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2018-07-22
Marchionne gravissimo: il nuovo ad di Fca è l’inglese Mike Manley
Ansa
Sergio Marchionne è gravissimo, ricoverato in ospedale. La situazione è drammatica e non potrà tornare a ricoprire le sue cariche in Fca. Per questo ieri il cda ha dovuto scegliere i nuovi vertici. Il nuovo ad è l'inglese Mike Manley, responsabile per i marchi Ram e Jeep. La decisione è stata presa dal presidente John Elkann che ha convocato i cda di urgenza a causa di un aggravamento improvviso, definito «impensabile», delle condizioni del manager. Le prime indiscrezioni erano emerse due giorni fa, rinforzate dal fatto che Marchionne non compariva in pubblico da fine giugno.
Il nome di Mike Manley era tra i favoriti insieme a quelli di Richard Palmer, direttore finanziario Jeep, e Alfredo Altavilla, responsabile operativo per Europa, Africa e Medioriente.
Il nuovo ad, come spiega un comunicato della società, è operativo da subito. «Il consiglio proporrà alla prossima assemblea degli azionisti, che sarà convocata nei prossimi giorni, che Manley sia eletto nel consiglio in qualità di amministratore esecutivo della società. Nel frattempo, al fine di garantire pieni poteri e continuità all'operatività aziendale, Manley ha ricevuto dal consiglio stesso le deleghe a operare immediatamente come ad».
Manley è da sempre considerato un uomo dalle straordinarie doti commerciali e la sua scelta potrebbe dipendere dalle già annunciate intenzioni di sviluppare ulteriormente il marchio Jeep. Va detto che una delle grandi capacità di Sergio Marchionne era quella di circondarsi di grandi professionisti. Il caso di Manley non fa eccezione. Il nuovo ad di Fca dal 2009 ha letteralmente trasformato Jeep e Ram, facendoli passare da marchi nordamericani a internazionali.
Nel 2009 il marchio di Suv che apparteneva a Chrysler vendeva in America circa 340.000 veicoli. In meno di dieci anni, grazie alle capacità di Manley, i due brand sono arrivati a vendere circa 1,4 milioni di fuoristrada nel 2017.
Il nuovo numero uno del Lingotto è nato a Edenbridge, in Gran Bretagna nel 1964. La sua formazione è tutta automobilistica. A 22 anni è stato responsabile vendite della piccola Swan national motors, ad Aberdeen, in Scozia. Il primo grande balzo di carriera arriva nel 2000, quando diviene direttore area sviluppo delle rete di Daimler chrysler nel Regno Unito. Nove anni dopo viene scelto come nuovo numero uno del marchio Jeep, incarico che ha ricoperto fino a oggi. Dal 2015 è anche a capo del marchio Ram, brand specializzato nella produzione di pick up e van.
Ma, sebbene la nomina di Manley alla guida di Fca sia la più importante, non è di certo l'unica che è avvenuta ieri. Marchionne era ed è un manager di grande peso e, all'interno di Fca, ricopriva diversi ruoli. Uno di quelli più importanti era quello di ad di Ferrari, azienda che Marchionne non intendeva lasciare nemmeno dopo il suo addio a Fca, previsto per il 2019.
Il suo posto ora è andato a Louis Carey Camilleri. Il manager, nato ad Alessandria d'Egitto, nel 2017 era già stato nominato direttore non esecutivo e presidente del cda del Cavallino rampante. Noto anche alle cronache rosa per una relazione con Naomi Campbell, viene ritenuto un «signore del tabacco» visto il suo lungo passato come presidente e amministratore delegato di Philip Morris, noto colosso delle sigarette. John Elkann è invece diventato presidente della Rossa.
Il cda ha scelto anche a chi dare la poltrona di presidente di Cnh industrial, la divisione di macchine agricole. Si tratta di Suzanne Heywood, dal 2016 direttore generale di Exor, la capogruppo quotata in Borsa di proprietà degli Agnelli.
