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2023-10-09
Mafie straniere in Italia, ecco le più pericolose
iStock
Mentre in Italia si dibatte di pericoli immaginari come il ritorno del fascismo e si difendono i facinorosi che attaccano le forze di polizia che poi piangono quando si prendono le giuste manganellate da chi rischia la propria vita ogni giorno per 1.200 euro al mese, nel Belpaese le vere emergenze sono altre. Una tra le tante (purtroppo) è quella legata alla criminalità organizzata della quale parla diffusamente la relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) relativa al secondo semestre del 2022. Si legge come la Dia ha sequestrato beni per 31 milioni di euro (a fronte dei 92,8 milioni sequestrati nel primo semestre dello stesso anno) e confiscato beni per 181,4 milioni (43,4 nel primo semestre). In particolare, nel periodo in questione, i sequestri hanno colpito per 0,7 milioni la ‘ndrangheta, per 1,2 milioni Cosa nostra, per 6,4 milioni la camorra e per 22 milioni altre organizzazioni criminali; le confische hanno riguardato per 177,6 milioni la ‘ndrangheta, per 1,1 milioni Cosa nostra, per 1,2 milioni la camorra e per 1,4 milioni altre organizzazioni. Questi sequestri sono una goccia nell’oceano di denaro nel quale nuota la criminalità organizzata in Italia, che ha volume d’affari annuo stimato in 40 miliardi di euro, oltre il 2% del nostro Pil.
Se pensiamo alla ‘ndrangheta che secondo le ultime indagini della Dia nel 2022 vanta un esercito di 250.000 affiliati nel mondo e più di 400.000 favoreggiatori tra affiliati e non affiliati solo in Calabria e che ha un fatturato globale annuo di circa 150 miliardi di euro, questi sequestri sono fisiologici e non fanno male all’organizzazione che i soldi da tempo non li conta più ma li pesa, talmente sono tanti.
Se la criminalità organizzata italiana dilaga in tutto il Paese dove mette le mani in tutti gli affari, in tutti gli appalti pubblici e tratta da pari a pari con il potere politico, non meno preoccupante è la crescita delle organizzazioni criminali straniere tanto che per la Dia «il crimine organizzato di matrice etnica costituisce, da tempo, una componente ormai stabile e consolidata nel complessivo scenario criminale nazionale». Le organizzazioni criminali straniere costituiscono spesso l’avamposto di più articolate organizzazioni radicate nei territori di origine, quali l’Africa, l’est Europa, la Cina e anche il sud-America. È inoltre da sottolineare, scrive la Dia, «come sul piano internazionale, queste organizzazioni risultano spesso egemoni nella gestione di intere filiere illecite delle quali possono anche controllare i costi, proponendosi con marcata competitività per stringere accordi e alleanze funzionali a una reciproca convenienza con i sodalizi autoctoni, anche di tipo mafioso»
In Italia la criminalità organizzata straniera risulta prevalentemente costituita da sodalizi extracomunitari, con la sola eccezione della componente romena. In proposito la Dia osserva che, «dai rapporti annuali sui flussi migratori si rileva che in Italia, al 1° gennaio 2022, risultano presenti 3.561.540 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti. Peraltro, appare utile osservare che il maggior numero di extracomunitari residenti si registra nel settentrione con il 61,7% di presenze, mentre il 24% si trova nel centro Italia e solo il 14,2% risulta stanziale nel Mezzogiorno».
Le organizzazioni criminali albanesi sono sempre più pericolose visto che oltre a collaborare con la ‘ndrangheta possono contare su una vasta rete di persone che vivono nel nord Europa in prossimità dei principali porti mercantili (Anversa, Rotterdam e Amburgo) dove talvolta lavorano regolarmente. Questi gruppi costituiscono una vera e propria realtà criminale visto che sono fornitori di materia prima e corrieri e spacciatori, essendosi radicati in diversi Paesi europei e avendo instaurato rapporti stabili con i trafficanti di droga in ogni parte del globo. La criminalità organizzata albanese tratta da pari a pari con i narcos colombiani e in Paesi come l’Ecuador detta legge ammazzando chiunque si metta di traverso nei loro affari con i narcos messicani. Per la Dia le organizzazioni albanesi «manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga e di armi illegali».
