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2023-06-24
Ma un pezzo di maggioranza vacilla sul fondo
Antonio Tajani (Ansa)
Il governo val bene un Mes: la necessità di ratificare il nuovo Meccanismo europeo di stabilità inizia a far breccia anche nel centrodestra, addirittura nella stessa Lega, segnale che nessuno ha realmente intenzione di mettere a repentaglio la tenuta dell’esecutivo per mantenere una posizione, quella del “no” senza se e senza ma, che poteva essere sbandierata all’opposizione, ma che una volta al governo è diventata difficilmente sostenibile. Certo, nessuno sa bene come finirà questa storia, ma la certezza è che Giorgia Meloni è tra due fuochi: o tiene fede alle promesse elettorali e quindi non ratifica il Mes, col risultato di andare allo scontro totale con l’Europa, oppure si inventa un modo per dare il via libera limitando al massimo il danno di immagine. «Per quanto riguarda l’Italia», ribadisce il vicepremier Matteo Salvini, «è il paese europeo che sta crescendo di più grazie ai nostri imprenditori, ai nostri lavoratori. Non ritengo che ci sia bisogno di mettersi in mano a fondi e a soggetti stranieri anche perché 600.000 italiani nei giorni scorsi hanno sottoscritto i buoni del Tesoro per più di 18 miliardi di euro. Quindi», aggiunge Salvini, «io preferisco che le infrastrutture italiane, le scuole italiane vengano costruite chiedendo i soldi agli italiani e così il debito rimane italiano». Niente da fare, quindi: Salvini tiene il punto e aspetta che sia la Meloni a fare dietrofront. C’è da capirlo, il leader della Lega: mentre il suo partito era incatenato dal sostegno al governo guidato da Mario Draghi, Giorgia Meloni aveva le mani libere e così Fratelli d’Italia è cresciuta a dismisura. Ora tocca alla Meloni fare i conti con le responsabilità di governare. Lo fa capire con la consueta franchezza il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo: «Noi storicamente», argomenta Romeo a Rai Radio 1, «abbiamo avuto una posizione contraria al Mes, noi e credo anche Fratelli d’Italia, siamo gli ultimi che vogliono mettere in difficoltà l'esecutivo, sarà Meloni a dirci cosa vorrà fare. Se dirà che serve votarlo, lo faremo? Sono valutazioni», risponde Romeo, «che farà il governo e la Meloni darà la linea. Noi non metteremo mai in difficoltà il governo, poi è chiaro, lo dico apertamente, per una questione di coerenza, noi siamo sempre stati contrari e arrivare in parlamento a dire sì al Mes diventa sicuramente complicato». «Io non voterò mai una cosa del genere», twitta il senatore della Lega Claudio Borghi, «e sono convinto che altrettanto farà tutta la Lega, in coerenza con dodici anni di battaglie, unico partito che non votò il Mes nemmeno nella sua prima formulazione quando quasi nessuno aveva capito cosa fosse». Più possibilista il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, esponente pure lui del Carroccio: «È importante fare una distinzione», argomenta Fedriga alla Stampa, «ratificare la riforma del Mes non significa utilizzare il Mes, non sono la stessa cosa. Adesso è il momento della valutazione politica, che sarà il parlamento a fare. Ci saranno altri approfondimenti. Spero che la valutazione, in un senso o nell’altro, venga fatta scevra di connotazioni ideologiche. In Italia stiamo ideologizzando qualsiasi cosa». Si spinge assai in là, Fedriga, che nel pomeriggio sceglie di correggere il tiro: «Ho detto una cosa banalissima», precisa il governatore friulano, «nulla di straordinario, ovvero che è il parlamento che decide». Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, conferma che il voto in aula a Montecitorio, previsto per il 30 giugno, slitterà, e si dice convinto che il Mes sarà ratificato: «ll Mes sarà ratificato», scandisce Mulè a Rai Radio 1, «dubito entro il 30 giugno però, più probabile che avvenga a fine settembre. In parlamento ora ci sono sei o sette decreti che devono esser approvati prima di agosto». Contrario alla ratifica anche il leader berlusconiano Antonio Tajani: «Ero favorevole al Mes», sottolinea il ministro degli Esteri, «ma si devono ascoltare le proposte e le critiche del Parlamento. Il regolamento attuale del Mes non pone alcun controllo da parte del parlamento europeo e della Commissione e questo non va bene». La via di uscita di cui ha bisogno la Meloni per ratificare il Mes senza troppi danni dal punto di vista politico è sempre la stessa: legare il via libera italiano a una serie di altri temi. Lo ripete ancora una volta il ministro degli Affari Europei, Raffele Fitto: «La questione del Mes», sottolinea Fitto, «si risolve inserendola in uno scenario ampio di completamento dell’unione bancaria e di riforma del patto di stabilità se vogliamo fare un discorso serio. L’Italia ha un dibattito parlamentare che proseguirà in questa direzione. Il parlamento sta discutendo». Insomma, ci vuole un aiutino dall’Europa, sotto forma di concessioni alle richieste italiane sul Patto di stabilità, per far digerire l’ok al Mes agli elettori di centrodestra. Resta sempre, sullo sfondo, lo scenario peggiore, ovvero una ratifica parlamentare con la maggioranza spaccata e il Pd e il Terzo polo decisivi per il via libera. A meno che la Meloni non decida di tenere duro, mandando all’aria mesi e mesi di laboriosa ricucitura dei rapporti con il «salotto buono» di Bruxelles.