Per John Elkann questo non è un momento facile, sia sul piano professionale sia umano. Oltre alle importanti decisioni che il presidente di Fca dovrà prendere, c'è da considerare l'aggravarsi delle condizioni di salute dell'ex ad, che appaiono gravissime. «Sono profondamente addolorato per le condizioni di Sergio. Si tratta di una situazione impensabile fino a poche ore fa, che lascia a tutti quanti un senso di ingiustizia. Quello che mi ha colpito di Sergio fin dall'inizio, quando ci incontrammo per parlare della possibilità che venisse a lavorare per il gruppo, più ancora delle sue capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, furono le sue qualità umane, la sua generosità e il suo modo di capire le persone», ha detto. «Negli ultimi 14 anni, abbiamo vissuto insieme successi e difficoltà, crisi interne ed esterne, ma anche momenti unici e irripetibili, sia dal punto di vista personale che professionale. Per tanti Sergio è stato un leader illuminato, un punto di riferimento ineguagliabile. Per me è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano. Ci ha insegnato che l'unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza. E Sergio ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone».
La situazione è così drammatica che Elkann dell'amico parla al passato.
Gianluca Baldini
In vista il matrimonio con Hyundai
Era stato Umberto Agnelli negli ultimi giorni di vita a indicare Sergio Marchionne per il ruolo di amministratore delegato del gruppo Fiat, che stava vivendo la più grave crisi nella sua storia ultracentenaria. A giugno del 2004 perdeva più o meno 2 milioni di euro al giorno. Una cifra non troppo distante dal disastro Alitalia. L'impero della famiglia Agnelli era oggetto di vertici di governo e riunioni segrete a via XX Settembre organizzate dall'allora ministro Giulio Tremonti su piani di nazionalizzazione.
Quando Marchionne arrivò al timone, il gruppo Fiat in Borsa valeva solo 4 miliardi, non produceva utili ed era schiacciato da un debito monstre. Nella difficile operazione di riassetto, Marchionne ha potuto contare sul sostegno delle principali banche italiane che si erano impegnate con un convertendo da 3 miliardi di euro nei confronti della Fiat.
Sono state le banche (che Marchionne conosceva bene provenendo da Ubs) a far naufragare il progetto di nazionalizzare la Fiat e consentire al manager con il maglioncino di rilanciare la baracca e trasformare il gruppo in una multinazionale (non ha più sede in Italia) che oggi vale compresa Ferrari e Cnh oltre 66 miliardi di euro. Ben 12 in più rispetto alla competitor Gm e 23 più di Ford. Peugeut e Renault non superano i 20 miliardi.
In questi anni Marchionne ha incassato qualcosa come 90,5 milioni di euro tra stipendi e bonus. Ha maturato circa 4 milioni di stock option che non ha ancora monetizzato. E possiede un portafoglio titoli che consta di 11,86 milioni di azioni Cnh, 1,46 milioni di azioni Ferrari e oltre 16 milioni di titoli Fca (circa l'1% della società) per un controvalore che sfiora i 600 milioni. La cifra complessiva si aggirerebbe sui 700, nel caso in cui si vendessero tutte le azioni oggi. Una somma del tutto meritata se guardiamo indietro e valutiamo l'enorme creazione di valore (due mesi fa ha anche azzerato il debito) che l'opera del manager ha prodotto. Per Fca e soprattutto per la famiglia Agnelli.
Marchionne ha tracciato il sentiero che l'azienda in ogni caso percorrerà nei prossimi cinque anni. Un sentiero che è iniziato quando in piena era Barack Obama è sbarcato negli Usa per salvare Chrysler dalla fallimentare joint venture con Daimler. Il manager italocanadese ha realizzato la prima vera fusione tra aziende nel comparto dell'auto e da subito ha compreso la necessità di un ulteriore consolidamento all'interno di un settore ad altissima intensità di capitale che è entrato in una profonda rivoluzione.
Tant'è che dopo essersi scontrato contro i pregiudizi tedeschi e aver abbandonato l'idea di creare un polo europeo con Opel ha corteggiato a lungo Mary Barra, numero uno di Gm. Accantonato anche questa ipotesi di matrimonio, Marchionne ha rivoluzionato la filosofia interna. Ha abbandonato la teoria dei grandi numeri con minori margini per passare a quella della produzione con numeri più contenuti ma con guadagni e valore aggiunto in continua crescita.
Il manager aveva inizialmente fissato un target di 7 milioni di vetture al 2018 posizionandosi su cifre più basse ma con ritorni più elevati. Di qui il peso crescente che ha assunto Jeep. «Se nel 2013 il brand produceva 700.000 vetture e pesava appena il 16% sulle vendite, a fine 2018, secondo le stime, dovrebbe arrivare a un passo dal 40% sui volumi grazie a 1,7 milioni di auto immatricolate», scriveva Il Sole 24 Ore in occasione della presentazione dell'ultimo piano.