La temutissima criminalità nigeriana, si legge nel report della Dia, «ha replicato nel continente europeo i modelli costituiti in Nigeria a seguito dell’involuzione criminale delle confraternite universitarie (cults) variamente denominate (Eye, Black Axe, Viking, Maphite) che si sono insediate anche in quasi tutte le aree della penisola con presenze più o meno attive». Le attività dei vari gruppi criminali nigeriani spaziano dallo sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, immigrazione illegale, spaccio di stupefacenti, frodi informatiche e riciclaggio.
Recenti inchieste giudiziarie hanno riacceso le luci sulla criminalità cinese strutturata per la Dia «secondo modalità essenzialmente gerarchiche, incentrate principalmente su relazioni familiari e solidaristiche». Impossibile o quasi riuscire a comprendere le dinamiche interne visto che «si tratta in particolare di sodalizi chiusi e, quindi, impenetrabili alle contaminazioni o collaborazioni esterne». La criminalità organizzata cinese si occupa di estorsioni e di rapine perpetrate ai propri connazionali, dello sfruttamento della prostituzione, reati finanziari tra i quali il riciclaggio e attività illecite di money transfer, contraffazione, lavoro nero, scommesse clandestine e gioco d’azzardo. Inoltre si occupa di detenzione e spaccio di metanfetamina che per la Dia «è trattata pressoché in regime di monopolio da pusher cinesi».
Non meno pericolosa è la criminalità organizzata sudamericana che opera soprattutto nel nord Italia e, in misura minore, nel Lazio. Non si contano più i fatti di cronaca che vedono le varie pandillas affrontarsi a colpi di machete. Questi gruppi, oltre a essere dediti alla commissione di reati contro il patrimonio e allo sfruttamento della prostituzione, collaborano con altre mafie straniere e talvolta italiane nella gestione dei traffici di droga proveniente dai loro Paesi d’origine.
La relazione della Dia fa emergere come i gruppi criminali balcanici e dei Paesi dell’ex Urss «hanno evidenziato nel tempo la propensione per i reati contro il patrimonio, il traffico di stupefacenti e di armi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando e i furti di rame». Le organizzazioni criminali romene sarebbero attive anche nell’intermediazione illecita e nello sfruttamento del cosiddetto caporalato e della prostituzione talvolta in accordo con italiani.
In questo scenario non possono mancare le organizzazioni criminali formate da soggetti provenienti dai Paesi del Medio Oriente e del Sud-est asiatico, che «sono attive principalmente nel favoreggiamento del’'immigrazione clandestina, nello sfruttamento del lavoro nero e nel traffico di stupefacenti, spesso perpetrati unitamente allo sfruttamento della prostituzione». Quant’è il fatturato di queste organizzazioni criminali straniere? Impossibile saperlo, tuttavia il traffico di esseri umani vale 30 miliardi ogni anno solo in Europa ed è lecito pensare che molto di quel denaro arrivi alle mafie straniere (e non solo) nel nostro Paese preso d’assalto da migliaia di disperati che arrivano dal Mediterraneo.
«Così i boss indiani si rafforzano»
Giovanni Giacalone è un analista di sicurezza per Itstime, centro di ricerca dell’Università Cattolica.
Come è organizzata la mafia indiana in Italia e quali sono le regioni dove opera?
«Più che mafia indiana, potremmo definirla “mafia Sikh” o “mafia Punjabi”, tenendo ben presente che la religione non c’entra assolutamente nulla, ma piuttosto che i membri di tali organizzazioni criminali fanno parte di questa comunità che ne è a sua volta vittima. Le organizzazioni hanno solitamente un capo o “Baba”, un personaggio ben radicato all’interno della comunità che conosce tutti e soprattutto è al corrente delle questioni economiche e private di tutti grazie a una rete di informatori. Questi soggetti utilizzano spesso il luogo di culto Sikh per tessere relazioni, ovviamente a danno della stessa comunità religiosa. Le organizzazioni hanno le mani un po’ su tutti i business della comunità Sikh, dal commercio al giardinaggio, dai trasporti alla stessa gestione dei templi. A Pordenone ad esempio, recentemente si sono verificati una serie di episodi tra cui l’incendio di due auto e una spedizione punitiva a casa di un responsabile dei templi; la stampa locale ha parlato di scontro tra fazioni per la gestione di quest’ultimo. La “piovra” è presente un po’ ovunque vi siano consistenti comunità Sikh. In Italia abbiamo avuto casi nelle zone di Carpi, Reggio Emilia, Brescia, Cremona, Latina e Pordenone. È un tipo di criminalità che trova terreno fertile perché queste comunità sono ermetiche, impenetrabili per i non Sikh e vige forte omertà. In molti casi denunciare alle autorità è considerata una vergogna perché “i panni sporchi si devono lavare in casa” e in ogni caso si temono vendette anche nei confronti dei parenti in India».
