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2023-10-09
Mafie straniere in Italia, ecco le più pericolose
iStock
Mentre in Italia si dibatte di pericoli immaginari come il ritorno del fascismo e si difendono i facinorosi che attaccano le forze di polizia che poi piangono quando si prendono le giuste manganellate da chi rischia la propria vita ogni giorno per 1.200 euro al mese, nel Belpaese le vere emergenze sono altre. Una tra le tante (purtroppo) è quella legata alla criminalità organizzata della quale parla diffusamente la relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) relativa al secondo semestre del 2022. Si legge come la Dia ha sequestrato beni per 31 milioni di euro (a fronte dei 92,8 milioni sequestrati nel primo semestre dello stesso anno) e confiscato beni per 181,4 milioni (43,4 nel primo semestre). In particolare, nel periodo in questione, i sequestri hanno colpito per 0,7 milioni la ‘ndrangheta, per 1,2 milioni Cosa nostra, per 6,4 milioni la camorra e per 22 milioni altre organizzazioni criminali; le confische hanno riguardato per 177,6 milioni la ‘ndrangheta, per 1,1 milioni Cosa nostra, per 1,2 milioni la camorra e per 1,4 milioni altre organizzazioni. Questi sequestri sono una goccia nell’oceano di denaro nel quale nuota la criminalità organizzata in Italia, che ha volume d’affari annuo stimato in 40 miliardi di euro, oltre il 2% del nostro Pil.
Se pensiamo alla ‘ndrangheta che secondo le ultime indagini della Dia nel 2022 vanta un esercito di 250.000 affiliati nel mondo e più di 400.000 favoreggiatori tra affiliati e non affiliati solo in Calabria e che ha un fatturato globale annuo di circa 150 miliardi di euro, questi sequestri sono fisiologici e non fanno male all’organizzazione che i soldi da tempo non li conta più ma li pesa, talmente sono tanti.
Se la criminalità organizzata italiana dilaga in tutto il Paese dove mette le mani in tutti gli affari, in tutti gli appalti pubblici e tratta da pari a pari con il potere politico, non meno preoccupante è la crescita delle organizzazioni criminali straniere tanto che per la Dia «il crimine organizzato di matrice etnica costituisce, da tempo, una componente ormai stabile e consolidata nel complessivo scenario criminale nazionale». Le organizzazioni criminali straniere costituiscono spesso l’avamposto di più articolate organizzazioni radicate nei territori di origine, quali l’Africa, l’est Europa, la Cina e anche il sud-America. È inoltre da sottolineare, scrive la Dia, «come sul piano internazionale, queste organizzazioni risultano spesso egemoni nella gestione di intere filiere illecite delle quali possono anche controllare i costi, proponendosi con marcata competitività per stringere accordi e alleanze funzionali a una reciproca convenienza con i sodalizi autoctoni, anche di tipo mafioso»
In Italia la criminalità organizzata straniera risulta prevalentemente costituita da sodalizi extracomunitari, con la sola eccezione della componente romena. In proposito la Dia osserva che, «dai rapporti annuali sui flussi migratori si rileva che in Italia, al 1° gennaio 2022, risultano presenti 3.561.540 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti. Peraltro, appare utile osservare che il maggior numero di extracomunitari residenti si registra nel settentrione con il 61,7% di presenze, mentre il 24% si trova nel centro Italia e solo il 14,2% risulta stanziale nel Mezzogiorno».
Le organizzazioni criminali albanesi sono sempre più pericolose visto che oltre a collaborare con la ‘ndrangheta possono contare su una vasta rete di persone che vivono nel nord Europa in prossimità dei principali porti mercantili (Anversa, Rotterdam e Amburgo) dove talvolta lavorano regolarmente. Questi gruppi costituiscono una vera e propria realtà criminale visto che sono fornitori di materia prima e corrieri e spacciatori, essendosi radicati in diversi Paesi europei e avendo instaurato rapporti stabili con i trafficanti di droga in ogni parte del globo. La criminalità organizzata albanese tratta da pari a pari con i narcos colombiani e in Paesi come l’Ecuador detta legge ammazzando chiunque si metta di traverso nei loro affari con i narcos messicani. Per la Dia le organizzazioni albanesi «manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga e di armi illegali».
