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2023-07-20
Mario Dondero, la libertà e l'impegno. I suoi scatti in mostra a Palazzo Reale di Milano
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In un allestimento semplice, quasi scarno, a parlare sono le immagini. Una lunga serie di scatti che, sala dopo sala, accompagnano il visitatore nel mondo di Maro Dondero, un uomo che nella sua vita ha visto tanto e ha fotografato tutto. Legato al circolo di intellettuali del famoso Bar Giamaica nella Milano degli anni '50, fotoreporter, ritrattista, anche fotografo di scena, Dondero è stato al fronte e sui set cinematografici, ha immortalato il ’68 francese, gli scontri in Irlanda, l’Italia rurale e il processo di alfabetizzazione, Berlino pochi giorni prima della caduta del muro, i bambini di strada brasiliani, la crisi economica cubana (il cosiddetto «período especial»), l’Africa, la Russia, Kabul, le carceri e gli ospedali dove operano i medici di Emergency. Ma sotto il suo sapiente obiettivo, oltre ai grandi eventi storici e sociali, sono passati anche registi e attori, cantanti ed etoile , politici e scrittori:da Carla Fracci a Mimmo Rotella, da Pier Paolo Pasolini a Enzo Jannacci, passando per Francis Bacon, Eugène Ionesco, Serge Gainsbourg e Jean Seberg.
A Mario Dondero, ex partigiano che tanto amava Robert Capa («Se devo pensare a chi può avermi ispirato nel mio mestiere, il primo che mi viene in mente è Robert Capa, per il suo carattere e la sua umanità», aveva dichiarato tempo fa), piaceva raccontare il mondo e le persone. E lo ha fatto con le sue foto. Tantissime, infinite, belle e meno belle. Ogni suo scatto è una storia. E tante di queste storie le ritroviamo a Palazzo Reale, appese alle pareti delle 10 stanze dell’Appartamento dei Principi. Ogni sala è un racconto, una sorta di «mostra nella mostra» che, a fine percorso, ci dà l’idea di quanto sia stata lunga, variegata e complessa la parabola umana e artistica di Dondero.
L'esposizione milanese - ottimamente curata da Raffaella Perna - segue un criterio espositivo che è cronologico e tematico insieme, ma che il pubblico non è obbligato a seguire: trattandosi di una serie di «micro-mostre », si può liberamente scegliere se (e dove) soffermarsi o passare oltre. Se dedicare più tempo alla contemplazione dei ritratti (intensi e bellissimi, oltre che inediti, quello di Pier Paolo Pasolini e dell’attrice Laura Betti), alle immagini dal taglio più sociale ( la sala 2, per esempio, presentata una selezione di 15 fotografie realizzate in Italia, che ritraggono la migrazione interna al Paese, il processo di scolarizzazione, il lavoro nelle campagne, le manifestazioni politiche e sindacali, l’attività dei pescatori a Chioggia nel 1980) o ai grandi reportage realizzati nel continente africano, dove Dondero è tornato a più riprese, spostandosi dall’Algeria (durante il periodo di pesanti ostilità con il Marocco) alla Nigeria, dalla Costa d’Avorio al Senegal.