Adesso la principale sfida della Fca senza Marchionne sarà far convivere Jeep, le future auto elettriche, le piccole in Italia ed Europa e il polo del lusso Alfa Maserati. Non a caso ieri è stato scelto per la successione proprio Mike Manley il manager a capo di Jeep e Ram, il quale non solo ha lavorato con Marchionne negli ultimi sei anni ma ha anche ben presente quale dovrà essere la Fca del futuro, che probabilmente seguirà la strada tracciata Marchionne. E soprattutto con chi dovrà fare sposare il gruppo perché diventi un vero colosso dell'automotive.
Tornano così di estrema attualità le voci che serpeggiano da tempo di una fusione con la coreana Hyundai. Qualche mese fa Marchionne aveva detto al Sole 24 Ore che con Hyundai si puntava a un'intesa per le tecnologie dell'idrogeno. In realtà ci sarebbe molto di più. Hyundai motor company, che controlla anche Kia, fa parte di un chaebol (cioè un megagruppo multisettoriale) che ha accesso facilitato non solo a grandi risorse finanziarie, ma anche a tecnologie di punta (robot industriali ed elettronica, ad esempio) e persino a materie prime come l'acciaio. Hyundai steel, che è integrata in Hyundai motors, è una vera major dell'acciaio. Avere la materia prima in casa è un grande asset per una casa automobilistica. Fca dal canto suo porterebbe Jeep che è la punta di diamante che manca ai coreani e metterebbe il carico da undici con l'intero comparto del lusso: da Alfa a Maserati.
Resterebbe fuori Ferrari, che ormai corre sulle proprie ruote. Da che è stata scorporato ed è finito sotto Exor, il Cavallino ha intrapreso una nuova vita fatta non più solo di professionalità e motori, ma anche di marketing. Anche per questo per la successione di Marchionne in Ferrari (John Elkann diverrà presidente) è stato scelto Louis Carey Camilleri, egiziano di 63 anni, presidente di Philip morris international. Anch'egli mago del marketing.
Claudio Antonelli
Finita l’epoca del manager alla John Wayne che ha sestuplicato il valore del gruppo
«Nel nostro Paese continuiamo a ripetere che la produzione scende. Guardiamo le slide e poi andiamo a cena». C'è tutta la fretta esistenziale di Sergio Marchionne in questa frase, che manda a casa una generazione di contabili da salotto. Un bilancio sull'eccezionale impatto di questo manager è doveroso mentre si consuma il suo addio a Fca. L'azienda ha messo fine alle voci sulle sue condizioni di salute con un comunicato che non lascia dubbi: «Sono sopraggiunte complicazioni inattese durante la convalescenza post operatoria del dottor Marchionne, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi non potrà riprendere la sua attività lavorativa».
In 14 anni di regno, l'uomo che lascia il timone dell'azienda tricolore più popolare dopo averla salvata dal fallimento e portata via dall'Italia, ha insegnato tre cose: a detestare il capitalismo da weekend che costituiva l'essenza stessa dell'avvocato Giovanni Agnelli, a mettersi al computer all'alba e a rispettare gli operai. Lo conferma una delle sue frasi più celebri: «Ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi». Gli operai, non certo chi li rappresenta, quei sindacati che ha sempre trattato con ostentata diffidenza, contribuendo a scardinarne per sempre i riti babilonesi.
C'è un quarto precetto che il mago italocanadese con residenza in Svizzera ci ha insegnato: per avere successo con le automobili non è necessario saper costruire automobili. A rendere unico il manager nato a Chieti 66 anni fa da mamma Maria, istriana con padre infoibato, e papà Concezio, maresciallo dei carabinieri, è questo: il suo è stato un capolavoro finanziario e di relazioni internazionali (ieri obamiano di ferro, oggi trumpiano ma sottovoce) che niente ha avuto a che fare con il design delle portiere. A tal punto che l'unica vettura di cui ci si ricordi al volo nella sua gestione è la Cinquecento.
