff, capitale del Galles, ha brevettato un macchinario chiamato Sterimelt, che compatta il polipropilene a una temperatura di 350 gradi e lo riprogetta in modo che possa essere utilizzato per realizzare nuovi prodotti in plastica come sedie, mobili, cassette per gli attrezzi. Reworked, con sede nel Nordest dell'Inghilterra, invece raccoglie, sanifica e trasforma le mascherine in pannelli di plastica resistenti destinati, tra l'altro, all'edilizia e all'allestimento di negozi. Se il ministero dell'Ambiente e della Transizione ecologica sono davvero in cerca di idee per evitare di intasare le discariche di mascherine, ora sanno dove andarle a trovare.
«Così ci guadagna la mafia. Con il traffico illegale le trasforma in oro colato»
La criminalità è entrata nel business dello smaltimento delle mascherine? Lo abbiamo chiesto al colonnello Massimiliano Corsano, del comando Carabinieri per la tutela ambientale e la transizione ecologica.
Cosa avete riscontrato durante la pandemia?
«La criminalità ambientale, oltre a mettere le mani sul traffico illecito dei rifiuti, ha concentrato la propria attenzione sulle aziende in difficoltà. I nostri studi di analisi hanno confermato i nostri timori: l'indebolimento economico di alcune realtà imprenditoriali, dovuto alla pandemia, ha favorito l'ingresso di capitali illeciti nel settore. Si tratta di un effetto indiretto della pandemia, ma molto più grave di quello che riguarda la singola filiera dei rifiuti».
Si è aperta una nuova frontiera investigativa?
«Il traffico illecito di rifiuti è sicuramente quello in cui si guadagna rapidamente e si rischia meno. Negli ultimi mesi registriamo un aumento di traffici transfrontalieri, soprattutto verso l'Est Europa e i Balcani. Nel tempo, i gruppi criminali si sono dotati di figure professionali che conoscono perfettamente ogni meandro del settore e sanno come aggirare la legge».
Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare il fenomeno?
«Abbiamo eseguito decine di arresti, sequestrato centinaia di capannoni adibiti a discarica abusiva e scoperto la tendenza di questi gruppi criminali a portare i rifiuti all'estero. È bene ricordare che, nei settori ambientali, i gruppi criminali decidono dove andare a delinquere sulla base di parametri ben precisi: il basso costo della manodopera e la presenza di un apparato normativo e di controllo meno efficace rispetto al luogo da cui parte l'attività criminale. L'Italia è il Paese meno conveniente per commettere illeciti ambientali, non a caso in questo settore non importiamo, ma esportiamo criminalità».
Se gruppi specializzati sono incentivati ai traffici transfrontalieri significa che c'è un anello debole nel sistema.
«Non dal punto di vista investigativo. I rifiuti indifferenziati, e quindi anche le mascherine chirurgiche e i dispositivi di protezione individuale, vengono mascherati attribuendo codici di comodo, ad esempio come “rifiuti recuperabili". Ciò li sottrae agli obblighi di notifica e autorizzazione e consente di spedirli all'estero con una mera comunicazione».
È così facile aggirare la legge?
«Smaltire illecitamente i rifiuti fuori dai confini è meno rischioso di altri reati, come il traffico di sostanze stupefacenti. Non a caso i camorristi hanno ammesso che “i soldi si fanno con la droga o con i rifiuti, ma con i rifiuti rischi meno e i rifiuti meno li tocchi e più valgono"».
C'è collaborazione in Europa nel contrasto a queste mafie?
«Sin dall'inizio, l'Ue ha diramato le linee di gestione dei rifiuti sanitari e, parallelamente, Europol ha lanciato l'operazione Retrovirus, ancora in corso, per controllarne l'effettiva applicazione. Trenta Paesi hanno preso parte all'operazione. In Italia, solo nel 2020 sono state effettuate 1.400 ispezioni, segnalate 68 persone all'autorità giudiziaria, elevate 22 sanzioni amministrative per 13.498 euro. Registriamo sempre più spesso sodalizi tra la criminalità ambientale e quella organizzata di stampo mafioso. In quei casi, il nostro lavoro diventa ancora più complesso».
Come mai?
«Ci troviamo davanti a enormi capitali e un'area grigia di connivenze anche nelle istituzioni. Ecco perché le attività investigative sfociano spesso in reati contro la pubblica amministrazione. Tutto il settore ambientale è basato sulle autorizzazioni e se l'autorità che le rilascia è corrotta, noi abbiamo il dovere di perseguire l'imprenditore ma soprattutto di arrivare a chi ha rilasciato l'autorizzazione. Contro realtà sempre più specializzate siamo coscienti che la battaglia sarà lunga. Anzi, considerando gli ingenti finanziamenti che deriveranno dal Pnrr, la nostra attività sarà ancora più complessa, costante e articolata».
