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2022-04-27
Ma quali decisioni prese con anticipo. Sulle mascherine ci dicono: «chissà»
(Ansa)
Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale».
Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno.
Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro.
Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini.
E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti».
Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi.
Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». Invece siamo ancora ad aspettare l’ennesimo decreto, o un’ordinanza di Speranza.
«Cure domiciliari precoci efficaci»
Il trattamento precoce a domicilio con antinfiammatori non steroidei (Fans) riduce la durata dei sintomi, l’ospedalizzazione e la mortalità per Covid-19, anche negli over 50. Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid.
Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore.
Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive.
Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
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Domenica dovrebbe cadere l’obbligo al chiuso, ma il governo prende tempo e tergiversa: la decisione arriverà all’ultimo e creerà confusione. Le virostar nostrane vogliono che il bavaglio resti, ma pure la Turchia l’ha tolto.Lo conferma uno studio effettuato su 966 pazienti non vaccinati: gli anti infiammatori, se somministrati entro 72 ore dai sintomi, riducono di quasi il 70% le ospedalizzazioni.Lo speciale contiene due articoli.Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale». Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno. Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro. Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini. E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti». Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi. Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». 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Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid. Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore. Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive. Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
Il nuovo presidente ad interim del Perù José María Balcázar (Getty Images)
Il Parlamento di Perù rimuove José Enrique Jeri dopo quattro mesi e sceglie José Maria Balcázar, 83 anni, come nuovo capo di Stato ad interim. Tra scandali, inchieste, narcotraffico e proteste, il Paese arriva alle elezioni del 12 aprile in piena instabilità politica.
Il Perù si ritrova ancora una volta nel caos politico con la rimozione dal ruolo di presidente di Jose Enrique Jeri. Casa de Pizarro, la residenza ufficiale della presidenza delle Repubblica, dopo soli quattro mesi, ha visto la sua destituzione nonostante fosse partito con un ampio seguito popolare.
Il parlamento, riunito in seduta plenaria, ha votato per la sua censura, una forma tecnica di estromissione, con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, approvando una mozione per destituirlo aprendo così l’ennesima crisi politica del paese delle Ande. Al suo posto è stato eletto l’avvocato José Maria Balcázar, deputato del partito di sinistra Perú Libre, la stessa formazione politica dell’ex presidente Pedro Castillo. Balcazar ha sconfitto al secondo turno di votazioni la deputata María del Carmen Alva, che era considerata la grande favorita dalla stampa peruviana. La vittoria di questo outsider è arrivata soprattutto grazie al sostegno della sinistra e di altre forze parlamentari moderate che si sono coalizzate puntando sul suo nome.
La situazione economica della nazione sudamericana è particolarmente complicata con proteste da parte della cosiddetta Generazione Z che chiede un profondo rinnovamento della società peruviana. Jose Maria Balcázar, che è stato anche un magistrato, e così diventato il nono presidente in 10 anni, ma il suo mandato dovrebbe essere piuttosto breve. Il suo predecessore, entrato in carica ad ottobre dopo l’impeachment di Dina Boularte al potere dal 2022, era stato rimosso per alcuni incontri ufficiosi con sospetti uomini d’affari cinesi. A gennaio la Procura generale di Lima aveva avviato un’indagine contro Jose Enrique Jeri per un presunto traffico di influenze, che aveva fortemente minato la sua popolarità e molti deputati avevano cominciato chiederne le dimissioni. Nel novembre scorso l’ormai ex presidente aveva avuto un incontro con Zhihua Yang, un discusso uomo d’affari che aveva ottenuto una concessione per la costruzione di una centrale idroelettrica sulle Ande, cambiando molte regole ambientali. In un secondo momento al palazzo presidenziale era arrivato un altro businessman di Pechino, che però si sarebbe dovuto trovare agli arresti domiciliari, un uomo sembra legato ad alcune organizzazioni criminali cinesi e peruviane implicate nel disboscamento illegale della foresta amazzonica. Una serie di scandali che avevano riportato la gente a protestare nelle strade di Lima chiedendo la fine della corruzione e di fare qualcosa contro la criminalità che sta dilagando all’ombra delle Ande.
Il Perù è il secondo produttore mondiale di cocaina, alle spalle della Colombia, e nonostante gli sforzi governativi i narcotrafficanti dominano intere province. Nell’agosto scorso la polizia nazionale ha confiscato 1,5 tonnellate di cocaina a Puno, Ayacucho e Tacna, tre regioni a coltivazione estesa, arrestando dieci persone coinvolte nel traffico. Il carico era destinato all’Europa e sarebbe passato dall’Uruguay per raggiungere via mare il vecchio continente. Si tratta però di un evento quasi straordinario perché il Perù, nonostante i molti proclami, ha diminuito pochissimo l’area coltivata a foglie di coca del suo territorio. La disoccupazione è alle stelle e la maggioranza dei giovani sceglie ancora la via dell’emigrazione soprattutto verso gli Stati Uniti, ma anche l’Europa.