La temutissima criminalità nigeriana, si legge nel report della Dia, «ha replicato nel continente europeo i modelli costituiti in Nigeria a seguito dell’involuzione criminale delle confraternite universitarie (cults) variamente denominate (Eye, Black Axe, Viking, Maphite) che si sono insediate anche in quasi tutte le aree della penisola con presenze più o meno attive». Le attività dei vari gruppi criminali nigeriani spaziano dallo sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, immigrazione illegale, spaccio di stupefacenti, frodi informatiche e riciclaggio.
Recenti inchieste giudiziarie hanno riacceso le luci sulla criminalità cinese strutturata per la Dia «secondo modalità essenzialmente gerarchiche, incentrate principalmente su relazioni familiari e solidaristiche». Impossibile o quasi riuscire a comprendere le dinamiche interne visto che «si tratta in particolare di sodalizi chiusi e, quindi, impenetrabili alle contaminazioni o collaborazioni esterne». La criminalità organizzata cinese si occupa di estorsioni e di rapine perpetrate ai propri connazionali, dello sfruttamento della prostituzione, reati finanziari tra i quali il riciclaggio e attività illecite di money transfer, contraffazione, lavoro nero, scommesse clandestine e gioco d’azzardo. Inoltre si occupa di detenzione e spaccio di metanfetamina che per la Dia «è trattata pressoché in regime di monopolio da pusher cinesi».
Non meno pericolosa è la criminalità organizzata sudamericana che opera soprattutto nel nord Italia e, in misura minore, nel Lazio. Non si contano più i fatti di cronaca che vedono le varie pandillas affrontarsi a colpi di machete. Questi gruppi, oltre a essere dediti alla commissione di reati contro il patrimonio e allo sfruttamento della prostituzione, collaborano con altre mafie straniere e talvolta italiane nella gestione dei traffici di droga proveniente dai loro Paesi d’origine.
La relazione della Dia fa emergere come i gruppi criminali balcanici e dei Paesi dell’ex Urss «hanno evidenziato nel tempo la propensione per i reati contro il patrimonio, il traffico di stupefacenti e di armi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando e i furti di rame». Le organizzazioni criminali romene sarebbero attive anche nell’intermediazione illecita e nello sfruttamento del cosiddetto caporalato e della prostituzione talvolta in accordo con italiani.
In questo scenario non possono mancare le organizzazioni criminali formate da soggetti provenienti dai Paesi del Medio Oriente e del Sud-est asiatico, che «sono attive principalmente nel favoreggiamento del’'immigrazione clandestina, nello sfruttamento del lavoro nero e nel traffico di stupefacenti, spesso perpetrati unitamente allo sfruttamento della prostituzione». Quant’è il fatturato di queste organizzazioni criminali straniere? Impossibile saperlo, tuttavia il traffico di esseri umani vale 30 miliardi ogni anno solo in Europa ed è lecito pensare che molto di quel denaro arrivi alle mafie straniere (e non solo) nel nostro Paese preso d’assalto da migliaia di disperati che arrivano dal Mediterraneo.
«Così i boss indiani si rafforzano»
Giovanni Giacalone è un analista di sicurezza per Itstime, centro di ricerca dell’Università Cattolica.
Come è organizzata la mafia indiana in Italia e quali sono le regioni dove opera?
«Più che mafia indiana, potremmo definirla “mafia Sikh” o “mafia Punjabi”, tenendo ben presente che la religione non c’entra assolutamente nulla, ma piuttosto che i membri di tali organizzazioni criminali fanno parte di questa comunità che ne è a sua volta vittima. Le organizzazioni hanno solitamente un capo o “Baba”, un personaggio ben radicato all’interno della comunità che conosce tutti e soprattutto è al corrente delle questioni economiche e private di tutti grazie a una rete di informatori. Questi soggetti utilizzano spesso il luogo di culto Sikh per tessere relazioni, ovviamente a danno della stessa comunità religiosa. Le organizzazioni hanno le mani un po’ su tutti i business della comunità Sikh, dal commercio al giardinaggio, dai trasporti alla stessa gestione dei templi. A Pordenone ad esempio, recentemente si sono verificati una serie di episodi tra cui l’incendio di due auto e una spedizione punitiva a casa di un responsabile dei templi; la stampa locale ha parlato di scontro tra fazioni per la gestione di quest’ultimo. La “piovra” è presente un po’ ovunque vi siano consistenti comunità Sikh. In Italia abbiamo avuto casi nelle zone di Carpi, Reggio Emilia, Brescia, Cremona, Latina e Pordenone. È un tipo di criminalità che trova terreno fertile perché queste comunità sono ermetiche, impenetrabili per i non Sikh e vige forte omertà. In molti casi denunciare alle autorità è considerata una vergogna perché “i panni sporchi si devono lavare in casa” e in ogni caso si temono vendette anche nei confronti dei parenti in India».