Impossibile poi non segnalare, a mio parere, due scatti che ho trovato di particolare interesse: Tuffo nel Malecón (1992), dove lo skyline perfetto de L’Avana fa da sfondo ad un gruppo di ragazzi in fila per tuffarsi in mare e il ritratto di un giovane combattente repubblicano, scomparso in una fossa di Franco (Malaga, 2001), in cui l’immagine di un giovanissimo soldato tenuta nel palmo di una mano rivela tutto il dolore e l’atrocità della guerra, qualunque essa sia…
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Allestita nelle sale dell’Appartamento dei Principi, sino al 6 settembre 2023 Palazzo Reale di Milano ospita un’ampia retrospettiva dedicata al fotografo milanese Mario Dondero (1928-2015), fra i protagonisti della fotografia italiana del dopoguerra e fotoreporter di spicco nel panorama internazionale. In un susseguirsi di scatti celebri, meno noti e inediti, il percorso espositivo copre l’intero arco della sua lunga carriera, dagli anni Cinquanta agli anni Dieci del XXI secolo.In un allestimento semplice, quasi scarno, a parlare sono le immagini. Una lunga serie di scatti che, sala dopo sala, accompagnano il visitatore nel mondo di Maro Dondero, un uomo che nella sua vita ha visto tanto e ha fotografato tutto. Legato al circolo di intellettuali del famoso Bar Giamaica nella Milano degli anni '50, fotoreporter, ritrattista, anche fotografo di scena, Dondero è stato al fronte e sui set cinematografici, ha immortalato il ’68 francese, gli scontri in Irlanda, l’Italia rurale e il processo di alfabetizzazione, Berlino pochi giorni prima della caduta del muro, i bambini di strada brasiliani, la crisi economica cubana (il cosiddetto «período especial»), l’Africa, la Russia, Kabul, le carceri e gli ospedali dove operano i medici di Emergency. Ma sotto il suo sapiente obiettivo, oltre ai grandi eventi storici e sociali, sono passati anche registi e attori, cantanti ed etoile , politici e scrittori:da Carla Fracci a Mimmo Rotella, da Pier Paolo Pasolini a Enzo Jannacci, passando per Francis Bacon, Eugène Ionesco, Serge Gainsbourg e Jean Seberg. A Mario Dondero, ex partigiano che tanto amava Robert Capa («Se devo pensare a chi può avermi ispirato nel mio mestiere, il primo che mi viene in mente è Robert Capa, per il suo carattere e la sua umanità», aveva dichiarato tempo fa), piaceva raccontare il mondo e le persone. E lo ha fatto con le sue foto. Tantissime, infinite, belle e meno belle. Ogni suo scatto è una storia. E tante di queste storie le ritroviamo a Palazzo Reale, appese alle pareti delle 10 stanze dell’Appartamento dei Principi. Ogni sala è un racconto, una sorta di «mostra nella mostra» che, a fine percorso, ci dà l’idea di quanto sia stata lunga, variegata e complessa la parabola umana e artistica di Dondero. L'esposizione milanese - ottimamente curata da Raffaella Perna - segue un criterio espositivo che è cronologico e tematico insieme, ma che il pubblico non è obbligato a seguire: trattandosi di una serie di «micro-mostre », si può liberamente scegliere se (e dove) soffermarsi o passare oltre. Se dedicare più tempo alla contemplazione dei ritratti (intensi e bellissimi, oltre che inediti, quello di Pier Paolo Pasolini e dell’attrice Laura Betti), alle immagini dal taglio più sociale ( la sala 2, per esempio, presentata una selezione di 15 fotografie realizzate in Italia, che ritraggono la migrazione interna al Paese, il processo di scolarizzazione, il lavoro nelle campagne, le manifestazioni politiche e sindacali, l’attività dei pescatori a Chioggia nel 1980) o ai grandi reportage realizzati nel continente africano, dove Dondero è tornato a più riprese, spostandosi dall’Algeria (durante il periodo di pesanti ostilità con il Marocco) alla Nigeria, dalla Costa d’Avorio al Senegal. Impossibile poi non segnalare, a mio parere, due scatti che ho trovato di particolare interesse: Tuffo nel Malecón (1992), dove lo skyline perfetto de L’Avana fa da sfondo ad un gruppo di ragazzi in fila per tuffarsi in mare e il ritratto di un giovane combattente repubblicano, scomparso in una fossa di Franco (Malaga, 2001), in cui l’immagine di un giovanissimo soldato tenuta nel palmo di una mano rivela tutto il dolore e l’atrocità della guerra, qualunque essa sia…
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.