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Sono di fibre plastiche e potrebbero essere riciclate, ma il governo se n'è disinteressato. Perciò ogni mese ne vengono incenerite 3.000 tonnellate. O abbandonate dappertutto.Il Politecnico di Torino usa stampanti 3D per ricavare oggetti vari. In Francia producono squadre e righelli per le scuole.Il colonnello del comando Carabinieri tutela ambientale Massimiliano Corsano: «Lo smaltimento nei Balcani e nell'Est Europa è semplice e redditizio, basta cambiare etichette e si evitano tutti i controlli».Lo speciale contiene tre articoli.Le abbiamo cercate e spesso odiate. Quest'anno sono entrate a far parte del paniere di beni e servizi di largo consumo usato dall'Istat per calcolare l'inflazione. Sono indispensabili, e chissà ancora per quanto tempo saremo obbligati a portarle visto il prolungarsi dello stato di emergenza, ma sono anche l'oggetto che più spaventa chi ha a cuore la tutela ambientale. Le mascherine chirurgiche disperse nell'ambiente sono diventate il nuovo ecopericolo, l'incubo dei pasdaran verdi. Sono fatte di materiali plastici, e già questo è un bel paradosso: in questa pandemia, ci ha in parte salvato la vita proprio la vituperata plastica, quella che da anni si cerca di eliminare e di riciclare nella raccolta differenziata dei rifiuti per non disperderla nell'ambiente. Mascherine e relativi imballaggi, guanti monouso, bottigliette di gel igienizzante: tutti materiali plastici. Ma nessuno, né al governo né nelle varie strutture commissariali, ha pensato di organizzare una raccolta differenziata delle mascherine e un corretto smaltimento. Così i dispositivi ora vanno ad accumularsi nelle discariche creando un problema ambientale dopo aver aiutato a frenare i contagi da Covid.problemi ambientaliNon esiste un rapporto ufficiale su quanti di questi dispositivi individuali vengano smaltiti. Si stima un uso mensile di 129 miliardi di mascherine di protezione (3 milioni al minuto) in tutto il mondo. Il Wwf Italia calcola addirittura 7 miliardi di dispositivi al giorno, 210 miliardi al mese. Il continente europeo ne consumerebbe circa 900 milioni al giorno. Considerando che una mascherina chirurgica pesa sui 3 grammi, nella sola Ue ogni giorno 2.600 tonnellate di mascherine finiscono tra i rifiuti o disperse nell'ambiente. Ne esistono in commercio anche di più pesanti, come le Ffp2 e 3. In Italia l'Ispra ha stimato un consumo di mascherine pari a circa 1 miliardo al mese per 3.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi. Solo alle scuole, ad esempio, la struttura del commissario straordinario per l'emergenza ne fornisce 11 milioni al giorno per docenti e studenti. Sempre l'Ispra ha calcolato che nel 2020 ci sono stati tra 160.000 e 440.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi da dispositivi di protezione individuale usa e getta. Se anche solo l'1% delle mascherine usate in un mese fosse disperso nell'ambiente, deliberatamente o accidentalmente, ciò significherebbe 10 milioni di pezzi. Una vera emergenza.Le quantità sono enormi. Ma le mascherine, realizzate in plastica, vengono gettate tra i rifiuti indifferenziati. Come mai? Il governo ha seguito le linee guida dell'Istituto superiore di sanità, che le equipara ai comuni scarti domestici. Il Rapporto Iss Covid-19 numero 26/2020 fornisce indicazioni precise, raccomandando «di smaltire mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (ad esempio fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) nei rifiuti indifferenziati». Il loro destino è dunque la discarica o l'incenerimento (quando non vengono dispersi nell'ambiente), nonostante che, mediante un ciclo di sanificazione e lavorazione, questi materiali potrebbero trasformarsi in risorse da riciclare. Il Wwf ricorda che le mascherine monouso, realizzate in diversi strati di fibre di plastica, non sono biodegradabili. Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia fa presente che, anche per la loro forma, se esposte agli agenti atmosferici le mascherine si frammentano in micro e nanoplastiche, che si disperdono nell'aria entrando nella catena alimentare, con potenziali conseguenze negative anche per la salute umana. Al pari di altri detriti di plastica, possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche nocive, metalli pesanti, così come microrganismi patogeni. le microparticelleLe mascherine monouso, diventate il simbolo della lotta alla pandemia, oltre ad avere invaso le nostre vite rischiano di invadere il pianeta. È davvero sconcertante che, nel dilagare della sensibilità green in tutto il mondo, né il governo guidato da Giuseppe Conte né quello di Mario Draghi abbiano pensato a recuperare guanti e mascherine usa e getta. Nel decreto Rilancio del 19 maggio 2020, convertito in legge il successivo 17 luglio, l'articolo 229-bis prevedeva un fondo per uso e riciclo dei dispositivi di protezione individuale con dotazione di 1 milione di euro per l'anno 2020, da ripartire con un successivo decreto del ministero dell'Ambiente. Il finanziamento doveva aiutare gli interventi di recupero e riciclo. Una somma poco più che simbolica, che però è finita per realizzare alcune campagne di sensibilizzazione volute dal ministero dell'Ambiente in collaborazione con la guardia costiera, l'Ispra, l'Enea, tra cui quella intitolata «Alla natura non servono» e con l'attore Enrico Brignano come testimonial il quale invitava a non abbandonare la mascherina in mare ma, appunto, a conferirle nell'indifferenziata. Nessun