Eppure Fca è il sesto player mondiale dell'auto, produce quasi sette milioni di vetture, e quando il suo ormai ex ad viene invitato a parlare agli studenti ad Harvard può dire: «Sembrerò presuntuoso, ma ci ha salvato la crisi». La stessa crisi mondiale che gli consente di ristrutturare le fabbriche italiane di Melfi, Pomigliano e Termini Imerese nonostante le barricate. E che nel 2009 lo aiuta ad acquisire negli Usa il 20% del colosso Chrysler, decotto, per rilanciarlo grazie alla pioggia di milioni di dollari che un terrorizzato Barack Obama mette sul piatto. Nel 2011 Chrysler torna all'utile, Marchionne aumenta la quota di partecipazione italiana e vince la partita. Comprare mentre il mondo piange, vendere mentre il mondo ride; il vecchio motto di Borsa lo aiuta quanto le banche che nel 2004 avevano salvato la baracca torinese nell'ora più buia.
Marchionne ha tre lauree, ottenute in Canada dove la famiglia si era trasferita con lui bambino. Ma è orgoglioso di una sola, quella in filosofia (le altre sono in economia e giurisprudenza). «Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente». Nell'Italia del riformismo annunciato e mai praticato, la sua presenza ha un che di rivoluzionario. Anche all'interno, quando nel 2010 imbarazza il board con la frase: «Pago il prezzo di tutti quelli che hanno mangiato al tavolo prima di me».
Quest'uomo piccolo, con l'aspetto del ragioniere, che si presenta in pullover blu a sfidare il trombonesco potere costituito di Confindustria e sindacati suscita due reazioni opposte: l'irritazione dei principi della concertazione da sacrestia e il boato di approvazione degli imprenditori che vorrebbero sentirsi più liberi di innovare e competere. I suoi gesti più eclatanti sono l'uscita da Confindustria con la denuncia che «la consorteria non fa più gli interessi delle aziende» e il duro confronto con i sindacati americani per rilanciare Chrysler che fa da prova generale alla guerra a Fiom e Cgil nelle fabbriche, vinta con referendum votati a maggioranza dai lavoratori.
Alla morte dell'Avvocato il testamento morale sotto la Mole era chiaro: vendere la Fiat e salvare Ferrari, Stampa e Juventus. Marchionne ha ribaltato il concetto: far fruttare le auto e rendere indipendenti pallone, quotidiano e Maranello. A costo di cedere le quote del giornale a Carlo De Benedetti e di disarcionare dopo 20 anni Luca Cordero di Montezemolo dal Cavallino. Rigoroso, nessun assistenzialismo. Ma in nome del fiuto per il marketing, prima di entrare in clinica ha dato l'ok all'operazione Cristiano Ronaldo.
«La leadership non è anarchia, in una grande azienda chi comanda è un uomo solo», ama ripetere mentre i numeri lo premiano: ha preso la Fiat con 4,4 miliardi di debiti (diventati 9,7 miliardi con l'acquisizione di Chrysler) e l'ha portata a 5 miliardi di utile. Adesso le azioni valgono sei volte di più. E qui Marchionne è coerente con il suo stile da John Wayne e con il calvinismo insito nei pullover con zip e girocollo: nel 2014 decide che è arrivato il momento di spacchettare il fabbricone degli Agnelli (con John Elkann a fungere da bandiera) e di portarlo a pezzi nel mondo. Nasce Fca, Fiat Chrysler automobiles, con sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, quotata a Wall Street. L'allora premier Matteo Renzi è così spaesato da inchinarsi deferente e accompagnare alla frontiera con i fiori Marchionne ed Elkann. «Li ha pure ringraziati indicandoli ad esempio. Non ha pensato neppure per un attimo a una sorta di exit tax. In Francia, Germania, Stati Uniti non sarebbe mai accaduto», scrive Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti (o quasi).
Entrato al Lingotto nel 2004 in un clima da Saigon con un'azienda che perdeva 2 milioni al giorno, Marchionne ha fatto il miracolo arrivando in ufficio all'alba e fumando due pacchetti di sigarette al giorno (poi sostituite dal vapore acqueo). «Mi rilasso ascoltando arie di Maria Callas e cucinando ragù alla bolognese, la mia specialità». Lo aveva scoperto Umberto Agnelli alla Sgs di Ginevra, di cui la famiglia era azionista. Il fratello dell'Avvocato era incuriosito dal fatto che quel piccolo italocanadese fosse riuscito a mandare avanti il gruppo chimico Serono mentre il proprietario Ernesto Bertarelli stava in barca a vincere la Coppa America con Alinghi. Le prime parole dell'uomo del destino nel grigiore della depressione torinese furono queste: «Fiat ce la farà, il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione. Prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici». Quel giorno portava la cravatta.