Quali sono i business nei quali sono coinvolti?
«Il meccanismo è quello classico delle mafie, dunque si prendono di mira attività commerciali di ogni tipo, ovviamente gestite da connazionali, per farsi pagare la protezione; vengono messe in atto estorsioni a suon di minacce e aggressioni anche con spade e in alcuni casi con armi da fuoco. C’è poi tutto il giro legato al traffico di immigrati provenienti da India e Pakistan e diretti in Europa, un affare colossale; la gestione di servizi ai nuovi arrivati, ovviamente in cambio di somme spropositate; il racket dei trasporti, lo sfruttamento del lavoro nei campi ed anche il rilascio di documenti e patenti false. In più, ci sono anche gli omicidi su commissione».
Da quali zone dell’India provengono i membri di queste organizzazioni?
«Prevalentemente dal Punjab indiano e pakistano, tant’è che in India si parla più che altro di “Punjabi Mafia”, ma in alcuni casi anche dal Rajasthan, Haryana ed anche dalla zona di New Delhi. Lo scorso maggio India Today ha dedicato un approfondimento proprio alla criminalità organizzata del nord-ovest dell’India ed in particolare il Punjab, zona dove il fenomeno è talmente diffuso che lo stesso cinema indiano, Bollywood, ha prodotto numerosi film e serie tv sul tema. Tra i vari dettagli, l’approfondimento di India Today cita l’Italia tra i vari Paesi dove queste organizzazioni criminali sono operative. Due dei più noti boss della mafia Sikh nel Punjab sono Davinder Bambiha e il suo rivale Lawrence Bishnoi, quest’ultimo indicato come mandante e organizzatore dell’omicidio del noto cantante Sidhu Moose Wala, freddato a colpi di arma da fuoco a Mansa (Punjab) nel maggio del 2022 mentre si trovava a bordo della propria auto».
Mantengono legami con le organizzazioni criminali in India?
«Spesso si, anche perché molti di questi personaggi hanno precedenti penali in India, continuano a seguire i loro affari nelle zone di origine e con gli introiti generati dalle attività illegali in Europa comprano terreni in India, allargano i propri business e stringono alleanze».
«Adesso c’è il rischio che i diversi clan si scontrino tra loro»
Salvatore Calleri, storico collaboratore del magistrato antimafia Antonino Caponnetto, è presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.
Scorrendo il rapporto del secondo semestre 2022 della Direzione investigativa antimafia, emerge il fatto che le organizzazioni criminali straniere si stanno sempre di più affermando in Italia. Significa che le mafie italiane, a parte la ‘ndrangheta, sono in declino oppure tutto questo va letto diversamente?
«No, per il momento non si registra un declino delle mafie italiane. Va però detto che è finito il loro monopolio nel nostro Paese. D’altronde è da anni che le nostre mafie vanno all’estero e in alcuni casi sono state pure imitate per via del loro prestigio. Si pensi al riguardo alla fama di Matteo Messina Denaro nel mondo, preso come esempio e diventato un mito. Cosa nostra è un brand che tira e il fascino criminale si estende pure alle altre mafie».
Non c’è il rischio che un giorno queste organizzazioni tentino di soppiantare le mafie italiane?