incentivo, invece, a studiare un ciclo sostenibile di corretto smaltimento.Anche l'Unione europea ha lanciato un allarme rimasto inascoltato. L'Agenzia europea per l'ambiente ha diffuso un rapporto lo scorso 22 giugno («Impatto del Covid 19 sulle plastiche monouso e l'ambiente in Europa) in cui si dice che l'aumento dell'uso di maschere e guanti ha avuto enorme impatto sull'ambiente: estrazione delle risorse, produzione, trasporto, gestione e abbandono dei rifiuti. La fase produttiva è per lo più extraeuropea, mentre al nostro continente spetta la gestione dei rifiuti. Per le mascherine monouso, il 63% dell'impatto ambientale è legato alla produzione e il 37% all'incenerimento. Oggi possiamo dire che il danno è perfino doppio per la perdita di altre potenziali risorse. altri soldi persiIl 15 ottobre scorso il ministero della Transizione ecologica ha pubblicato sette bandi con i fondi del Pnrr dedicati all'economia circolare, cioè al recupero dei materiali scartati. Si tratta di 2,6 miliardi di euro complessivi, dei quali 600 milioni sono destinati alle filiere di carta e cartone, plastiche, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e tessili. In sostanza, una quota consistente del Pnrr andrà a potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo per una serie di materiali ben individuati. Ma le mascherine chirurgiche, in quanto rifiuti indifferenziati, ne sono escluse. E continueranno a inquinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-smaltimento-2655773989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-scatole-alle-strade-tutte-le-possibilita-per-evitare-la-discarica" data-post-id="2655773989" data-published-at="1637578918" data-use-pagination="False"> Dalle scatole alle strade: tutte le possibilità per evitare la discarica Non chiamatele rifiuti indifferenziati: le mascherine chirurgiche possono essere risorse da inserire in una filiera del riciclo, ecologica e sostenibile, di quelle che oggi sono invocate come la soluzione ai problemi del pianeta. I governi non si pongono il problema, gli ambientalisti protestano a parole ma sono incapaci di passare ai fatti. Ma ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per tentare una risposta all'opportunità di non complicare ulteriormente la gestione dei rifiuti. Le idee non sono rimaste sulla carta ma non hanno ancora incontrato l'interesse di chi ha il potere di prendere decisioni per evitare che le discariche siano riempite dalle mascherine per chissà quanti anni ancora. In Italia è fondamentale il lavoro di Alberto Frache, professore ordinario del dipartimento di scienze applicate e tecnologia dei materiali del Politecnico di Torino (sede di Alessandria). Frache, specializzato nel recupero dei biopolimeri, ha analizzato e provato a dare una nuova vita ai dispositivi di protezione individuale attualmente destinati all'indifferenziato. «Occorrerebbe avviare una raccolta partendo dalle comunità chiuse, come le scuole», spiega il docente. «Si può partire consegnando una mascherina a ogni studente che entra a scuola con la raccomandazione di gettarla, all'uscita, in un apposito contenitore che possa renderle sterili, per esempio con una sanificazione ai raggi ultravioletti. Il premio finale potrebbe essere un portacellulare o un altro oggetto frutto del riciclo delle sue mascherine. Si riuscirebbe, così, a coinvolgere ed educare i ragazzi alla raccolta differenziata». Lo stesso può avvenire in qualsiasi luogo di lavoro opportunamente attrezzato. Nei laboratori di Alessandria, il professore e i suoi colleghi hanno pensato a quattro processi differenti per ottenere quattro materiali termoplastici, con caratteristiche diverse tra loro, realizzando oggetti in plastica che possono essere stampati a iniezione oppure estrusi: porta cellulari, scatole, gadget, per arrivare ai fili per la stampa 3D con cui realizzare oggetti di varie forme. Le mascherine vengono dapprima sminuzzate, quindi si ottengono granuli di plastica dalla fusione dei materiali macinati. Tante le idee di chi considera le mascherine una risorsa. Il designer sudcoreano Haneul Kim, ad esempio, ha trovato una soluzione di arredamento eco-compatibile, raccogliendo migliaia di mascherine usa e getta dal suo campus universitario e creando uno sgabello impilabile. Un'idea di design che ha permesso di non disperdere in ambiente né buttare in discarica circa 250 mascherine con le quali ha prodotto ogni gamba dello sgabello, oltre alle 750 con cui ha realizzato il sedile: in tutto 1.750 mascherine. Haneul Kim è riuscito a fondere le mascherine, ottenendo una resina liquida che ha poi fatto raffreddare per rimodellarla. Il risultato finale è anche bello da vedere ed è stato ottenuto con mascherine di diverso colore. Il dottor Mohammad Saberian del Royal Melbourne institute of technology, è il primo ad aver indagato sulle potenziali applicazioni delle mascherine chirurgiche nel settore della costruzione civile. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science of the total environment, ha dimostrato come le mascherine potrebbero essere reimpiegate per creare sottofondi stradali, in una soluzione di economia circolare: i rifiuti generati dalla pandemia diventano materiali per il settore delle costruzioni. Per realizzare 1 chilometro di una strada a due corsie si smaltirebbero circa 3 milioni di mascherine, impedendo a 93 tonnellate di rifiuti di finire in discarica. In Francia è stata una startup, la Plaxtil, che nel giugno 2020 ha avviato, nella cittadina di Châtellerault non lontano da Poitiers, la prima raccolta di mascherine: sono state tenute in «quarantena» per quattro giorni e poi trattate con raggi ultravioletti per 30 secondi per ottenere la decontaminazione. Successivamente sono state lavorate e trasformate in prodotti utili contro la pandemia, come le visiere protettive, fino a coinvolgere i cittadini del Comune bretone di Locminé, primo in Europa, che hanno raccolto e consegnato quasi 30.000 mascherine trasformate successivamente in kit scolatici composti da righello, squadra e goniometro. La Thermal compaction group, con sede a Cardiff, capitale del Galles, ha brevettato un macchinario chiamato Sterimelt, che compatta il polipropilene a una temperatura di 350 gradi e lo riprogetta in modo che possa essere utilizzato per realizzare nuovi prodotti in plastica come sedie, mobili, cassette per gli attrezzi. Reworked, con sede nel Nordest dell'Inghilterra, invece raccoglie, sanifica e trasforma le mascherine in pannelli di plastica resistenti destinati, tra l'altro, all'edilizia e all'allestimento di negozi. Se il ministero dell'Ambiente e della Transizione ecologica sono davvero in cerca di idee per evitare di intasare le discariche di mascherine, ora sanno dove andarle a trovare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-smaltimento-2655773989.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-ci-guadagna-la-mafia-con-il-traffico-illegale-le-trasforma-in-oro-colato" data-post-id="2655773989" data-published-at="1637578918" data-use-pagination="False"> «Così ci guadagna la mafia. Con il traffico illegale le trasforma in oro colato» La criminalità è entrata nel business dello smaltimento delle mascherine? Lo abbiamo chiesto al colonnello Massimiliano Corsano, del comando Carabinieri per la tutela ambientale e la transizione ecologica. Cosa avete riscontrato durante la pandemia? «La criminalità ambientale, oltre a mettere le mani sul traffico illecito dei rifiuti, ha concentrato la propria attenzione sulle aziende in difficoltà. I nostri studi di analisi hanno confermato i nostri timori: l'indebolimento economico di alcune realtà imprenditoriali, dovuto alla pandemia, ha favorito l'ingresso di capitali illeciti nel settore. Si tratta di un effetto indiretto della pandemia, ma molto più grave di quello che riguarda la singola filiera dei rifiuti». Si è aperta una nuova frontiera investigativa? «Il traffico illecito di rifiuti è sicuramente quello in cui si guadagna rapidamente e si rischia meno. Negli ultimi mesi registriamo un aumento di traffici transfrontalieri, soprattutto verso l'Est Europa e i Balcani. Nel tempo, i gruppi criminali si sono dotati di figure professionali che conoscono perfettamente ogni meandro del settore e sanno come aggirare la legge». Quali strumenti state mettendo in campo per contrastare il fenomeno? «Abbiamo eseguito decine di arresti, sequestrato centinaia di capannoni adibiti a discarica abusiva e scoperto la tendenza di questi gruppi criminali a portare i rifiuti all'estero. È bene ricordare che, nei settori ambientali, i gruppi criminali decidono dove andare a delinquere sulla base di parametri ben precisi: il basso costo della manodopera e la presenza di un apparato normativo e di controllo meno efficace rispetto al luogo da cui parte l'attività criminale. L'Italia è il Paese meno conveniente per commettere illeciti ambientali, non a caso in questo settore non importiamo, ma esportiamo criminalità». Se gruppi specializzati sono incentivati ai traffici transfrontalieri significa che c'è un anello debole nel sistema. «Non dal punto di vista investigativo. I rifiuti indifferenziati, e quindi anche le mascherine chirurgiche e i dispositivi di protezione individuale, vengono mascherati attribuendo codici di comodo, ad esempio come “rifiuti recuperabili". Ciò li sottrae agli obblighi di notifica e autorizzazione e consente di spedirli all'estero con una mera comunicazione». È così facile aggirare la legge? «Smaltire illecitamente i rifiuti fuori dai confini è meno rischioso di altri reati, come il traffico di sostanze stupefacenti. Non a caso i camorristi hanno ammesso che “i soldi si fanno con la droga o con i rifiuti, ma con i rifiuti rischi meno e i rifiuti meno li tocchi e più valgono"». C'è collaborazione in Europa nel contrasto a queste mafie? «Sin dall'inizio, l'Ue ha diramato le linee di gestione dei rifiuti sanitari e, parallelamente, Europol ha lanciato l'operazione Retrovirus, ancora in corso, per controllarne l'effettiva applicazione. Trenta Paesi hanno preso parte all'operazione. In Italia, solo nel 2020 sono state effettuate 1.400 ispezioni, segnalate 68 persone all'autorità giudiziaria, elevate 22 sanzioni amministrative per 13.498 euro. Registriamo sempre più spesso sodalizi tra la criminalità ambientale e quella organizzata di stampo mafioso. In quei casi, il nostro lavoro diventa ancora più complesso». Come mai? «Ci troviamo davanti a enormi capitali e un'area grigia di connivenze anche nelle istituzioni. Ecco perché le attività investigative sfociano spesso in reati contro la pubblica amministrazione. Tutto il settore ambientale è basato sulle autorizzazioni e se l'autorità che le rilascia è corrotta, noi abbiamo il dovere di perseguire l'imprenditore ma soprattutto di arrivare a chi ha rilasciato l'autorizzazione. Contro realtà sempre più specializzate siamo coscienti che la battaglia sarà lunga. Anzi, considerando gli ingenti finanziamenti che deriveranno dal Pnrr, la nostra attività sarà ancora più complessa, costante e articolata».