Giorgio Gandola
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John Elkann: «Un'ingiustizia, Sergio per me è stato mentore e soprattuto amico». Il cda sceglie come successore l'ex responsabile dei marchi Jeep e Ram. I nuovi vertici probabilmente seguiranno la strada del loro predecessore. Possibile una fusione con i coreani di Hyundai: gli asiatici porterebbero in dote acciaio e tecnologie, il Lingotto Jeep e brand di lusso come Maserati e Alfa. Amante di Maria Callas e del ragù, diceva: «La leadership non è anarchia, in azienda comanda un solo uomo». Ha salvato la società battendo Confindustria, salotti e sindacati. Lo speciale contiene tre articoli Leggi la lettera di John Elkann ai dipendenti Sergio Marchionne è gravissimo, ricoverato in ospedale. La situazione è drammatica e non potrà tornare a ricoprire le sue cariche in Fca. Per questo ieri il cda ha dovuto scegliere i nuovi vertici. Il nuovo ad è l'inglese Mike Manley, responsabile per i marchi Ram e Jeep. La decisione è stata presa dal presidente John Elkann che ha convocato i cda di urgenza a causa di un aggravamento improvviso, definito «impensabile», delle condizioni del manager. Le prime indiscrezioni erano emerse due giorni fa, rinforzate dal fatto che Marchionne non compariva in pubblico da fine giugno. Il nome di Mike Manley era tra i favoriti insieme a quelli di Richard Palmer, direttore finanziario Jeep, e Alfredo Altavilla, responsabile operativo per Europa, Africa e Medioriente. Il nuovo ad, come spiega un comunicato della società, è operativo da subito. «Il consiglio proporrà alla prossima assemblea degli azionisti, che sarà convocata nei prossimi giorni, che Manley sia eletto nel consiglio in qualità di amministratore esecutivo della società. Nel frattempo, al fine di garantire pieni poteri e continuità all'operatività aziendale, Manley ha ricevuto dal consiglio stesso le deleghe a operare immediatamente come ad». Manley è da sempre considerato un uomo dalle straordinarie doti commerciali e la sua scelta potrebbe dipendere dalle già annunciate intenzioni di sviluppare ulteriormente il marchio Jeep. Va detto che una delle grandi capacità di Sergio Marchionne era quella di circondarsi di grandi professionisti. Il caso di Manley non fa eccezione. Il nuovo ad di Fca dal 2009 ha letteralmente trasformato Jeep e Ram, facendoli passare da marchi nordamericani a internazionali. Nel 2009 il marchio di Suv che apparteneva a Chrysler vendeva in America circa 340.000 veicoli. In meno di dieci anni, grazie alle capacità di Manley, i due brand sono arrivati a vendere circa 1,4 milioni di fuoristrada nel 2017. Il nuovo numero uno del Lingotto è nato a Edenbridge, in Gran Bretagna nel 1964. La sua formazione è tutta automobilistica. A 22 anni è stato responsabile vendite della piccola Swan national motors, ad Aberdeen, in Scozia. Il primo grande balzo di carriera arriva nel 2000, quando diviene direttore area sviluppo delle rete di Daimler chrysler nel Regno Unito. Nove anni dopo viene scelto come nuovo numero uno del marchio Jeep, incarico che ha ricoperto fino a oggi. Dal 2015 è anche a capo del marchio Ram, brand specializzato nella produzione di pick up e van. Ma, sebbene la nomina di Manley alla guida di Fca sia la più importante, non è di certo l'unica che è avvenuta ieri. Marchionne era ed è un manager di grande peso e, all'interno di Fca, ricopriva diversi ruoli. Uno di quelli più importanti era quello di ad di Ferrari, azienda che Marchionne non intendeva lasciare nemmeno dopo il suo addio a Fca, previsto per il 2019. Il suo posto ora è andato a Louis Carey Camilleri. Il manager, nato ad Alessandria d'Egitto, nel 2017 era già stato nominato direttore non esecutivo e presidente del cda del Cavallino rampante. Noto anche alle cronache rosa per una relazione con Naomi Campbell, viene ritenuto un «signore del tabacco» visto il suo lungo passato come presidente e amministratore delegato di Philip Morris, noto colosso delle sigarette. John Elkann è invece diventato presidente della Rossa. Il cda ha scelto anche a chi dare la poltrona di presidente di Cnh industrial, la divisione di