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Per Giorgio Mulè (Fi) il meccanismo di stabilità avrà il via libera: «Dubito entro il 30 giugno, più probabile che avvenga a fine settembre». Anche Massimiliano Fedriga (Lega) non fa drammi, mentre Salvini tiene il punto. E Antonio Tajani: «Ascoltiamo critiche e proposte del Parlamento».Il governo val bene un Mes: la necessità di ratificare il nuovo Meccanismo europeo di stabilità inizia a far breccia anche nel centrodestra, addirittura nella stessa Lega, segnale che nessuno ha realmente intenzione di mettere a repentaglio la tenuta dell’esecutivo per mantenere una posizione, quella del “no” senza se e senza ma, che poteva essere sbandierata all’opposizione, ma che una volta al governo è diventata difficilmente sostenibile. Certo, nessuno sa bene come finirà questa storia, ma la certezza è che Giorgia Meloni è tra due fuochi: o tiene fede alle promesse elettorali e quindi non ratifica il Mes, col risultato di andare allo scontro totale con l’Europa, oppure si inventa un modo per dare il via libera limitando al massimo il danno di immagine. «Per quanto riguarda l’Italia», ribadisce il vicepremier Matteo Salvini, «è il paese europeo che sta crescendo di più grazie ai nostri imprenditori, ai nostri lavoratori. Non ritengo che ci sia bisogno di mettersi in mano a fondi e a soggetti stranieri anche perché 600.000 italiani nei giorni scorsi hanno sottoscritto i buoni del Tesoro per più di 18 miliardi di euro. Quindi», aggiunge Salvini, «io preferisco che le infrastrutture italiane, le scuole italiane vengano costruite chiedendo i soldi agli italiani e così il debito rimane italiano». Niente da fare, quindi: Salvini tiene il punto e aspetta che sia la Meloni a fare dietrofront. C’è da capirlo, il leader della Lega: mentre il suo partito era incatenato dal sostegno al governo guidato da Mario Draghi, Giorgia Meloni aveva le mani libere e così Fratelli d’Italia è cresciuta a dismisura. Ora tocca alla Meloni fare i conti con le responsabilità di governare. Lo fa capire con la consueta franchezza il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo: «Noi storicamente», argomenta Romeo a Rai Radio 1, «abbiamo avuto una posizione contraria al Mes, noi e credo anche Fratelli d’Italia, siamo gli ultimi che vogliono mettere in difficoltà l'esecutivo, sarà Meloni a dirci cosa vorrà fare. Se dirà che serve votarlo, lo faremo? Sono valutazioni», risponde Romeo, «che farà il governo e la Meloni darà la linea. Noi non metteremo mai in difficoltà il governo, poi è chiaro, lo dico apertamente, per una questione di coerenza, noi siamo sempre stati contrari e arrivare in parlamento a dire sì al Mes diventa sicuramente complicato». «Io non voterò mai una cosa del genere», twitta il senatore della Lega Claudio Borghi, «e sono convinto che altrettanto farà tutta la Lega, in coerenza con dodici anni di battaglie, unico partito che non votò il Mes nemmeno nella sua prima formulazione quando quasi nessuno aveva capito cosa fosse». Più possibilista il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, esponente pure lui del Carroccio: «È importante fare una distinzione», argomenta Fedriga alla Stampa, «ratificare la riforma del Mes non significa utilizzare il Mes, non sono la stessa cosa. Adesso è il momento della valutazione politica, che sarà il parlamento a fare. Ci saranno altri approfondimenti. Spero che la valutazione, in un senso o nell’altro, venga fatta scevra di connotazioni ideologiche. In Italia stiamo ideologizzando qualsiasi cosa». Si spinge assai in là, Fedriga, che nel pomeriggio sceglie di correggere il tiro: «Ho detto una cosa banalissima», precisa il governatore friulano, «nulla di straordinario, ovvero che è il parlamento che decide». Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, conferma che il voto in aula a Montecitorio, previsto per il 30 giugno, slitterà, e si dice convinto che il Mes sarà ratificato: «ll Mes sarà ratificato», scandisce Mulè a Rai Radio 1, «dubito entro il 30 giugno però, più probabile che avvenga a fine settembre. In parlamento ora ci sono sei o sette decreti che devono esser approvati prima di agosto». Contrario alla ratifica anche il leader berlusconiano Antonio Tajani: «Ero favorevole al Mes», sottolinea il ministro degli Esteri, «ma si devono ascoltare le proposte e le critiche del Parlamento. Il regolamento attuale del Mes non pone alcun controllo da parte del parlamento europeo e della Commissione e questo non va bene». La via di uscita di cui ha bisogno la Meloni per ratificare il Mes senza troppi danni dal punto di vista politico è sempre la stessa: legare il via