«Il rischio che le mafie tra di loro si scontrino, sebbene non probabile, non è impossibile. Il rischio maggiore è che si scontrino singoli clan o all’interno della stessa tipologia mafiosa o all’esterno, come avvenuto in Canada tra la famiglia dei Rizzuto, egemone a Montreal e collegata a Cosa nostra americana, ed alcuni calabresi collegati al Siderno group, situazione ancora in definizione. Quindi una guerra tra clan e non tra mafie. Questo scenario potrebbe essere plausibile pure in futuro in Italia, ma con le mafie autoctone non in discussione».
E se così fosse potremmo assistere una guerra tra mafie come avviene in Messico?
«La regola in Italia è quella di collaborare tra mafie diverse, quindi uno scenario di instabilità come avviene in Messico non lo vedo, però in un futuro prossimo si potrebbe assistere ad uno scenario preoccupante e similare: una maggiore instabilità derivante dal confronto all’interno di clan stranieri, come nei casi recenti che hanno riguardato due gruppi georgiani che si confrontano duramente da anni. Vale lo stesso per i clan nigeriani, albanesi e cinesi. Poi il formarsi sempre più di gang straniere o miste straniere in guerra tra loro, provenienti da Paesi in difficoltà economica, aumenterà comunque la instabilità».
A questo proposito che cosa farebbe la ‘ndrangheta?
«La ‘ndrangheta è sufficientemente efferata per fronteggiare chi le potrebbe dare fastidio. Tra l’altro non è vero che le mafie non sparano più, le mafie sparano sempre quando serve e hanno pure i loro arsenali pronti all’uso. Questo discorso vale per le principali mafie italiane. Ricordiamoci inoltre che i clan calabresi conoscono bene i narcos e non sono, così come i clan siciliani, in un rapporto di sudditanza. Durante la guerra di mafia in Canada i siculo-americani uccisero un loro avversario ad Acapulco in piena terra narcos senza alcun problema».
Tra le tante mafie straniere qual è quella più pericolosa e perché?
«A mio parere le mafie straniere di serie A sono quelle più pericolose, in quanto paritarie con le mafie italiane e spesso in affari assieme a queste ultime. I gruppi da seguire con più attenzione sono i narcomafiosi albanesi. Questi hanno un canale diretto con i narcos colombiani e messicani senza bisogno di alcuna forma di intermediazione altrui. Si sono col tempo modernizzati, mantenendo se serve una notevole violenza ma presentandosi poi pure come solidi e tranquilli investitori. Poi i loro vincoli familiari li rendono particolarmente solidi come struttura associativa. I clan albanesi spesso collaborano con i clan italiani, in primis calabresi e pugliesi. Altra criminalità interessante è quella cinese, che ha tre tipologie in cui si manifesta: le triadi, vere e proprie mafie che sono strutturate verticalmente al proprio interno e orizzontalmente all’esterno; le gang più giovanili; e la mafia economica, che gestisce il trasporto dei soldi all’estero tramite la valuta elettronica oppure i sistemi più tradizionali dei soldi che vengono consegnati a degli sportelli presenti sul territorio, spesso piccoli negozi, in collegamento con tutto il mondo. Lo fanno pure per i clan italiani. Attenzione va posta anche ai clan nigeriani, che sono in ascesa ed avranno presto nuova manovalanza in arrivo dal Centrafrica grazie alla crisi ivi esistente. Valuterei poi un eventuale arrivo in Italia della Mocro Maffia dal Belgio e dall’Olanda, terribile forma criminale che non teme nessuno. Terrei pure d’occhio le nuove gang e le pandillas, in primis le salvadoregne in fuga dalla patria dove è in atto una forte strategia di contrasto».
L’apparato legislativo è adeguato alla minaccia?
«L’apparato italiano è il migliore al mondo. L’importante è non metterlo in discussione, trattando i mafiosi ed i narcos come meritano mantenendo il cosiddetto doppio binario ossia la nostra normativa antimafia che all’estero ci invidiano».
