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2022-04-27
Ma quali decisioni prese con anticipo. Sulle mascherine ci dicono: «chissà»
(Ansa)
Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale».
Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno.
Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro.
Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini.
E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti».
Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi.
Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». Invece siamo ancora ad aspettare l’ennesimo decreto, o un’ordinanza di Speranza.
«Cure domiciliari precoci efficaci»
Il trattamento precoce a domicilio con antinfiammatori non steroidei (Fans) riduce la durata dei sintomi, l’ospedalizzazione e la mortalità per Covid-19, anche negli over 50. Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid.
Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore.
Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive.
Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
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Domenica dovrebbe cadere l’obbligo al chiuso, ma il governo prende tempo e tergiversa: la decisione arriverà all’ultimo e creerà confusione. Le virostar nostrane vogliono che il bavaglio resti, ma pure la Turchia l’ha tolto.Lo conferma uno studio effettuato su 966 pazienti non vaccinati: gli anti infiammatori, se somministrati entro 72 ore dai sintomi, riducono di quasi il 70% le ospedalizzazioni.Lo speciale contiene due articoli.Domenica dovrebbe essere il giorno dell’addio alle mascherine al chiuso, però il governo tace. Il conto alla rovescia era partito il primo aprile, con la fine dello stato di emergenza e lo strascico di norme ancora in vigore, alla faccia della riapertura. Sapevamo che si doveva pazientare ancora un mese, prima di liberarci definitivamente del bavaglio imposto, quello che è non è mai stato chiaro è se alla fine il ministro della Salute riuscirà a imporre ancora una volta la sua linea «precauzionale». Roberto Speranza l’ha detto più volte, che è troppo presto per appendere al chiodo la maschera dei guerrieri anti Covid perché «la circolazione del virus nel nostro Paese è ancora alta», ma fingeva sempre di aspettare il parere della cabina di regia, prima di emettere una decisione. Per il ministro, potremmo passare l’estate tra mezze chiusure e con il volto ancora coperto, così da non dimenticarci un istante del Covid ed essere pronti per le nuove restrizioni che ha in mente per l’autunno. Ma non si tratta solo di scontentare o meno cittadini ansiosi di tornare a una meritata normalità, pur consapevoli che il virus non è scomparso. Tenere così in sospeso esercenti, gestori di impianti, negozianti che non sanno quali regole dovranno applicare dal 1 maggio, guarda caso giorno festivo, non è una scelta rispettosa. Eppure il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle dichiarazioni programmatiche del 17 febbraio 2021, quando chiese la fiducia al Senato, rivolgendo un pensiero «a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari», fece una precisa promessa. «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole», assicurò il neo premier. Non è ciò che sta accadendo, in questo vergognoso tiramolla sulle mascherine. Spariranno da ristoranti e supermercati, ma solo per i clienti e non il personale, mentre resteranno per cinema, teatri discoteche almeno fino a fine maggio? Proseguiranno sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro dove c’è condivisione di spazi? Restiamo sempre sul piano delle ipotesi, il governo non prende una posizione netta, lascia scorrere le lancette dell’orologio per poi fare una comunicazione a sorpresa. Magari sabato, giusto per creare nuovo caos, consultazioni febbrili su dove serviranno ancora le Ffp2 e dove basteranno invece quelle chirurgiche. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, a margine della presentazione del suo libro a Napoli, ieri ha detto: «Cambierà qualcosa». Ma cosa? A cinque giorni dalla scadenza, nulla ancora è certo. Ristoranti, negozi e bar non sanno ancora cosa dovranno dire ai clienti, quali cartelli devono preparare per le ultime, raffazzonate, decisioni in tema di contenimento del virus, che invece circola e diventa endemico. Così, mentre perfino la Turchia ha tolto l’obbligo di mascherina al chiuso, mantenendolo solo sui trasporti pubblici e nei centri medici, l’Italia rimane ad aspettare che i tecnici di Speranza esaminino i dati di positivi, ospedalizzati e morti per poi far conoscere le intenzioni del ministro. Già le stanno anticipando in molti. «Serve ancora la massima prudenza», ripete il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. Dichiara che «dobbiamo abbandonare le mascherine», però le «continueremo a tenere sui mezzi di trasporto pubblico, in determinate situazioni, in determinati uffici». Bontà sua, si affretta a precisare che «poi le toglieremo anche lì», ma «abituiamoci a tenerle in tasca». Indicazioni vaghe, certezze scientifiche zero, assoluto disinteresse per le esigenze dei cittadini. E se l’infettivologo