libera italiano a una serie di altri temi. Lo ripete ancora una volta il ministro degli Affari Europei, Raffele Fitto: «La questione del Mes», sottolinea Fitto, «si risolve inserendola in uno scenario ampio di completamento dell’unione bancaria e di riforma del patto di stabilità se vogliamo fare un discorso serio. L’Italia ha un dibattito parlamentare che proseguirà in questa direzione. Il parlamento sta discutendo». Insomma, ci vuole un aiutino dall’Europa, sotto forma di concessioni alle richieste italiane sul Patto di stabilità, per far digerire l’ok al Mes agli elettori di centrodestra. Resta sempre, sullo sfondo, lo scenario peggiore, ovvero una ratifica parlamentare con la maggioranza spaccata e il Pd e il Terzo polo decisivi per il via libera. A meno che la Meloni non decida di tenere duro, mandando all’aria mesi e mesi di laboriosa ricucitura dei rapporti con il «salotto buono» di Bruxelles.
La senatrice Stefania Craxi durante la discussione, in Senato, del Disegno di Legge n.104 - Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita (Ansa)
Uno in particolare «riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia». Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: «Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso». Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a «portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica». Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che «il testo della maggioranza è una farsa» - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici «trattamenti sanitari di sostegno vitale».
È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano «privatamente» ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli «strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr». Uniche concessioni al testo base di maggioranza – come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale «garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza». Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: «La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura». Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: «Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza».
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I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.
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Al centro della vicenda c’è la famiglia Benigni: Enzo, azionista di riferimento di Elt Group, e la figlia Domitilla, oggi al vertice operativo dell’azienda. Una galassia privata che negli anni ha costruito un equilibrio peculiare: abbastanza vicina allo Stato da rivendicare il proprio carattere strategico, abbastanza autonoma da raccoglierne i benefici in forma privata. Nel 2025 Elt ha riportato un valore della produzione di 401,6 milioni di euro, rispetto ai 373,3 milioni dello scorso esercizio, mentre il fatturato ammonta a 304 milioni, inoltre l’acquisizione di nuovi ordini tocca complessivamente il record di 700,6 milioni.
Numeri che riaccendono l’ipotesi di riassetto dell’azionariato. Un elemento spesso trascurato è che Leonardo non è un soggetto esterno alla partita: possiede già il 31,33% del capitale di Elt Group. Accanto a Leonardo siedono la famiglia Benigni con il 35,34% e la francese Thales con il 33,33%. La questione, quindi, non riguarda un eventuale ingresso di Leonardo, ma un possibile rafforzamento della sua presenza o il coinvolgimento di Cassa pepositi e prestiti. Cosa c’entra Cdp? Il caso helmon rende il quadro più concreto. Il 5 marzo 2025 Cdp Venture Capital e Cy4Gate - la società cyber dell’orbita ELT Group quotata in Borsa - hanno annunciato il lancio di helmon, nuovo operatore di cybersicurezza dedicato alle pmi italiane, nato nell’ambito del Fondo Boost Innovation di Cdp. La partnership, avviata nel 2024, prevede risorse iniziali per 3 milioni di euro, estendibili fino a 9,5 milioni. Un’operazione presentata come investimento nell’innovazione ma che consolida ulteriormente i rapporti tra Cdp e il gruppo riconducibile alla famiglia Benigni proprio mentre resta aperto il tema del futuro assetto societario di Elt Group.
C’è però un nodo: Enrico Peruzzi. Marito di Domitilla Benigni e presidente esecutivo di Cy4Gate, Peruzzi ha già lavorato in Leonardo in aree legate alla strategia e alle operazioni straordinarie. Qualunque ipotesi di suo ritorno in ruoli capaci di incidere su acquisizioni o scelte industriali renderebbe inevitabile una riflessione sulla gestione dei potenziali conflitti di interesse. Può una figura così strettamente legata ai vertici di Elt Group influire su decisioni che potrebbero riguardare direttamente il gruppo stesso?