Quali sono i business nei quali sono coinvolti?
«Il meccanismo è quello classico delle mafie, dunque si prendono di mira attività commerciali di ogni tipo, ovviamente gestite da connazionali, per farsi pagare la protezione; vengono messe in atto estorsioni a suon di minacce e aggressioni anche con spade e in alcuni casi con armi da fuoco. C’è poi tutto il giro legato al traffico di immigrati provenienti da India e Pakistan e diretti in Europa, un affare colossale; la gestione di servizi ai nuovi arrivati, ovviamente in cambio di somme spropositate; il racket dei trasporti, lo sfruttamento del lavoro nei campi ed anche il rilascio di documenti e patenti false. In più, ci sono anche gli omicidi su commissione».
Da quali zone dell’India provengono i membri di queste organizzazioni?
«Prevalentemente dal Punjab indiano e pakistano, tant’è che in India si parla più che altro di “Punjabi Mafia”, ma in alcuni casi anche dal Rajasthan, Haryana ed anche dalla zona di New Delhi. Lo scorso maggio India Today ha dedicato un approfondimento proprio alla criminalità organizzata del nord-ovest dell’India ed in particolare il Punjab, zona dove il fenomeno è talmente diffuso che lo stesso cinema indiano, Bollywood, ha prodotto numerosi film e serie tv sul tema. Tra i vari dettagli, l’approfondimento di India Today cita l’Italia tra i vari Paesi dove queste organizzazioni criminali sono operative. Due dei più noti boss della mafia Sikh nel Punjab sono Davinder Bambiha e il suo rivale Lawrence Bishnoi, quest’ultimo indicato come mandante e organizzatore dell’omicidio del noto cantante Sidhu Moose Wala, freddato a colpi di arma da fuoco a Mansa (Punjab) nel maggio del 2022 mentre si trovava a bordo della propria auto».
Mantengono legami con le organizzazioni criminali in India?
«Spesso si, anche perché molti di questi personaggi hanno precedenti penali in India, continuano a seguire i loro affari nelle zone di origine e con gli introiti generati dalle attività illegali in Europa comprano terreni in India, allargano i propri business e stringono alleanze».
«Adesso c’è il rischio che i diversi clan si scontrino tra loro»
Salvatore Calleri, storico collaboratore del magistrato antimafia Antonino Caponnetto, è presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.
Scorrendo il rapporto del secondo semestre 2022 della Direzione investigativa antimafia, emerge il fatto che le organizzazioni criminali straniere si stanno sempre di più affermando in Italia. Significa che le mafie italiane, a parte la ‘ndrangheta, sono in declino oppure tutto questo va letto diversamente?
«No, per il momento non si registra un declino delle mafie italiane. Va però detto che è finito il loro monopolio nel nostro Paese. D’altronde è da anni che le nostre mafie vanno all’estero e in alcuni casi sono state pure imitate per via del loro prestigio. Si pensi al riguardo alla fama di Matteo Messina Denaro nel mondo, preso come esempio e diventato un mito. Cosa nostra è un brand che tira e il fascino criminale si estende pure alle altre mafie».
Non c’è il rischio che un giorno queste organizzazioni tentino di soppiantare le mafie italiane?