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L’ultimo report della Dia traccia una mappa delle organizzazioni criminali nel nostro territorio. Dagli albanesi (armi e droga) ai nigeriani (prostituzione e clandestini) agli impenetrabili cinesi.Lo studioso Giovanni Giacalone: «Usano i templi Sikh per tessere relazioni e contano sull’omertà della comunità, che si vergogna a denunciare e teme ritorsioni sui parenti rimasti in patria».L’esperto Salvatore Calleri: «Le cosche nostrane hanno perso il monopolio, ma non sono in declino. Importante mantenere le leggi speciali».Lo speciale contiene due articoliMentre in Italia si dibatte di pericoli immaginari come il ritorno del fascismo e si difendono i facinorosi che attaccano le forze di polizia che poi piangono quando si prendono le giuste manganellate da chi rischia la propria vita ogni giorno per 1.200 euro al mese, nel Belpaese le vere emergenze sono altre. Una tra le tante (purtroppo) è quella legata alla criminalità organizzata della quale parla diffusamente la relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) relativa al secondo semestre del 2022. Si legge come la Dia ha sequestrato beni per 31 milioni di euro (a fronte dei 92,8 milioni sequestrati nel primo semestre dello stesso anno) e confiscato beni per 181,4 milioni (43,4 nel primo semestre). In particolare, nel periodo in questione, i sequestri hanno colpito per 0,7 milioni la ‘ndrangheta, per 1,2 milioni Cosa nostra, per 6,4 milioni la camorra e per 22 milioni altre organizzazioni criminali; le confische hanno riguardato per 177,6 milioni la ‘ndrangheta, per 1,1 milioni Cosa nostra, per 1,2 milioni la camorra e per 1,4 milioni altre organizzazioni. Questi sequestri sono una goccia nell’oceano di denaro nel quale nuota la criminalità organizzata in Italia, che ha volume d’affari annuo stimato in 40 miliardi di euro, oltre il 2% del nostro Pil. Se pensiamo alla ‘ndrangheta che secondo le ultime indagini della Dia nel 2022 vanta un esercito di 250.000 affiliati nel mondo e più di 400.000 favoreggiatori tra affiliati e non affiliati solo in Calabria e che ha un fatturato globale annuo di circa 150 miliardi di euro, questi sequestri sono fisiologici e non fanno male all’organizzazione che i soldi da tempo non li conta più ma li pesa, talmente sono tanti. Se la criminalità organizzata italiana dilaga in tutto il Paese dove mette le mani in tutti gli affari, in tutti gli appalti pubblici e tratta da pari a pari con il potere politico, non meno preoccupante è la crescita delle organizzazioni criminali straniere tanto che per la Dia «il crimine organizzato di matrice etnica costituisce, da tempo, una componente ormai stabile e consolidata nel complessivo scenario criminale nazionale». Le organizzazioni criminali straniere costituiscono spesso l’avamposto di più articolate organizzazioni radicate nei territori di origine, quali l’Africa, l’est Europa, la Cina e anche il sud-America. È inoltre da sottolineare, scrive la Dia, «come sul piano internazionale, queste organizzazioni risultano spesso egemoni nella gestione di intere filiere illecite delle quali possono anche controllare i costi, proponendosi con marcata competitività per stringere accordi e alleanze funzionali a una reciproca convenienza con i sodalizi autoctoni, anche di tipo mafioso»In Italia la criminalità organizzata straniera risulta prevalentemente costituita da sodalizi extracomunitari, con la sola eccezione della componente romena. In proposito la Dia osserva che, «dai rapporti annuali sui flussi migratori si rileva che in Italia, al 1° gennaio 2022, risultano presenti 3.561.540 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti. Peraltro, appare utile osservare che il maggior numero di extracomunitari residenti si registra nel settentrione con il 61,7% di presenze, mentre il 24% si trova nel centro Italia e solo il 14,2% risulta stanziale nel Mezzogiorno».Le organizzazioni criminali albanesi sono sempre più pericolose visto che oltre a collaborare con la ‘ndrangheta possono contare su una vasta rete di persone che vivono nel nord Europa in prossimità dei principali porti mercantili (Anversa, Rotterdam e Amburgo) dove talvolta lavorano regolarmente. Questi gruppi costituiscono una vera e propria realtà criminale visto che sono fornitori di materia prima e corrieri e spacciatori, essendosi