La questione diventa ancora più sensibile guardando alle attività di Cy4Gate. Attraverso Rcs Lab, il gruppo opera nel settore delle tecnologie per le intercettazioni giudiziarie: trojan, captazioni ambientali, raccolta e analisi dei dati utilizzati nelle indagini delle procure. Non si tratta di un semplice fornitore informatico ma di soggetti che agiscono all’interno di uno degli ambiti più delicati dello Stato, quello in cui il potere investigativo incontra le libertà individuali. Il caso Palamara ha già mostrato quanto siano cruciali i temi della gestione dei dati, della catena di custodia e dei controlli tecnici sulle intercettazioni. La questione non riguarda soltanto la validità processuale delle captazioni, ma anche la governance delle infrastrutture tecnologiche che le rendono possibili.
Il dossier Elt Group incrocia così quattro dimensioni. Industriale: qual è il reale posizionamento competitivo dell’azienda? Finanziaria: eventuali interventi pubblici creano valore nazionale o valorizzano soprattutto gli azionisti esistenti? Governance: come vengono gestiti i possibili conflitti di interesse? Istituzionale: esistono adeguati strumenti di controllo sulle tecnologie utilizzate nella filiera delle intercettazioni?
Per Leonardo questo rappresenta uno dei primi test della nuova fase manageriale. Se Elt Group è davvero un asset strategico, ogni operazione dovrà essere accompagnata da trasparenza, valutazioni industriali verificabili e regole rigorose sulla governance. Diversamente, il rischio è che il dibattito sulla sovranità tecnologica finisca per sovrapporsi a interessi molto più tradizionali. E questa volta la posta in gioco non riguarda soltanto la difesa elettronica, ma anche cybersicurezza, spyware e dati giudiziari.
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L'intervento del segretario generale IILA, Giorgio Silli, all’evento «Crimen organizado transnacional»
Missione istituzionale a Panama per Giorgio Silli, segretario generale dell'IILA, l'Organizzazione internazionale italo-latinoamericana: al centro la formazione del personale sanitario e il rafforzamento della cooperazione contro la criminalità organizzata.
L'Italia rafforza la cooperazione con Panama sul fronte della sanità e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. È questo il fulcro della missione istituzionale che il segretario generale dell'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-latinoamericana), Giorgio Silli, ha svolto martedì 9 giugno nel Paese centroamericano.
La giornata si è aperta con la partecipazione di Silli all'evento dedicato all'alta formazione pediatrica per il personale sanitario di Panama e dell'America Centrale, un workshop promosso dall'IILA insieme all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e ospitato dall'Ospedale Santo Tomás.
Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, il ministro della Salute panamense Galindo Boyd, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos, l'ambasciatrice d'Italia a Panama Giuditta Giorgio, rappresentanti dell'Ufficio della First Lady di Panama, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell'Hospital del Niño e della Pontificia Commissione per l'America Latina.
Nel suo intervento, Silli ha richiamato il ruolo svolto dall'IILA nella promozione della salute pubblica nei Paesi membri, ricordando come, a partire dalla pandemia di Covid-19, l'organizzazione abbia intensificato il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche italiane altamente specializzate a sostegno dei sistemi sanitari latinoamericani. Il segretario generale ha inoltre evidenziato la collaborazione avviata nel 2022 con l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù attraverso un accordo quadro, annunciando l'intenzione di prorogare la cooperazione per altri quattro anni mediante la firma di un'addenda. Nel pomeriggio, la missione è proseguita con la partecipazione all'incontro organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Panama e dall'Unidad de Análisis Financiero sul tema del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e al riciclaggio di denaro.
Nel corso del suo intervento, Silli ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale di fronte a organizzazioni criminali sempre più strutturate e capaci di operare oltre i confini nazionali. L'obiettivo, ha spiegato, è quello di ridurre gli spazi d'azione delle reti criminali, colpirne i meccanismi finanziari e consolidare la tenuta delle istituzioni democratiche. Il segretario generale ha inoltre ribadito l'importanza della collaborazione tra Italia e Panama, indicando nell'IILA uno strumento di dialogo e cooperazione regionale su temi di interesse comune.
A margine degli appuntamenti ufficiali, Silli ha avuto una serie di incontri istituzionali con il ministro della Salute Galindo Boyd, il viceministro per gli Affari multilaterali e la Cooperazione Carlos Guevara Mann, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos e il direttore generale di AMPYME, Raúl Fernández. I colloqui hanno riguardato le prospettive di collaborazione nei settori considerati prioritari per Panama.
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