«Il rischio che le mafie tra di loro si scontrino, sebbene non probabile, non è impossibile. Il rischio maggiore è che si scontrino singoli clan o all’interno della stessa tipologia mafiosa o all’esterno, come avvenuto in Canada tra la famiglia dei Rizzuto, egemone a Montreal e collegata a Cosa nostra americana, ed alcuni calabresi collegati al Siderno group, situazione ancora in definizione. Quindi una guerra tra clan e non tra mafie. Questo scenario potrebbe essere plausibile pure in futuro in Italia, ma con le mafie autoctone non in discussione».
E se così fosse potremmo assistere una guerra tra mafie come avviene in Messico?
«La regola in Italia è quella di collaborare tra mafie diverse, quindi uno scenario di instabilità come avviene in Messico non lo vedo, però in un futuro prossimo si potrebbe assistere ad uno scenario preoccupante e similare: una maggiore instabilità derivante dal confronto all’interno di clan stranieri, come nei casi recenti che hanno riguardato due gruppi georgiani che si confrontano duramente da anni. Vale lo stesso per i clan nigeriani, albanesi e cinesi. Poi il formarsi sempre più di gang straniere o miste straniere in guerra tra loro, provenienti da Paesi in difficoltà economica, aumenterà comunque la instabilità».
A questo proposito che cosa farebbe la ‘ndrangheta?
«La ‘ndrangheta è sufficientemente efferata per fronteggiare chi le potrebbe dare fastidio. Tra l’altro non è vero che le mafie non sparano più, le mafie sparano sempre quando serve e hanno pure i loro arsenali pronti all’uso. Questo discorso vale per le principali mafie italiane. Ricordiamoci inoltre che i clan calabresi conoscono bene i narcos e non sono, così come i clan siciliani, in un rapporto di sudditanza. Durante la guerra di mafia in Canada i siculo-americani uccisero un loro avversario ad Acapulco in piena terra narcos senza alcun problema».
Tra le tante mafie straniere qual è quella più pericolosa e perché?
«A mio parere le mafie straniere di serie A sono quelle più pericolose, in quanto paritarie con le mafie italiane e spesso in affari assieme a queste ultime. I gruppi da seguire con più attenzione sono i narcomafiosi albanesi. Questi hanno un canale diretto con i narcos colombiani e messicani senza bisogno di alcuna forma di intermediazione altrui. Si sono col tempo modernizzati, mantenendo se serve una notevole violenza ma presentandosi poi pure come solidi e tranquilli investitori. Poi i loro vincoli familiari li rendono particolarmente solidi come struttura associativa. I clan albanesi spesso collaborano con i clan italiani, in primis calabresi e pugliesi. Altra criminalità interessante è quella cinese, che ha tre tipologie in cui si manifesta: le triadi, vere e proprie mafie che sono strutturate verticalmente al proprio interno e orizzontalmente all’esterno; le gang più giovanili; e la mafia economica, che gestisce il trasporto dei soldi all’estero tramite la valuta elettronica oppure i sistemi più tradizionali dei soldi che vengono consegnati a degli sportelli presenti sul territorio, spesso piccoli negozi, in collegamento con tutto il mondo. Lo fanno pure per i clan italiani. Attenzione va posta anche ai clan nigeriani, che sono in ascesa ed avranno presto nuova manovalanza in arrivo dal Centrafrica grazie alla crisi ivi esistente. Valuterei poi un eventuale arrivo in Italia della Mocro Maffia dal Belgio e dall’Olanda, terribile forma criminale che non teme nessuno. Terrei pure d’occhio le nuove gang e le pandillas, in primis le salvadoregne in fuga dalla patria dove è in atto una forte strategia di contrasto».
L’apparato legislativo è adeguato alla minaccia?
«L’apparato italiano è il migliore al mondo. L’importante è non metterlo in discussione, trattando i mafiosi ed i narcos come meritano mantenendo il cosiddetto doppio binario ossia la nostra normativa antimafia che all’estero ci invidiano».