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Ricordiamo sempre che a ogni diritto corrisponde un dovere e, nel caso questo diritto sia intralciato o negato, corrisponde un reato. Se l’aborto è un diritto, disapprovarlo, cercare di impedirlo anche solamente pregando davanti a una clinica abortista, magari in assoluto silenzio, diventa un reato. Se l’aborto è un diritto, l’obiezione di coscienza diventa automaticamente un reato: quindi i medici veri, quelli che rifiutano di smembrare corpicini senza anestesia nel corpo delle loro madri, saranno allontanati dagli ospedali.
Da un punto di vista giuridico, qualsiasi cosa sia dichiarata un diritto, può diventare un dovere. Se è un diritto e perché non nuoce a nessuno. Quindi il danno fatto al feto, la sua morte, il danno fatto al padre del bambino che viene privato della paternità, il danno fatto ai fratellini e ai nonni è equiparato a zero. Equiparato a zero anche il danno che la donna sta facendo a sé stessa. L’aborto è un suicidio differito. Invece di uccidere me stessa, uccido la mia prole.
È sempre il segno di un odio contro di sé che un potere malefico sta coltivando invece di contrastare. Dato che è un diritto, e quindi, secondo la narrazione ufficiale, non nuoce a nessuno, ne deduciamo due cose. Primo, il feto non esiste e quindi non può essere difeso da nulla. Secondo, l’aborto può essere reso, in caso di necessità, un dovere. Lo Stato potrà decidere l’aborto obbligatorio di un feto malformato per il suo migliore interesse ma soprattutto per il migliore interesse della società, il cosiddetto bene comune. Lo Stato potrà decidere la soppressione di feti considerati in soprannumero, o troppo poveri, per il loro migliore interesse ma soprattutto per i migliori interesse della società: il bene comune.
Benvenuti nel Paese della distopia.
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Franco Locatelli (Ansa)
Eppure, il resoconto della seduta che diede il via libera agli open day per i giovanissimi in uno dei quali, pochi giorni dopo (il 15 maggio 2021), fu somministrata la dose di Astrazeneca risultata fatale per la diciottenne ligure Camilla Canepa, non corrisponde alla videoregistrazione della riunione del Comitato tecnico scientifico, acquisita assieme ad altre dai carabinieri del Nas di Genova e messa agli atti.
Anche i nostri lettori hanno potuto ascoltare gli audio pubblicati dalla Verità, nei quali risultava chiaro che, dopo due ore di discussione, non si era arrivati ad alcuna conclusione circa il quesito, posto dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza, di estensione della raccomandazione a uso preferenziale dei vaccini a vettore adenovirale nella fascia di età 50-59. Per molti esperti erano «pericolosi», sulla decisione da prendere erano su posizioni diverse. Risultavano divisi.
Invece, l’ultimo capoverso del verbale riportava «l’aggiunta» fatta da Locatelli sui vaccination day. «Alla luce di tutte le considerazioni sopra esposte, il Cts non rileva motivi ostativi a che vengano organizzate dalle differenti realtà regionali o legate a provincie autonome, iniziative, quali i vaccination day, mirate a offrire, in seguito ad adesione/richiesta volontaria, i vaccini a vettore adenovirale (Astrazeneca e Johnson & Johnson, ndr) a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni».
Era il sì alle Regioni per i vaccino party ai giovanissimi, nonostante Astrazeneca fosse indicato per gli over 60, dopo i casi in Europa di trombosi cerebrale associata a livelli di piastrine basse, come la sindrome Vitt che provocò la morte di Camilla. Ai carabinieri dei Nas e alla Procura di Genova, che indagavano sul decesso della giovane (i cinque medici imputati sono stati prosciolti da tutte le accuse), il professore aveva più volte risposto: «Non ricordo».
La memoria non l’aveva aiutato nel ricostruire il perché di quella «aggiunta» al verbale. O forse era la formula meno compromettente, davanti a magistrati e forze dell’ordine. A settembre, invece, Locatelli non teme di affermare una cosa chiaramente non vera. Incalzato dal presidente della commissione d’inchiesta, il senatore di Fdi Marco Lisei, il pediatra svicola. «Siamo già alla seconda fase, abbiamo spostato il focus. Quello è un periodo successivo, un anno e tre mesi dopo», si schermisce il professore accampando la scusa che le audizioni sono solo sulla prima fase della pandemia.