Matteo Bassetti è convinto, inascoltato, che «la mascherina deve passare da essere un obbligo a essere un presidio utilizzato in modo appropriato, quando però serve», chiusurista rimane Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Tenere la mascherina al chiuso anche a maggio non è un dramma», ha dichiarato, «visto che, praticamente, è l’unica misura rimasta e, visti i dati dei contagi, c’è un rischio che, togliendo l’obbligo, si apra al liberi tutti». Chissà come mai, queste virostar, mettono tanto impegno a rendere odiosa l’espressione «liberi tutti». Vige il rifiuto di considerare necessario il ritorno alla normalità, per vivere e non sopravvivere, quindi ogni riferimento a libertà individuali ha connotazioni negative, di generale irresponsabilità. Nessuno, di questi esperti, si scandalizza perché arriveremo al 30 aprile sapendo solo all’ultimo quali restrizioni verranno tolte, quali rimarranno, invece di avere date e provvedimenti certi. Sappiamo che, in classe, la mascherina resterà fino al termine dell’anno scolastico, anche in questo caso senza guardare quello che fanno negli altri Paesi Ue. Speriamo che davvero, da domenica, il certificato verde non serva più per entrare nei luoghi pubblici ma soprattutto al lavoro, però dobbiamo accontentarci di mezze frasi, congetture sulla permanenza dell’obbligo di utilizzo dei mezzi di protezione respiratoria individuale. Alle imprese, ai commercianti, a quanti svolgono un’attività Draghi promise: «Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni». 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Arriva dal nuovo studio appena pubblicato nella rivista American Journal of Biomedical Science and Research dai medici del Comitato cura domiciliare Covid 19 un’altra spallata alla strategia del paracetamolo e vigile attesa, sostenuta dal ministero della Salute Roberto Speranza sin dall’inizio della pandemia e mai praticamente abbandonata, anche se poco coerente con la prassi medica di curare infezioni non note con farmaci utili a contrastarne i segnali fisiopatologici (infiammazione, per il Covid 19). Secondo lo studio, somministrare dei Fans di uso comune, entro 72 ore, dalla comparsa dei sintomi lievi-moderati, riduce di quasi il 70% l’ospedalizzazione. Sono praticamente i tempi (3-5 giorni) raccomandati anche per i più costosi, e difficili da reperire, anticorpi monoclonali approvati per il Covid. Purtroppo, come è accaduto anche per il plasma iperimmune, le soluzioni scientifiche semplici godono di scarsa stima a livello ministeriale. I dati, però, dello studio retrospettivo osservazionale condotto dai dottori Serafino Fazio, Sergio Grimaldi e Andrea Mangiagalli, medici del consiglio scientifico del Comitato, confermano quanto già dimostrato da altri lavori. Gli autori hanno considerato i dati di 966 pazienti maggiorenni non vaccinati, selezionati proprio per valutare l’impatto della cura in assenza di vaccinazione, trattati da alcuni medici del gruppo tra febbraio e dicembre 2021. Il protocollo di cura usato nel lavoro scientifico, approvato dal comitato etico dell’Asl 2 di Napoli, prevedeva la somministrazione di un antinfiammatorio (Fans) scelto tra ibuprofene, aspirina, nimesulide, indometacina e ketoprofene. I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il primo (561 persone) ha ricevuto il trattamento entro 72 ore dai sintomi, il secondo (405) dopo tre giorni. In entrambi i casi, la terapia ha ridotto di cinque giorni i disturbi, mentre i ricoveri sono calati del 68% nei trattati entro 3 giorni e del 63% dopo 72 ore. Questi risultati sono stati confermati anche in un sottogruppo (339 pazienti) di over 50, con età media di 60 anni, più vulnerabili al Sars-Cov2. I sei decessi registrati hanno interessato solo il gruppo di ultracinquantenni con almeno una malattia già presente (comorbidità): uno (più di 80 anni con patologie pregresse) era del gruppo delle cure precoci, cinque erano delle terapie più tardive. Tra i farmaci impiegati entro tre giorni dalla comparsa dei sintomi, sono risultati particolarmente efficaci, perché hanno determinato zero ospedalizzazioni, l’indometacina e la nimesulide. Secondo una nota degli autori, alla luce dei risultati della recente letteratura e a uno studio randomizzato e controllato verso paracetamolo, l’indometacina si può considerare il farmaco di scelta. A tale proposito, il Comitato cura domiciliare attende da due anni di realizzare uno studio randomizzato, già approvato dall’Agenzia del farmaco (Aifa) sull’efficacia dei Fans, con però il paracetamolo, di scelta nelle linee guida ministeriali, come cura nel gruppo di controllo, «per dimostrarne la definitiva inefficacia, se non forse pericolosità», precisa Erich Grimaldi, avvocato e presidente del Comitato, che aggiunge: «Il ministero della Salute deve comprendere che la battaglia contro il virus non si potrà mai vincere con un’unica arma, soprattutto se non efficace sulle continue varianti», come nel caso di alcuni monoclonali che non funzionano contro Omicron.
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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