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L’ultimo report della Dia traccia una mappa delle organizzazioni criminali nel nostro territorio. Dagli albanesi (armi e droga) ai nigeriani (prostituzione e clandestini) agli impenetrabili cinesi.Lo studioso Giovanni Giacalone: «Usano i templi Sikh per tessere relazioni e contano sull’omertà della comunità, che si vergogna a denunciare e teme ritorsioni sui parenti rimasti in patria».L’esperto Salvatore Calleri: «Le cosche nostrane hanno perso il monopolio, ma non sono in declino. Importante mantenere le leggi speciali».Lo speciale contiene due articoliMentre in Italia si dibatte di pericoli immaginari come il ritorno del fascismo e si difendono i facinorosi che attaccano le forze di polizia che poi piangono quando si prendono le giuste manganellate da chi rischia la propria vita ogni giorno per 1.200 euro al mese, nel Belpaese le vere emergenze sono altre. Una tra le tante (purtroppo) è quella legata alla criminalità organizzata della quale parla diffusamente la relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) relativa al secondo semestre del 2022. Si legge come la Dia ha sequestrato beni per 31 milioni di euro (a fronte dei 92,8 milioni sequestrati nel primo semestre dello stesso anno) e confiscato beni per 181,4 milioni (43,4 nel primo semestre). In particolare, nel periodo in questione, i sequestri hanno colpito per 0,7 milioni la ‘ndrangheta, per 1,2 milioni Cosa nostra, per 6,4 milioni la camorra e per 22 milioni altre organizzazioni criminali; le confische hanno riguardato per 177,6 milioni la ‘ndrangheta, per 1,1 milioni Cosa nostra, per 1,2 milioni la camorra e per 1,4 milioni altre organizzazioni. Questi sequestri sono una goccia nell’oceano di denaro nel quale nuota la criminalità organizzata in Italia, che ha volume d’affari annuo stimato in 40 miliardi di euro, oltre il 2% del nostro Pil. Se pensiamo alla ‘ndrangheta che secondo le ultime indagini della Dia nel 2022 vanta un esercito di 250.000 affiliati nel mondo e più di 400.000 favoreggiatori tra affiliati e non affiliati solo in Calabria e che ha un fatturato globale annuo di circa 150 miliardi di euro, questi sequestri sono fisiologici e non fanno male all’organizzazione che i soldi da tempo non li conta più ma li pesa, talmente sono tanti. Se la criminalità organizzata italiana dilaga in tutto il Paese dove mette le mani in tutti gli affari, in tutti gli appalti pubblici e tratta da pari a pari con il potere politico, non meno preoccupante è la crescita delle organizzazioni criminali straniere tanto che per la Dia «il crimine organizzato di matrice etnica costituisce, da tempo, una componente ormai stabile e consolidata nel complessivo scenario criminale nazionale». Le organizzazioni criminali straniere costituiscono spesso l’avamposto di più articolate organizzazioni radicate nei territori di origine, quali l’Africa, l’est Europa, la Cina e anche il sud-America. È inoltre da sottolineare, scrive la Dia, «come sul piano internazionale, queste organizzazioni risultano spesso egemoni nella gestione di intere filiere illecite delle quali possono anche controllare i costi, proponendosi con marcata competitività per stringere accordi e alleanze funzionali a una reciproca convenienza con i sodalizi autoctoni, anche di tipo mafioso»In Italia la criminalità organizzata straniera risulta prevalentemente costituita da sodalizi extracomunitari, con la sola eccezione della componente romena. In proposito la Dia osserva che, «dai rapporti annuali sui flussi migratori si rileva che in Italia, al 1° gennaio 2022, risultano presenti 3.561.540 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti. Peraltro, appare utile osservare che il maggior numero di extracomunitari residenti si registra nel settentrione con il 61,7% di presenze, mentre il 24% si trova nel centro Italia e solo il 14,2% risulta stanziale nel Mezzogiorno».Le organizzazioni criminali albanesi sono sempre più pericolose visto che oltre a collaborare con la ‘ndrangheta possono contare su una vasta rete di persone che vivono nel nord Europa in prossimità dei principali porti mercantili (Anversa, Rotterdam e Amburgo) dove talvolta lavorano regolarmente. Questi gruppi costituiscono una vera e propria realtà criminale visto che sono fornitori di materia prima e corrieri e spacciatori, essendosi