«Sì, non c’è bisogno che me lo insegni lei. So che insegna tutto, ma non mi insegni a fare il presidente, perché le ho fatte io le regole», lo rintuzza Lisei. Ribadisce che la sua domanda non è sul vaccino day, ma su come avveniva il processo decisionale all’interno del Cts, se le decisioni «le prendeva la politica, se la politica ne parlava, se ne parlava fuori dal Cts».
Come aveva ricordato il deputato della Lega, Alberto Bagnai, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù in un fuori onda della seduta del Cts dell’11 giugno 2021 aveva parlato chiaramente di pressioni, di desiderata ministeriali. Locatelli nega pressioni: «Non a me». Lisei non lo molla, ripescando una frase pronunciata all’interno di una riunione del Comitato tecnico scientifico dall’ex capo del Css: «Le evidenze non supportano una decisione come questa ma, siccome mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni, per evitare lacerazioni do una mia approvazione, non convinta». Un’espressione chiaramente ambigua, ma il professore tergiversa, dice che era «fuori di dubbio che nel Paese ci fosse la voglia di arrivare a una copertura vaccinale importante, perché serviva per mettere in sicurezza il più possibile e il prima possibile il maggior numero di soggetti, ma se il professor Palù ha ricevuto delle pressioni a me non le ha mai raccontate».
È sui resoconti delle sedute del Cts, dunque, che il presidente Lisei mette all’angolo Locatelli. La versione finale del verbale della riunione del 12 maggio 2021 era stata inviata infatti via mail dall’allora presidente al segretario Fiorentino anticipando: «In allegato trovi il verbale da me accuratamente rivisto». Il professore conferma che interveniva per «coadiuvare nella stesura dei verbali».
In riferimento alla seduta del 12 maggio 2021 Lisei spiega di avere delle perplessità, di non aver «percepito una perfetta corrispondenza dei pareri espressi verbalmente all’interno del consesso con la sintesi che è stata fatta nel verbale». Chiede «se questo può essere avvenuto anche in altre circostanze», ma Locatelli nega. Sostiene che ogni volta si riportava «fedelmente» quanto emergeva dalla discussione, parla di «compiuta sintesi», lo ribadisce anche per la seduta del Cts del 12 maggio. «Come linea di principio, insisto: non vi è mai stata alterazione dei contenuti della discussione rispetto a quanto veniva riportato nel verbale».
Le registrazioni invece smentiscono l’ex presidente del Cts. Solo con «l’aggiunta», il verbale rapidamente approvato da Speranza rese possibili gli open day. E prende sempre più corpo l’idea che fosse l’allora governo Conte a voler raccomandare gli inoculi Astrazeneca ai giovanissimi anche per smaltire dosi di un vaccino «già sotterrato», come l’aveva definito lo stesso Locatelli.
Un’ultima considerazione. Accennando ai vaccini Covid, il pediatra ha affermato che «il meccanismo della farmacovigilanza è attivo nel nostro Paese, quindi è in grado di intercettare eventuali segnali di allarme». Nulla di più lontano dalla realtà dei danneggiati dagli inoculi Covid.
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Ansa
Professore, quanto accaduto ai bambini Trevallion pensa che abbia provocato loro dei traumi?
«È quello che ho cercato di dire, fatta salva la buona fede di chi finora ha operato e ha tentato, in qualche modo, di ricomporre la situazione. Penso che per ora non abbiamo risposte, abbiamo soltanto delle domande. E la prima domanda che dobbiamo porci riguarda proprio la condizione di questo bambini. Che sono stati eradicati da un contesto affettuoso - perché di fatto si trattava di un contesto affettuoso - non maltrattante, non abusante, non violento. I genitori non sono mascalzoni: sono eccentrici, sicuramente. Ma eradicare tre bambini di 6 e di 8 anni da questo contesto, sottrarre loro la figura genitoriale... Immaginiamo il dramma di questi bambini: cosa potranno pensare, che strumenti possono avere per capire un’eradicazione netta di questo genere?».
Insomma, il trauma c’è stato.
«Mi sembra molto traumatico anche il fatto che non sia stata accompagnata l’intera famiglia lungo un percorso. E questo, al di là delle buone intenzioni, è molto rischioso. C’è trauma per i bambini ma anche per i genitori tutto questo è traumatico. Parliamo di genitori che esprimono dell’affetto, una presenza, una cura per questi bambini. A modo loro, magari, ma lo esprimono».
Sicuramente sono stati molto presenti rispetto alla media dei genitori moderni.
«Presenti, attenti... Dunque anche per loro tutto questo è molto traumatico. Quindi mi sembra che la strada scelta - che è lecita - probabilmente esprima una visione che non è in grado di affrontare una condizione così peculiare come questa. E va detto anche che non è l’unica condizione di questo genere».
Ci sono anche altre famiglie in situazioni simili.
«In realtà questa situazione ci fa riflettere su tante, tante altre situazioni che hanno delle analogie. E questa credo sia l’unica cosa buona del clamore mediatico che si è sviluppato. Portando alla ribalta questa situazione abbiamo la possibilità di riflettere su questo tema. E io penso che dovremmo immaginare degli strumenti nuovi».
Cioè?