macchine agricole. Si tratta di Suzanne Heywood, dal 2016 direttore generale di Exor, la capogruppo quotata in Borsa di proprietà degli Agnelli. Per John Elkann questo non è un momento facile, sia sul piano professionale sia umano. Oltre alle importanti decisioni che il presidente di Fca dovrà prendere, c'è da considerare l'aggravarsi delle condizioni di salute dell'ex ad, che appaiono gravissime. «Sono profondamente addolorato per le condizioni di Sergio. Si tratta di una situazione impensabile fino a poche ore fa, che lascia a tutti quanti un senso di ingiustizia. Quello che mi ha colpito di Sergio fin dall'inizio, quando ci incontrammo per parlare della possibilità che venisse a lavorare per il gruppo, più ancora delle sue capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, furono le sue qualità umane, la sua generosità e il suo modo di capire le persone», ha detto. «Negli ultimi 14 anni, abbiamo vissuto insieme successi e difficoltà, crisi interne ed esterne, ma anche momenti unici e irripetibili, sia dal punto di vista personale che professionale. Per tanti Sergio è stato un leader illuminato, un punto di riferimento ineguagliabile. Per me è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano. Ci ha insegnato che l'unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza. E Sergio ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone». La situazione è così drammatica che Elkann dell'amico parla al passato. 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E possiede un portafoglio titoli che consta di 11,86 milioni di azioni Cnh, 1,46 milioni di azioni Ferrari e oltre 16 milioni di titoli Fca (circa l'1% della società) per un controvalore che sfiora i 600 milioni. La cifra complessiva si aggirerebbe sui 700, nel caso in cui si vendessero tutte le azioni oggi. Una somma del tutto meritata se guardiamo indietro e valutiamo l'enorme creazione di valore (due mesi fa ha anche azzerato il debito) che l'opera del manager ha prodotto. Per Fca e soprattutto per la famiglia Agnelli. Marchionne ha tracciato il sentiero che l'azienda in ogni caso percorrerà nei prossimi cinque anni. Un sentiero che è iniziato quando in piena era Barack Obama è sbarcato negli Usa per salvare Chrysler dalla fallimentare joint venture con Daimler. Il manager italocanadese ha realizzato la prima vera fusione tra aziende nel comparto dell'auto e da subito ha compreso la necessità di un ulteriore consolidamento all'interno di un settore ad altissima intensità di capitale che è entrato in una profonda rivoluzione. Tant'è che dopo essersi scontrato contro i pregiudizi tedeschi e aver abbandonato l'idea di creare un polo europeo con Opel ha corteggiato a lungo Mary Barra, numero uno di Gm. Accantonato anche questa ipotesi di matrimonio, Marchionne ha rivoluzionato la filosofia interna. Ha abbandonato la teoria dei grandi numeri con minori margini per passare a quella della produzione con numeri più contenuti ma con guadagni e valore aggiunto in continua crescita. Il manager aveva inizialmente fissato un target di 7 milioni di vetture al 2018 posizionandosi su cifre più basse ma con ritorni più elevati. Di qui il peso crescente che ha assunto Jeep. «Se nel 2013 il brand produceva 700.000 vetture e pesava appena il 16% sulle vendite, a fine 2018, secondo le stime, dovrebbe arrivare a un passo dal 40% sui volumi grazie a 1,7 milioni di auto immatricolate», scriveva Il Sole 24 Ore in occasione della presentazione dell'ultimo piano. Adesso la principale sfida della Fca senza Marchionne sarà far convivere Jeep, le future auto elettriche, le piccole in Italia ed Europa e il polo del lusso Alfa Maserati. Non a caso ieri è stato scelto per la successione proprio Mike Manley il manager a capo di Jeep e Ram, il quale non solo ha lavorato con Marchionne negli ultimi sei anni ma ha anche ben presente quale dovrà essere la Fca del futuro, che probabilmente seguirà la strada tracciata Marchionne. E soprattutto con chi dovrà fare sposare il gruppo perché diventi un vero colosso dell'automotive. Tornano così di estrema attualità le voci che serpeggiano da tempo di una fusione con la