José Maria Balcázar, che è un uomo di 83 anni, dovrà cercare di riunificare un parlamento molto frammentato, così come la maggioranza che lo ha eletto a sorpresa. I tempi d’azione di questo nuovo presidente ad interim saranno comunque molto brevi perché domenica 12 aprile in Perù sono previste le elezioni generali, dove i cittadini potranno scegliere sia il nuovo capo di stato sia i rappresentanti del parlamento, che grazie a una riforma costituzionale approvata nel 2024 tornerà ad avere due camere: un Senato formato da 60 rappresentanti e una Camera dei deputati con 130 eletti.
Il nuovo presidente eletto si insedierà comunque il 28 luglio, dando a Balcazar un interim di quasi 5 mesi. Il nuovo e temporaneo presidente è deputato dal 2021 ed ha dichiarato che vuole garantire al popolo peruviano una transizione democratica ed un processo elettorale pacifico e trasparente. Ma la sua carriera è stata macchiata nel 2023 da un’inchiesta per presunta appropriazione indebita e corruzione e per questo motivo era stato allontanato dai ranghi della magistratura di Lima.
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Nel riquadro le Stalle Rosse, di proprietà della parrocchia di Staranzano in provincia di Gorizia (IStock)
«Pregare è diritto di tutti». È con questa motivazione che a Monfalcone si è scelto di concedere degli spazi parrocchiali per il Ramadan alla locale comunità musulmana. La decisione è stata comunicata ai fedeli domenica mattina, nel corso delle liturgie celebrate nella chiesa di Staranzano. Ed è proprio alle Stalle Rosse di Staranzano, proprietà della parrocchia appunto, che la folta comunità bengalese troverà ospitalità in questo periodo. Ad illustrare le ragioni di questa scelta sono stati i parroci don Paolo Zuttion e don Flavio Zanetti, attraverso un messaggio pubblicato sul sito dell’Arcidiocesi di Gorizia.
«In considerazione del diritto sancito anche dalla nostra Carta costituzionale per tutti (cittadini e stranieri) di poter professare e pregare secondo la propria esperienza religiosa, senza entrare nelle polemiche politiche che caratterizzano lo stato attuale dei rapporti nel nostro territorio», recita la nota di don Zuttion e don Zanetti, «noi parroci delle comunità cattoliche della città di Monfalcone riteniamo doveroso raccogliere la richiesta della comunità musulmana ed offrire, per quanto è possibile, lo spazio e i tempi necessari per vivere adeguatamente la loro preghiera comunitaria nel periodo del Ramadan». «Per tanto», prosegue il comunicato dei due sacerdoti, «nei giorni di venerdì i fedeli di religione musulmana potranno trovare ospitalità, per qualche ora, nella nostra struttura delle Stalle Rosse in Staranzano».
Infine, i due parroci - che hanno agito evidentemente d’accordo con il vescovo di Gorizia, monsignor Carlo Maria Redaelli, tanto che ieri il Piccolo titolava in prima pagina «Vescovo salva-Ramadan» - hanno formulato l’auspicio che «nel tempo della nostra Quaresima che coincide con il loro mese sacro» possa essere comune e condiviso «il desiderio di maturare sentimenti di rispetto reciproco e di attenzione all’altro superando le paure e le diffidenze degli uni verso gli altri». Va sottolineato che don Zuttion e don Zanetti, per così dire, non hanno inventato nulla, dato che già nel 2021, per fare solo un esempio, un altro sacerdote - don Flavio Luciano, alla guida di una parrocchia di Cuneo - dava ospitalità a 200 persone della comunità islamica locale. Tuttavia, la decisione dei due sacerdoti di certo non era scontata, ecco.
Prova ne siano le parole di ringraziamento subito arrivate dalla comunità musulmana monfalconese. «Vogliamo ringraziare i fratelli cattolici, che hanno sempre dimostrato disponibilità all’espressione della nostra preghiera», ha dichiarato Rejaul Haq Rajiu, presidente dell’associazione Baitus Salat, rimarcando come «tutti i nostri rappresentanti hanno cercato di trovare una soluzione». Di certo i due sacerdoti per trovare «una soluzione» ce l’hanno messa tutta, arrivando ad ampliare la disponibilità delle Stalle Rosse in alternanza con il ricreatorio San Michele per circa sette, otto serate. Tutto questo è stato possibile grazie a mesi di lavoro, come ha spiegato al Piccolo don Zuttion, culminati in un incontro tra i rappresentanti musulmani e il già citato vescovo Redaelli, lo stesso che a fine gennaio Papa Leone XIV ha nominato nuovo segretario del Dicastero per il clero della Santa Sede.