radicati in diversi Paesi europei e avendo instaurato rapporti stabili con i trafficanti di droga in ogni parte del globo. La criminalità organizzata albanese tratta da pari a pari con i narcos colombiani e in Paesi come l’Ecuador detta legge ammazzando chiunque si metta di traverso nei loro affari con i narcos messicani. Per la Dia le organizzazioni albanesi «manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga e di armi illegali». La temutissima criminalità nigeriana, si legge nel report della Dia, «ha replicato nel continente europeo i modelli costituiti in Nigeria a seguito dell’involuzione criminale delle confraternite universitarie (cults) variamente denominate (Eye, Black Axe, Viking, Maphite) che si sono insediate anche in quasi tutte le aree della penisola con presenze più o meno attive». Le attività dei vari gruppi criminali nigeriani spaziano dallo sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, immigrazione illegale, spaccio di stupefacenti, frodi informatiche e riciclaggio. Recenti inchieste giudiziarie hanno riacceso le luci sulla criminalità cinese strutturata per la Dia «secondo modalità essenzialmente gerarchiche, incentrate principalmente su relazioni familiari e solidaristiche». Impossibile o quasi riuscire a comprendere le dinamiche interne visto che «si tratta in particolare di sodalizi chiusi e, quindi, impenetrabili alle contaminazioni o collaborazioni esterne». La criminalità organizzata cinese si occupa di estorsioni e di rapine perpetrate ai propri connazionali, dello sfruttamento della prostituzione, reati finanziari tra i quali il riciclaggio e attività illecite di money transfer, contraffazione, lavoro nero, scommesse clandestine e gioco d’azzardo. Inoltre si occupa di detenzione e spaccio di metanfetamina che per la Dia «è trattata pressoché in regime di monopolio da pusher cinesi». Non meno pericolosa è la criminalità organizzata sudamericana che opera soprattutto nel nord Italia e, in misura minore, nel Lazio. Non si contano più i fatti di cronaca che vedono le varie pandillas affrontarsi a colpi di machete. Questi gruppi, oltre a essere dediti alla commissione di reati contro il patrimonio e allo sfruttamento della prostituzione, collaborano con altre mafie straniere e talvolta italiane nella gestione dei traffici di droga proveniente dai loro Paesi d’origine.La relazione della Dia fa emergere come i gruppi criminali balcanici e dei Paesi dell’ex Urss «hanno evidenziato nel tempo la propensione per i reati contro il patrimonio, il traffico di stupefacenti e di armi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando e i furti di rame». Le organizzazioni criminali romene sarebbero attive anche nell’intermediazione illecita e nello sfruttamento del cosiddetto caporalato e della prostituzione talvolta in accordo con italiani. In questo scenario non possono mancare le organizzazioni criminali formate da soggetti provenienti dai Paesi del Medio Oriente e del Sud-est asiatico, che «sono attive principalmente nel favoreggiamento del’'immigrazione clandestina, nello sfruttamento del lavoro nero e nel traffico di stupefacenti, spesso perpetrati unitamente allo sfruttamento della prostituzione». Quant’è il fatturato di queste organizzazioni criminali straniere? Impossibile saperlo, tuttavia il traffico di esseri umani vale 30 miliardi ogni anno solo in Europa ed è lecito pensare che molto di quel denaro arrivi alle mafie straniere (e non solo) nel nostro Paese preso d’assalto da migliaia di disperati che arrivano dal Mediterraneo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafie-straniere-in-italia-ecco-le-piu-pericolose-2665826279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-i-boss-indiani-si-rafforzano" data-post-id="2665826279" data-published-at="1696748937" data-use-pagination="False"> «Così i boss indiani si rafforzano» Giovanni Giacalone è un analista di sicurezza per Itstime, centro di ricerca dell’Università Cattolica. Come è organizzata la mafia indiana in Italia e quali sono le regioni dove opera? «Più che mafia indiana, potremmo definirla “mafia Sikh” o “mafia Punjabi”, tenendo ben presente che la religione non c’entra assolutamente nulla, ma piuttosto che i membri di tali organizzazioni criminali fanno parte di questa comunità che ne è a sua volta vittima. Le organizzazioni hanno solitamente