coreana Hyundai. Qualche mese fa Marchionne aveva detto al Sole 24 Ore che con Hyundai si puntava a un'intesa per le tecnologie dell'idrogeno. In realtà ci sarebbe molto di più. Hyundai motor company, che controlla anche Kia, fa parte di un chaebol (cioè un megagruppo multisettoriale) che ha accesso facilitato non solo a grandi risorse finanziarie, ma anche a tecnologie di punta (robot industriali ed elettronica, ad esempio) e persino a materie prime come l'acciaio. Hyundai steel, che è integrata in Hyundai motors, è una vera major dell'acciaio. Avere la materia prima in casa è un grande asset per una casa automobilistica. Fca dal canto suo porterebbe Jeep che è la punta di diamante che manca ai coreani e metterebbe il carico da undici con l'intero comparto del lusso: da Alfa a Maserati. Resterebbe fuori Ferrari, che ormai corre sulle proprie ruote. Da che è stata scorporato ed è finito sotto Exor, il Cavallino ha intrapreso una nuova vita fatta non più solo di professionalità e motori, ma anche di marketing. Anche per questo per la successione di Marchionne in Ferrari (John Elkann diverrà presidente) è stato scelto Louis Carey Camilleri, egiziano di 63 anni, presidente di Philip morris international. Anch'egli mago del marketing. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marchionne-gravissimo-il-nuovo-ad-di-fca-e-linglese-mike-manley-2588739328.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="finita-lepoca-del-manager-alla-john-wayne-che-ha-sestuplicato-il-valore-del-gruppo" data-post-id="2588739328" data-published-at="1781886248" data-use-pagination="False"> Finita l’epoca del manager alla John Wayne che ha sestuplicato il valore del gruppo «Nel nostro Paese continuiamo a ripetere che la produzione scende. Guardiamo le slide e poi andiamo a cena». C'è tutta la fretta esistenziale di Sergio Marchionne in questa frase, che manda a casa una generazione di contabili da salotto. Un bilancio sull'eccezionale impatto di questo manager è doveroso mentre si consuma il suo addio a Fca. L'azienda ha messo fine alle voci sulle sue condizioni di salute con un comunicato che non lascia dubbi: «Sono sopraggiunte complicazioni inattese durante la convalescenza post operatoria del dottor Marchionne, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi non potrà riprendere la sua attività lavorativa». In 14 anni di regno, l'uomo che lascia il timone dell'azienda tricolore più popolare dopo averla salvata dal fallimento e portata via dall'Italia, ha insegnato tre cose: a detestare il capitalismo da weekend che costituiva l'essenza stessa dell'avvocato Giovanni Agnelli, a mettersi al computer all'alba e a rispettare gli operai. Lo conferma una delle sue frasi più celebri: «Ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi». Gli operai, non certo chi li rappresenta, quei sindacati che ha sempre trattato con ostentata diffidenza, contribuendo a scardinarne per sempre i riti babilonesi. C'è un quarto precetto che il mago italocanadese con residenza in Svizzera ci ha insegnato: per avere successo con le automobili non è necessario saper costruire automobili. A rendere unico il manager nato a Chieti 66 anni fa da mamma Maria, istriana con padre infoibato, e papà Concezio, maresciallo dei carabinieri, è questo: il suo è stato un capolavoro finanziario e di relazioni internazionali (ieri obamiano di ferro, oggi trumpiano ma sottovoce) che niente ha avuto a che fare con il design delle portiere. A tal punto che l'unica vettura di cui ci si ricordi al volo nella sua gestione è la Cinquecento. Eppure Fca è il sesto player mondiale dell'auto, produce quasi sette milioni di vetture, e quando il suo ormai ex ad viene invitato a parlare agli studenti ad Harvard può dire: «Sembrerò presuntuoso, ma ci ha salvato la crisi». La stessa crisi mondiale che gli consente di ristrutturare le fabbriche italiane di Melfi, Pomigliano e Termini Imerese nonostante le barricate. E che nel 2009 lo aiuta ad acquisire negli Usa il 20% del colosso Chrysler, decotto, per rilanciarlo grazie alla pioggia di milioni di dollari che un terrorizzato Barack Obama mette sul piatto. Nel 