L’auspicio dei due sacerdoti ospitanti di non voler entrare «nelle polemiche politiche» - né, va da sé, di volerle alimentare - per ora sembra trovare ascolto. Infatti anche il sindaco leghista di Monfalcone, Luca Fasan, ha deciso di non voler entrare nel merito delle decisioni assunte dalle parrocchie. «Non ho nulla da dichiarare», le sue parole. Delle critiche tuttavia se la aspetta comunque il sindaco di Staranzano eletto dal centrosinistra, Marco Fragiacomo, il quale naturalmente era al corrente dell’iniziativa dei due parroci - ringraziati «per la capacità di venire incontro e risolvere le questioni» - e che ha dichiarato: «Forse questo costerà delle critiche, ma voglio esprimere la mia grande stima nei confronti dei due sacerdoti, perché cercano di affrontare i problemi, piuttosto che crearli».
I consiglieri regionali del Partito democratico Francesco Martines e Massimiliano Pozzo, commentando la notizia hanno invece scelto toni tutt’altro che concilianti: «La chiesa di Monfalcone, nelle persone del parroco don Zuttion e l’arcivescovo Redaelli, dà una encomiabile lezione di civiltà. Altro che propaganda dell’odio». Evidentemente impazienti di alzare i toni, Martines e Pozzo hanno parlato perfino di «schiaffo sonoro alle politiche liberticide e discriminanti portate avanti negli ultimi anni» dalle forze leghiste. Il riferimento è al lungo braccio di ferro amministrativo sui luoghi di culto islamici che, da tempo, si svolge a Monfalcone. Un dibattito nel tempo risultato anche acceso e davanti al quale, con il placet del vescovo - quindi non con l’iniziativa solitaria di qualche sacerdote -, ora la Chiesa locale ha deciso di intervenire, tendendo la mano alla comunità musulmana nel mese del Ramadan.
Chi teme che questa mano tesa possa presentare dei rischi è l’europarlamentare Anna Maria Cisint, che di Monfalcone è stata sindaco per molti anni, dal novembre 2016 a luglio 2024. «Quando il messaggio dominante diventa quasi esclusivamente quello del “camminare insieme”, senza chiarire verso chi e verso cosa», dichiara l’esponente leghista alla Verità, «si produce una pericolosa ambiguità: si trasmette l’idea che tutte le strade siano equivalenti, che la verità sia negoziabile, che l’identità cristiana sia un dettaglio secondario».
Parole che ricordano quelle dell’indimenticato cardinale Giacomo Biffi, che segnalava che il dialogo si fa sempre in due e, quando oltre ad un’identità accolta, c’è «un’identità affermata».
Meno ginnastica e interrogazioni. Il Corano aiuta i fannulloni a scuola
Non basta la libertà di religione servono anche alcuni «accorgimenti per garantire il benessere psicofisico delle studentesse e degli studenti e favorire un clima scolastico inclusivo». Ma soltanto se si parla di Islam. La pensa così Roberta Pizzirani la dirigente dell’istituto superiore Vittorio Emanuele II-Ruffini di Genova che in nome dell’integrazione ha emanato una disposizione interna in occasione del Ramadan, il mese sacro dell’islam dedicato alla purificazione spirituale e alla preghiera, iniziato ieri. La circolare per l’istituto frequentato da 1400 studenti distribuiti tra liceo, istituto tecnico, professionale e corsi per adulti e detenuti, è diretta al corpo docente e al personale amministrativo con le indicazioni specifiche sulla gestione della didattica nel mese più importante per i musulmani. La Pizzirani ha suggerito di posticipare verifiche e interrogazioni dopo la prima settimana di digiuno per permettere agli studenti di adattarsi ai nuovi ritmi biologici, e di programmare comunque queste prove nelle prime ore del mattino, quando la soglia di attenzione e le energie cognitive sono più elevate. Ha inoltre raccomandato di non fissare test valutativi in concomitanza con la veglia di preghiera del ventisettesimo giorno o per la festa di fine Ramadan. Infine, ha invitato i docenti di scienze motorie a valutare eventuali esoneri dalle lezioni pratiche. Grande sorpresa degli altri studenti per queste regole da mezza vacanza per i compagni musulmani e immancabili polemiche, come hanno raccontato i quotidiani liguri, a cominciare da un gruppo di insegnanti che hanno segnalato la questione all’ufficio scolastico regionale giudicando la direttiva «una intromissione della dirigente nell’organizzazione e nella gestione delle lezioni». Ma il direttore generale dell’ufficio, Antimo Ponticiello, ha diffuso una nota ufficiale per smorzare i toni seppur sostenendo che l’iniziativa della dirigente «intende promuovere un clima inclusivo, senza dettare misure prescrittive e generalizzate per il personale scolastico, e che tali suggerimenti non intendono comprimere la libertà di insegnamento o danneggiare gli altri alunni, ma si inseriscono in una strategia di personalizzazione dei percorsi e nella prevenzione della dispersione scolastica».