un capo o “Baba”, un personaggio ben radicato all’interno della comunità che conosce tutti e soprattutto è al corrente delle questioni economiche e private di tutti grazie a una rete di informatori. Questi soggetti utilizzano spesso il luogo di culto Sikh per tessere relazioni, ovviamente a danno della stessa comunità religiosa. Le organizzazioni hanno le mani un po’ su tutti i business della comunità Sikh, dal commercio al giardinaggio, dai trasporti alla stessa gestione dei templi. A Pordenone ad esempio, recentemente si sono verificati una serie di episodi tra cui l’incendio di due auto e una spedizione punitiva a casa di un responsabile dei templi; la stampa locale ha parlato di scontro tra fazioni per la gestione di quest’ultimo. La “piovra” è presente un po’ ovunque vi siano consistenti comunità Sikh. In Italia abbiamo avuto casi nelle zone di Carpi, Reggio Emilia, Brescia, Cremona, Latina e Pordenone. È un tipo di criminalità che trova terreno fertile perché queste comunità sono ermetiche, impenetrabili per i non Sikh e vige forte omertà. In molti casi denunciare alle autorità è considerata una vergogna perché “i panni sporchi si devono lavare in casa” e in ogni caso si temono vendette anche nei confronti dei parenti in India». Quali sono i business nei quali sono coinvolti? «Il meccanismo è quello classico delle mafie, dunque si prendono di mira attività commerciali di ogni tipo, ovviamente gestite da connazionali, per farsi pagare la protezione; vengono messe in atto estorsioni a suon di minacce e aggressioni anche con spade e in alcuni casi con armi da fuoco. C’è poi tutto il giro legato al traffico di immigrati provenienti da India e Pakistan e diretti in Europa, un affare colossale; la gestione di servizi ai nuovi arrivati, ovviamente in cambio di somme spropositate; il racket dei trasporti, lo sfruttamento del lavoro nei campi ed anche il rilascio di documenti e patenti false. In più, ci sono anche gli omicidi su commissione». Da quali zone dell’India provengono i membri di queste organizzazioni? «Prevalentemente dal Punjab indiano e pakistano, tant’è che in India si parla più che altro di “Punjabi Mafia”, ma in alcuni casi anche dal Rajasthan, Haryana ed anche dalla zona di New Delhi. Lo scorso maggio India Today ha dedicato un approfondimento proprio alla criminalità organizzata del nord-ovest dell’India ed in particolare il Punjab, zona dove il fenomeno è talmente diffuso che lo stesso cinema indiano, Bollywood, ha prodotto numerosi film e serie tv sul tema. Tra i vari dettagli, l’approfondimento di India Today cita l’Italia tra i vari Paesi dove queste organizzazioni criminali sono operative. Due dei più noti boss della mafia Sikh nel Punjab sono Davinder Bambiha e il suo rivale Lawrence Bishnoi, quest’ultimo indicato come mandante e organizzatore dell’omicidio del noto cantante Sidhu Moose Wala, freddato a colpi di arma da fuoco a Mansa (Punjab) nel maggio del 2022 mentre si trovava a bordo della propria auto». Mantengono legami con le organizzazioni criminali in India? «Spesso si, anche perché molti di questi personaggi hanno precedenti penali in India, continuano a seguire i loro affari nelle zone di origine e con gli introiti generati dalle attività illegali in Europa comprano terreni in India, allargano i propri business e stringono alleanze». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafie-straniere-in-italia-ecco-le-piu-pericolose-2665826279.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="adesso-ce-il-rischio-che-i-diversi-clan-si-scontrino-tra-loro" data-post-id="2665826279" data-published-at="1696748937" data-use-pagination="False"> «Adesso c’è il rischio che i diversi clan si scontrino tra loro» Salvatore Calleri, storico collaboratore del magistrato antimafia Antonino Caponnetto, è presidente della Fondazione Antonino Caponnetto. Scorrendo il rapporto del secondo semestre 2022 della Direzione investigativa antimafia, emerge il fatto che le organizzazioni criminali straniere si stanno sempre di più affermando in Italia. Significa che le mafie italiane, a parte la ‘ndrangheta, sono in declino oppure tutto questo va letto diversamente? «No, per il momento non si registra un declino delle mafie italiane. Va però detto che è finito il loro monopolio nel nostro Paese. D’altronde è da anni che le nostre mafie vanno all’estero e