«Credo che la prima cosa da fare sia rivedere i tentativi di composizione, di accompagnamento che sono stati fatti e che sono falliti. Di nuovo, dobbiamo domandarci: tutto ciò che è stato fatto in precedenza, perché è fallito? Siamo sicuri che tutto sia legato alla rigidità dei genitori? Non conta forse anche la rigidità del sistema? Questa è un’altra domanda che vorrei pormi. Vorrei riproporre il tema dell’accompagnamento paziente, che è un tema complesso, ma secondo me questa è la strada. Parlo di accompagnamento paziente alla famiglia, dello strumento dell’accomodamento ragionevole. La società, il sistema, deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste della famiglia e la famiglia deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste del sistema».
La famiglia sembra che un pochino ci abbia provato ad accomodarsi, anche se sotto ricatto.
«Se è vero che la famiglia ha espresso una rigidità, è anche vero che il sistema ha espresso una rigidità. Di fatto a rigidità si è opposta a rigidità. Prendiamo questa storia, se è esattamente come è stata riferita, della visita pediatrica».
La visita specialistica per la figlia con la bronchite richiesta dalla madre tempo fa e negata dalla tutrice.
«Ecco. Ma cosa dovrebbe impedire a una madre non convinta di chiedere un’opinione a un professore di cui magari ha più fiducia? Ma quale madre non lo farebbe? Oppure prendiamo questa ulteriore rigidità che si sta manifestando da parte del sistema: si parla di una scolarizzazione accelerata, ma io vorrei dare un consiglio di cuore alla tutrice, suggerire di non accelerare questa situazione».
Potrebbe essere traumatico inserire i bambini in una scuola pubblica?
«Assolutamente traumatico. Provi a immaginare: c’è un gruppo di classe già formato, composto da ragazzini che hanno già un intreccio di relazioni e che hanno già contezza di quello che è successo perché hanno guardato la tv o perché hanno parlato con i loro genitori. Ebbene, noi immettiamo in questo sistema altri ragazzini che non hanno mai avuto una scolarizzazione, e lo facciamo senza preparare il contesto, anche perché non si prepara in due secondi. Ci vuole tempo per creare un contesto, e fare una cosa del genere senza preparare i ragazzini, senza preparare la famiglia significa fare uno strappo a mio parere eccessivo. Per questo dico che probabilmente abbiamo bisogno di strumenti più flessibili e quindi di un paradigma di intervento diverso».
In sostanza le istituzioni devono essere più flessibili.
«Guardi, mi rendo conto che i Servizi Sociali e il Tribunale hanno fatto ciò che è loro compito fare. Da parte mia nessuna polemica, nessuna contrapposizione, nessun giudizio. Io collaboro tantissimo con i tribunali, con i servizi sociali, non ho alcun problema, sono professionisti che lavorano per il bene dei ragazzi. Ma probabilmente dobbiamo immaginare paradigmi nuovi. Per questo dicevo che sono inefficaci o inattuali o inadeguate le misure prese finora nel caso dei Trevallion. O addirittura sono misure - e questa è purtroppo l’insidia peggiore - che possono fare male ai bambini e ai genitori, misure che possono impattare in maniera troppo traumatica. Anche per questo credo che ci sia tanta attenzione nei confronti di queste persone, della famiglia: non tanto perché ne si condivida l’eccentricità o perché si vogliano difendere scelte di vita che io per esempio non farei. Ma perché si vuole ribadire la necessità di tutelare davvero questi bambini».
Le domande a questo punto sono due. La prima è: basta essere eccentrici per farsi privare dei figli? E poi: cosa penseranno questi bambini, in particolare del padre che è lontano da loro?
«Ma proprio questo è il dramma. Le famiglie vanno accompagnate, ci vuole un accompagnamento paziente e ragionevole. Un bambino di 6 anni che non ha strumenti mentali, cognitivi, affettivi, emotivi per giustificare il fatto che a suo padre sia stato impedito di passare il Natale con lui, penserà che probabilmente il parre ha fatto qualcosa di orribile, oppure penserà che c’è una società orribile che gli sta facendo del male. E questo potrebbe essere altamente traumatico».
Non ha la sensazione che da parte del sistema ci sia ostilità nei riguardi della famiglia?
«Sinceramente credo che sia più che altro una forma di rigidità del sistema. Ripeto: come la famiglia ha manifestato sicuramente in passato delle rigidità, è anche vero che il sistema ha delle rigidità. Quindi si è arrivati a una decisione estrema, quella del prelievo e della eradicazione. Tra l’altro pure qui vorremmo capire meglio come sono andate queste cose, perché anche i prelievi vengono fatti con modalità che potrebbero essere traumatiche... Insomma è tutto il sistema che secondo me fa un cortocircuito, per rigidità reciproche. La mia idea invece è quella di evitare contrapposizioni, lasciare sufficiente libertà alla famiglia, ma anche seguire i ragazzini perché non c’è dubbio che, per esempio, una scolarizzazione adeguata sia una buona cosa. Io dico anche un’altra cosa alla tutrice che vuole inserirli in una scuola pubblica, al di là del fatto che accelerando così si fanno solo lacerazioni».
Che cosa vuole dirle?