«Qui non siamo in Marocco o Pakistan» hanno detto i consiglieri regionali della Lega Sara Foscolo, Sandro Garibaldi e Armando Biasi intervenendo sul caso. «È una inaccettabile e pericolosa islamizzazione, una integrazione al contrario. Non vogliamo arretrare sui nostri valori, non vogliamo calpestare la nostra identità, non vogliamo rinnegare le nostre tradizioni, non vogliamo che la scuola diventi un laboratorio di propaganda e di sottomissione all’Islam. La scuola pubblica deve restare laica e garantire regole uguali per tutti gli studenti, senza differenze legate alla religione» hanno sottolineato i tre esponenti del Carroccio che hanno chiesto al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara l’invio immediato di ispettori a Genova.
E comunque la dirigente Pizzirani ha difeso la propria posizione sottolineando che si tratta di consigli finalizzati ad aiutare soprattutto i ragazzi dei corsi pomeridiani che rispettano il Ramadan. E sottolineando che è anche un modo per far andare i ragazzi a scuola e non lasciarli a casa ha lanciato un messaggio al suo corpo docente: «Non ci trovo niente di strano, se poi ci sono alcuni insegnanti dei corsi del mattino che si scandalizzano per la mia lettera, io mi scandalizzo per altro e mi hanno capito». A buon intenditor…
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Carola Rackete (Ansa)
Per un totale di oltre 90.000 euro, da corrispondere «in solido» alla Ong olandese. La nave è stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre di quell’anno. Subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento. Ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Era stato in realtà comunicato alla Capitaneria di porto che le verifiche del procedimento amministrativo erano ancora in corso e che, quindi, la Sea Watch 3 non poteva lasciare il porto. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro. Perché la nave rimase bloccata fino a quando, dopo un ricorso d’urgenza, il tribunale di Palermo, il 19 dicembre 2019, ne ordinò la restituzione. Qui si innesta la frattura. Perché il silenzio-accoglimento nasce come garanzia contro l’inerzia della pubblica amministrazione. Un rimedio contro l’immobilismo burocratico. Ma in questo caso è diventato il grimaldello che trasforma il silenzio in un via libera e l’assenza di risposta in un’accettazione implicita. Non è una valutazione sostanziale sull’opportunità o meno del sequestro. Ma una conseguenza automatica legata a un mancato riscontro formale. Con il fermo che viene considerato dai giudici illegittimo. E che ha subito scatenato la retorica della disobbedienza. «Il risarcimento a Sea-Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti», rivendica la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. La Rackete all’epoca era stata arrestata per resistenza a nave da guerra, inosservanza dell’ordine di fermarsi e favoreggiamento aggravato dell’immigrazione irregolare. Nel 2021, però, il gip di Agrigento ha disposto, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero, l’archiviazione del procedimento penale. Alla fine per quell’evento, speronamento della motovedetta incluso, il conto lo pagherà solo lo Stato. La risposta è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni: «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta sotto sequestro». E non è finita. La Meloni si chiede anche: «Ma il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge? E poi, qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione legale di massa? Che qualunque legge si faccia e qualunque procedimento si costruisca, una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». La conclusione della premier è questa: «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno, perché noi siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano e faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini». E mentre la deputata del Partito democratico Debora Serracchiani corre in soccorso della Ong definendo l’intervento della premier «una sceneggiata da bulletta», il vicepremier Matteo Salvini ritiene la decisione «incredibile, un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo» alla Ong «di Carola Rackete, l’attivista tedesca che quando ero al Viminale non accettava la linea dei porti chiusi che aveva praticamente azzerato sbarchi e tragedie del mare». Poi aggiunge: «Il 22-23 marzo voterò Sì al referendum per cambiare questa giustizia che non funziona». «Ancora una volta i togati sembrano prendere decisioni politicizzate e incomprensibili», ha commentato il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha aggiunto: «In questo modo si finisce per legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza. Il risultato è sempre lo stesso, a pagare sono i cittadini italiani. Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento. Un paradosso inaccettabile».
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