in alcuni casi sono state pure imitate per via del loro prestigio. Si pensi al riguardo alla fama di Matteo Messina Denaro nel mondo, preso come esempio e diventato un mito. Cosa nostra è un brand che tira e il fascino criminale si estende pure alle altre mafie». Non c’è il rischio che un giorno queste organizzazioni tentino di soppiantare le mafie italiane? «Il rischio che le mafie tra di loro si scontrino, sebbene non probabile, non è impossibile. Il rischio maggiore è che si scontrino singoli clan o all’interno della stessa tipologia mafiosa o all’esterno, come avvenuto in Canada tra la famiglia dei Rizzuto, egemone a Montreal e collegata a Cosa nostra americana, ed alcuni calabresi collegati al Siderno group, situazione ancora in definizione. Quindi una guerra tra clan e non tra mafie. Questo scenario potrebbe essere plausibile pure in futuro in Italia, ma con le mafie autoctone non in discussione». E se così fosse potremmo assistere una guerra tra mafie come avviene in Messico? «La regola in Italia è quella di collaborare tra mafie diverse, quindi uno scenario di instabilità come avviene in Messico non lo vedo, però in un futuro prossimo si potrebbe assistere ad uno scenario preoccupante e similare: una maggiore instabilità derivante dal confronto all’interno di clan stranieri, come nei casi recenti che hanno riguardato due gruppi georgiani che si confrontano duramente da anni. Vale lo stesso per i clan nigeriani, albanesi e cinesi. Poi il formarsi sempre più di gang straniere o miste straniere in guerra tra loro, provenienti da Paesi in difficoltà economica, aumenterà comunque la instabilità». A questo proposito che cosa farebbe la ‘ndrangheta? «La ‘ndrangheta è sufficientemente efferata per fronteggiare chi le potrebbe dare fastidio. Tra l’altro non è vero che le mafie non sparano più, le mafie sparano sempre quando serve e hanno pure i loro arsenali pronti all’uso. Questo discorso vale per le principali mafie italiane. Ricordiamoci inoltre che i clan calabresi conoscono bene i narcos e non sono, così come i clan siciliani, in un rapporto di sudditanza. Durante la guerra di mafia in Canada i siculo-americani uccisero un loro avversario ad Acapulco in piena terra narcos senza alcun problema». Tra le tante mafie straniere qual è quella più pericolosa e perché? «A mio parere le mafie straniere di serie A sono quelle più pericolose, in quanto paritarie con le mafie italiane e spesso in affari assieme a queste ultime. I gruppi da seguire con più attenzione sono i narcomafiosi albanesi. Questi hanno un canale diretto con i narcos colombiani e messicani senza bisogno di alcuna forma di intermediazione altrui. Si sono col tempo modernizzati, mantenendo se serve una notevole violenza ma presentandosi poi pure come solidi e tranquilli investitori. Poi i loro vincoli familiari li rendono particolarmente solidi come struttura associativa. I clan albanesi spesso collaborano con i clan italiani, in primis calabresi e pugliesi. Altra criminalità interessante è quella cinese, che ha tre tipologie in cui si manifesta: le triadi, vere e proprie mafie che sono strutturate verticalmente al proprio interno e orizzontalmente all’esterno; le gang più giovanili; e la mafia economica, che gestisce il trasporto dei soldi all’estero tramite la valuta elettronica oppure i sistemi più tradizionali dei soldi che vengono consegnati a degli sportelli presenti sul territorio, spesso piccoli negozi, in collegamento con tutto il mondo. Lo fanno pure per i clan italiani. Attenzione va posta anche ai clan nigeriani, che sono in ascesa ed avranno presto nuova manovalanza in arrivo dal Centrafrica grazie alla crisi ivi esistente. Valuterei poi un eventuale arrivo in Italia della Mocro Maffia dal Belgio e dall’Olanda, terribile forma criminale che non teme nessuno. Terrei pure d’occhio le nuove gang e le pandillas, in primis le salvadoregne in fuga dalla patria dove è in atto una forte strategia di contrasto». L’apparato legislativo è adeguato alla minaccia? «L’apparato italiano è il migliore al mondo. L’importante è non metterlo in discussione, trattando i mafiosi ed i narcos come meritano mantenendo il cosiddetto doppio binario ossia la nostra normativa antimafia che all’estero ci invidiano».
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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