radicati in diversi Paesi europei e avendo instaurato rapporti stabili con i trafficanti di droga in ogni parte del globo. La criminalità organizzata albanese tratta da pari a pari con i narcos colombiani e in Paesi come l’Ecuador detta legge ammazzando chiunque si metta di traverso nei loro affari con i narcos messicani. Per la Dia le organizzazioni albanesi «manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga e di armi illegali». La temutissima criminalità nigeriana, si legge nel report della Dia, «ha replicato nel continente europeo i modelli costituiti in Nigeria a seguito dell’involuzione criminale delle confraternite universitarie (cults) variamente denominate (Eye, Black Axe, Viking, Maphite) che si sono insediate anche in quasi tutte le aree della penisola con presenze più o meno attive». Le attività dei vari gruppi criminali nigeriani spaziano dallo sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, immigrazione illegale, spaccio di stupefacenti, frodi informatiche e riciclaggio. Recenti inchieste giudiziarie hanno riacceso le luci sulla criminalità cinese strutturata per la Dia «secondo modalità essenzialmente gerarchiche, incentrate principalmente su relazioni familiari e solidaristiche». Impossibile o quasi riuscire a comprendere le dinamiche interne visto che «si tratta in particolare di sodalizi chiusi e, quindi, impenetrabili alle contaminazioni o collaborazioni esterne». La criminalità organizzata cinese si occupa di estorsioni e di rapine perpetrate ai propri connazionali, dello sfruttamento della prostituzione, reati finanziari tra i quali il riciclaggio e attività illecite di money transfer, contraffazione, lavoro nero, scommesse clandestine e gioco d’azzardo. Inoltre si occupa di detenzione e spaccio di metanfetamina che per la Dia «è trattata pressoché in regime di monopolio da pusher cinesi». Non meno pericolosa è la criminalità organizzata sudamericana che opera soprattutto nel nord Italia e, in misura minore, nel Lazio. Non si contano più i fatti di cronaca che vedono le varie pandillas affrontarsi a colpi di machete. Questi gruppi, oltre a essere dediti alla commissione di reati contro il patrimonio e allo sfruttamento della prostituzione, collaborano con altre mafie straniere e talvolta italiane nella gestione dei traffici di droga proveniente dai loro Paesi d’origine.La relazione della Dia fa emergere come i gruppi criminali balcanici e dei Paesi dell’ex Urss «hanno evidenziato nel tempo la propensione per i reati contro il patrimonio, il traffico di stupefacenti e di armi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando e i furti di rame». Le organizzazioni criminali romene sarebbero attive anche nell’intermediazione illecita e nello sfruttamento del cosiddetto caporalato e della prostituzione talvolta in accordo con italiani. In questo scenario non possono mancare le organizzazioni criminali formate da soggetti provenienti dai Paesi del Medio Oriente e del Sud-est asiatico, che «sono attive principalmente nel favoreggiamento del’'immigrazione clandestina, nello sfruttamento del lavoro nero e nel traffico di stupefacenti, spesso perpetrati unitamente allo sfruttamento della prostituzione». Quant’è il fatturato di queste organizzazioni criminali straniere? Impossibile saperlo, tuttavia il traffico di esseri umani vale 30 miliardi ogni anno solo in Europa ed è lecito pensare che molto di quel denaro arrivi alle mafie straniere (e non solo) nel nostro Paese preso d’assalto da migliaia di disperati che arrivano dal Mediterraneo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafie-straniere-in-italia-ecco-le-piu-pericolose-2665826279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-i-boss-indiani-si-rafforzano" data-post-id="2665826279" data-published-at="1696748937" data-use-pagination="False"> «Così i boss indiani si rafforzano» Giovanni Giacalone è un analista di sicurezza per Itstime, centro di ricerca dell’Università Cattolica. Come è organizzata la mafia indiana in Italia e quali sono le regioni dove opera? «Più che mafia indiana, potremmo definirla “mafia Sikh” o “mafia Punjabi”, tenendo ben presente che la religione non c’entra assolutamente nulla, ma piuttosto che i membri di tali organizzazioni criminali fanno parte di questa comunità che ne è a sua volta vittima. Le organizzazioni hanno solitamente