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2022-04-27
Ma quali decisioni prese con anticipo. Sulle mascherine ci dicono: «chissà»
(Ansa)
Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale».
Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno.
Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro.
Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini.
E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti».
Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi.
Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». Invece siamo ancora ad aspettare l’ennesimo decreto, o un’ordinanza di Speranza.
«Cure domiciliari precoci efficaci»
Il trattamento precoce a domicilio con antinfiammatori non steroidei (Fans) riduce la durata dei sintomi, l’ospedalizzazione e la mortalità per Covid-19, anche negli over 50. Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid.
Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore.
Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive.
Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
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Domenica dovrebbe cadere l’obbligo al chiuso, ma il governo prende tempo e tergiversa: la decisione arriverà all’ultimo e creerà confusione. Le virostar nostrane vogliono che il bavaglio resti, ma pure la Turchia l’ha tolto.Lo conferma uno studio effettuato su 966 pazienti non vaccinati: gli anti infiammatori, se somministrati entro 72 ore dai sintomi, riducono di quasi il 70% le ospedalizzazioni.Lo speciale contiene due articoli.Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale». Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno. Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro. Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini. E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti». Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi. Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». 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Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid. Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore. Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive. Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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