2011 Chrysler torna all'utile, Marchionne aumenta la quota di partecipazione italiana e vince la partita. Comprare mentre il mondo piange, vendere mentre il mondo ride; il vecchio motto di Borsa lo aiuta quanto le banche che nel 2004 avevano salvato la baracca torinese nell'ora più buia. Marchionne ha tre lauree, ottenute in Canada dove la famiglia si era trasferita con lui bambino. Ma è orgoglioso di una sola, quella in filosofia (le altre sono in economia e giurisprudenza). «Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente». Nell'Italia del riformismo annunciato e mai praticato, la sua presenza ha un che di rivoluzionario. Anche all'interno, quando nel 2010 imbarazza il board con la frase: «Pago il prezzo di tutti quelli che hanno mangiato al tavolo prima di me». Quest'uomo piccolo, con l'aspetto del ragioniere, che si presenta in pullover blu a sfidare il trombonesco potere costituito di Confindustria e sindacati suscita due reazioni opposte: l'irritazione dei principi della concertazione da sacrestia e il boato di approvazione degli imprenditori che vorrebbero sentirsi più liberi di innovare e competere. I suoi gesti più eclatanti sono l'uscita da Confindustria con la denuncia che «la consorteria non fa più gli interessi delle aziende» e il duro confronto con i sindacati americani per rilanciare Chrysler che fa da prova generale alla guerra a Fiom e Cgil nelle fabbriche, vinta con referendum votati a maggioranza dai lavoratori. Alla morte dell'Avvocato il testamento morale sotto la Mole era chiaro: vendere la Fiat e salvare Ferrari, Stampa e Juventus. Marchionne ha ribaltato il concetto: far fruttare le auto e rendere indipendenti pallone, quotidiano e Maranello. A costo di cedere le quote del giornale a Carlo De Benedetti e di disarcionare dopo 20 anni Luca Cordero di Montezemolo dal Cavallino. Rigoroso, nessun assistenzialismo. Ma in nome del fiuto per il marketing, prima di entrare in clinica ha dato l'ok all'operazione Cristiano Ronaldo. «La leadership non è anarchia, in una grande azienda chi comanda è un uomo solo», ama ripetere mentre i numeri lo premiano: ha preso la Fiat con 4,4 miliardi di debiti (diventati 9,7 miliardi con l'acquisizione di Chrysler) e l'ha portata a 5 miliardi di utile. Adesso le azioni valgono sei volte di più. E qui Marchionne è coerente con il suo stile da John Wayne e con il calvinismo insito nei pullover con zip e girocollo: nel 2014 decide che è arrivato il momento di spacchettare il fabbricone degli Agnelli (con John Elkann a fungere da bandiera) e di portarlo a pezzi nel mondo. Nasce Fca, Fiat Chrysler automobiles, con sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, quotata a Wall Street. L'allora premier Matteo Renzi è così spaesato da inchinarsi deferente e accompagnare alla frontiera con i fiori Marchionne ed Elkann. «Li ha pure ringraziati indicandoli ad esempio. Non ha pensato neppure per un attimo a una sorta di exit tax. In Francia, Germania, Stati Uniti non sarebbe mai accaduto», scrive Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti (o quasi). Entrato al Lingotto nel 2004 in un clima da Saigon con un'azienda che perdeva 2 milioni al giorno, Marchionne ha fatto il miracolo arrivando in ufficio all'alba e fumando due pacchetti di sigarette al giorno (poi sostituite dal vapore acqueo). «Mi rilasso ascoltando arie di Maria Callas e cucinando ragù alla bolognese, la mia specialità». Lo aveva scoperto Umberto Agnelli alla Sgs di Ginevra, di cui la famiglia era azionista. Il fratello dell'Avvocato era incuriosito dal fatto che quel piccolo italocanadese fosse riuscito a mandare avanti il gruppo chimico Serono mentre il proprietario Ernesto Bertarelli stava in barca a vincere la Coppa America con Alinghi. Le prime parole dell'uomo del destino nel grigiore della depressione torinese furono queste: «Fiat ce la farà, il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione. Prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici». Quel giorno portava la cravatta. Giorgio Gandola
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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