«Questo: se la volontà dei genitori è fare una scuola parentale, forse l’aiuto che va dato a questa famiglia sta nel consentire loro di fare una buona scuola parentale».
Anche perché la scuola parentale è legale.
«Se è legale, allora il tema non è tanto impedire di farla, perché questo mi sembrerebbe un modo di violare la libertà delle persone. Piuttosto bisogna fare in modo che la scuola parentale venga fatta bene, quindi il compito della tutrice sarebbe quello di rispettare la volontà dei genitori, coinvolgerli in una buona scuola parentale, una vera scuola parentale. Poi non c’è dubbio che bisogna garantire la salute fisica di questi bambini. La salute psichica non sembra onestamente compromessa in maniera così significativa come forse viene detto. Per garantire la salute fisica bisogna ricostruire un po’ di fiducia dei genitori in un sanitario che ovviamente non ha nessuna voglia di fare del male alle persone. L’accompagnamento paziente è questo: significa cercare di venire incontro ai genitori sulle loro volontà in modo tale che i bambini vengano tutelati. Dobbiamo chiederci se si può fare meglio di come si è fatto finora. Io penso che si possa fare meglio».
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Siamo alle solite. Se la Chiesa parla di temi economici, sociali, ecologici, dei flussi migratori esprimendo, nella maggior parte dei casi, critica al governo allora l’opposizione applaude ed è contenta perché pensa di trovare nella Chiesa un alleato per la ricerca del consenso. Se la Chiesa, invece, si occupa di questioni etiche, biotica e dei cosiddetti valori rinunciabili, allora non va più bene.
L’ultima occasione è stata la contestazione di una iniziativa del vescovo diocesano di Sanremo, consistente nella decisione di dedicare una campana ai «Bimbi non nati» (cioè ai bimbi non nati a causa dell’aborto), e di suonarla ogni giorno alle 20 come monito «alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia», come ricorda un comunicato della diocesi.
La campana che risuona contro l’aborto scatena la furia del centrosinistra, che contesta il vescovo Antonio Suetta e bolla la stessa campana come campana dell’«accusa».
A intervenire per primo, come ci informa l’Ansa, è il consigliere comunale del Pd di Imperia, Edoardo Verda: «Una scelta che non parla di cura né di ascolto, ma di colpa», ha detto Verda. «Una scelta che trasforma il dolore in simbolo e il simbolo in accusa. Un’intrusione insopportabile in una sfera che non riguarda la religione, ma l’autodeterminazione delle donne».
Ma guarda un po’ questo Verda, medico ma anche teologo ed esperto di Dottrina dello Stato. Quante competenze! Su queste ultime magari non farebbe male una ripassata. «Una sfera che non riguarda la religione». E chi l’ha stabilito, il dottor Verda? Il Pd di Sanremo? Il Pd nazionale?
Chi ricorda il dottor Verda che per lui e i suoi colleghi è prevista l’obiezione di coscienza, cioè qualcosa che attiene alla morale personale, e, di conseguenza, può legittimamente essere oggetto dell’insegnamento della Chiesa, come di altre religioni, che non interferiscono con le leggi dello Stato ma riguardano la libertà di scelta personale?
Verda aggiunge: «Ritengo fondamentale che la salute non è, e non può essere, un terreno di battaglia ideologica. La legge 194 non è cultura della morte… Non è accettabile che una conquista di libertà così importante venga delegittimata da simili iniziative colpevolizzanti. Il rintocco di quella campana non porta conforto, ma alimenta una battaglia ideologica sulla pelle delle persone, calpestando il rispetto dovuto alle storie e alle sofferenze di ognuno».
Ma a nome di chi parla? Di tutta Sanremo? Di tutta Italia? Dell’Europa? Del mondo? No, perché immagino che non sfugga al medico di Sanremo che ognuno giudica secondo la propria morale e quella campana suona per i credenti. Non è come quella di Hemingway che suona anche per lei, pregiatissimo medico consigliere Verda.
Per l’ex candidata sindaca di Ventimiglia, Maria Spinosi (lista civica di centrosinistra Ventimiglia progressista), «la campana dell’accusa risuona contro un diritto delle donne. È un atto pubblico, simbolico e reiterato che carica lo spazio cittadino di un giudizio moralistico e accusatorio contro un diritto riconosciuto dallo Stato: l’interruzione volontaria di gravidanza». Solita pappa, solita storia.
Vede, dottor Verda, in questa occasione non importa come la penso o come la pensa lei o la sua collega di schieramento Spinosi. Conta che io, lei e la Spinosi abbiamo il diritto di criticare l’operato della Chiesa non in nome del diritto ma delle nostre convinzioni personali, siano esse ideologiche, morali o religiose. In Italia l’aborto è regolato da una legge dello Stato che, al momento, non è in discussione, e non dalla morale della Chiesa, che da sempre è contraria all’aborto.
Liberi tutti di pensare ciò che vogliono. Libero il vescovo diocesano di Sanremo di suonare le campane. Per chi provasse fastidio, il Comune potrebbe fornire gratuitamente ai cittadini sanremesi dei tappi acustici da posizionare a pochi minuti dalle 20. O magari offerti direttamente dal Pd.
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