un capo o “Baba”, un personaggio ben radicato all’interno della comunità che conosce tutti e soprattutto è al corrente delle questioni economiche e private di tutti grazie a una rete di informatori. Questi soggetti utilizzano spesso il luogo di culto Sikh per tessere relazioni, ovviamente a danno della stessa comunità religiosa. Le organizzazioni hanno le mani un po’ su tutti i business della comunità Sikh, dal commercio al giardinaggio, dai trasporti alla stessa gestione dei templi. A Pordenone ad esempio, recentemente si sono verificati una serie di episodi tra cui l’incendio di due auto e una spedizione punitiva a casa di un responsabile dei templi; la stampa locale ha parlato di scontro tra fazioni per la gestione di quest’ultimo. La “piovra” è presente un po’ ovunque vi siano consistenti comunità Sikh. In Italia abbiamo avuto casi nelle zone di Carpi, Reggio Emilia, Brescia, Cremona, Latina e Pordenone. È un tipo di criminalità che trova terreno fertile perché queste comunità sono ermetiche, impenetrabili per i non Sikh e vige forte omertà. In molti casi denunciare alle autorità è considerata una vergogna perché “i panni sporchi si devono lavare in casa” e in ogni caso si temono vendette anche nei confronti dei parenti in India». Quali sono i business nei quali sono coinvolti? «Il meccanismo è quello classico delle mafie, dunque si prendono di mira attività commerciali di ogni tipo, ovviamente gestite da connazionali, per farsi pagare la protezione; vengono messe in atto estorsioni a suon di minacce e aggressioni anche con spade e in alcuni casi con armi da fuoco. C’è poi tutto il giro legato al traffico di immigrati provenienti da India e Pakistan e diretti in Europa, un affare colossale; la gestione di servizi ai nuovi arrivati, ovviamente in cambio di somme spropositate; il racket dei trasporti, lo sfruttamento del lavoro nei campi ed anche il rilascio di documenti e patenti false. In più, ci sono anche gli omicidi su commissione». Da quali zone dell’India provengono i membri di queste organizzazioni? «Prevalentemente dal Punjab indiano e pakistano, tant’è che in India si parla più che altro di “Punjabi Mafia”, ma in alcuni casi anche dal Rajasthan, Haryana ed anche dalla zona di New Delhi. Lo scorso maggio India Today ha dedicato un approfondimento proprio alla criminalità organizzata del nord-ovest dell’India ed in particolare il Punjab, zona dove il fenomeno è talmente diffuso che lo stesso cinema indiano, Bollywood, ha prodotto numerosi film e serie tv sul tema. Tra i vari dettagli, l’approfondimento di India Today cita l’Italia tra i vari Paesi dove queste organizzazioni criminali sono operative. Due dei più noti boss della mafia Sikh nel Punjab sono Davinder Bambiha e il suo rivale Lawrence Bishnoi, quest’ultimo indicato come mandante e organizzatore dell’omicidio del noto cantante Sidhu Moose Wala, freddato a colpi di arma da fuoco a Mansa (Punjab) nel maggio del 2022 mentre si trovava a bordo della propria auto». Mantengono legami con le organizzazioni criminali in India? «Spesso si, anche perché molti di questi personaggi hanno precedenti penali in India, continuano a seguire i loro affari nelle zone di origine e con gli introiti generati dalle attività illegali in Europa comprano terreni in India, allargano i propri business e stringono alleanze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafie-straniere-in-italia-ecco-le-piu-pericolose-2665826279.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="adesso-ce-il-rischio-che-i-diversi-clan-si-scontrino-tra-loro" data-post-id="2665826279" data-published-at="1696748937" data-use-pagination="False"> «Adesso c’è il rischio che i diversi clan si scontrino tra loro» Salvatore Calleri, storico collaboratore del magistrato antimafia Antonino Caponnetto, è presidente della Fondazione Antonino Caponnetto. Scorrendo il rapporto del secondo semestre 2022 della Direzione investigativa antimafia, emerge il fatto che le organizzazioni criminali straniere si stanno sempre di più affermando in Italia. Significa che le mafie italiane, a parte la ‘ndrangheta, sono in declino oppure tutto questo va letto diversamente? «No, per il momento non si registra un declino delle mafie italiane. Va però detto che è finito il loro monopolio nel nostro Paese. D’altronde è da anni che le nostre mafie vanno all’estero e in alcuni casi sono state pure imitate per via del loro prestigio. Si pensi al riguardo alla fama di Matteo Messina Denaro nel mondo, preso come esempio e diventato un mito. Cosa nostra è un brand che tira e il fascino criminale si estende pure alle altre mafie». Non c’è il rischio che un giorno queste organizzazioni tentino di soppiantare le mafie italiane? «Il rischio che le mafie tra di loro si scontrino, sebbene non probabile, non è impossibile. Il rischio maggiore è che si scontrino singoli clan o all’interno della stessa tipologia mafiosa o all’esterno, come avvenuto in Canada tra la famiglia dei Rizzuto, egemone a Montreal e collegata a Cosa nostra americana, ed alcuni calabresi collegati al Siderno group, situazione ancora in definizione. Quindi una guerra tra clan e non tra mafie. Questo scenario potrebbe essere plausibile pure in futuro in Italia, ma con le mafie autoctone non in discussione». E se così fosse potremmo assistere una guerra tra mafie come avviene in Messico? «La regola in Italia è quella di collaborare tra mafie diverse, quindi uno scenario di instabilità come avviene in Messico non lo vedo, però in un futuro prossimo si potrebbe assistere ad uno scenario preoccupante e similare: una maggiore instabilità derivante dal confronto all’interno di clan stranieri, come nei casi recenti che hanno riguardato due gruppi georgiani che si confrontano duramente da anni. Vale lo stesso per i clan nigeriani, albanesi e cinesi. Poi il formarsi sempre più di gang straniere o miste straniere in guerra tra loro, provenienti da Paesi in difficoltà economica, aumenterà comunque la instabilità». A questo proposito che cosa farebbe la ‘ndrangheta? «La ‘ndrangheta è sufficientemente efferata per fronteggiare chi le potrebbe dare fastidio. Tra l’altro non è vero che le mafie non sparano più, le mafie sparano sempre quando serve e hanno pure i loro arsenali pronti all’uso. Questo discorso vale per le principali mafie italiane. Ricordiamoci inoltre che i clan calabresi conoscono bene i narcos e non sono, così come i clan siciliani, in un rapporto di sudditanza. Durante la guerra di mafia in Canada i siculo-americani uccisero un loro avversario ad Acapulco in piena terra narcos senza alcun problema». Tra le tante mafie straniere qual è quella più pericolosa e perché? «A mio parere le mafie straniere di serie A sono quelle più pericolose, in quanto paritarie con le mafie italiane e spesso in affari assieme a queste ultime. I gruppi da seguire con più attenzione sono i narcomafiosi albanesi. Questi hanno un canale diretto con i narcos colombiani e messicani senza bisogno di alcuna forma di intermediazione altrui. Si sono col tempo modernizzati, mantenendo se serve una notevole violenza ma presentandosi poi pure come solidi e tranquilli investitori. Poi i loro vincoli familiari li rendono particolarmente solidi come struttura associativa. I clan albanesi spesso collaborano con i clan italiani, in primis calabresi e pugliesi. Altra criminalità interessante è quella cinese, che ha tre tipologie in cui si manifesta: le triadi, vere e proprie mafie che sono strutturate verticalmente al proprio interno e orizzontalmente all’esterno; le gang più giovanili; e la mafia economica, che gestisce il trasporto dei soldi all’estero tramite la valuta elettronica oppure i sistemi più tradizionali dei soldi che vengono consegnati a degli sportelli presenti sul territorio, spesso piccoli negozi, in collegamento con tutto il mondo. Lo fanno pure per i clan italiani. Attenzione va posta anche ai clan nigeriani, che sono in ascesa ed avranno presto nuova manovalanza in arrivo dal Centrafrica grazie alla crisi ivi esistente. Valuterei poi un eventuale arrivo in Italia della Mocro Maffia dal Belgio e dall’Olanda, terribile forma criminale che non teme nessuno. Terrei pure d’occhio le nuove gang e le pandillas, in primis le salvadoregne in fuga dalla patria dove è in atto una forte strategia di contrasto». L’apparato legislativo è adeguato alla minaccia? «L’apparato italiano è il migliore al mondo. L’importante è non metterlo in discussione, trattando i mafiosi ed i narcos come meritano mantenendo il cosiddetto doppio binario ossia la nostra normativa antimafia che all’estero ci invidiano».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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