Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Emiliano Fenu del Movimento 5 stelle e Francesco Maria Rubano di Forza Italia: conversazione a tutto campo su caso Qatar, quadro politico, manovra.
Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Emiliano Fenu del Movimento 5 stelle e Francesco Maria Rubano di Forza Italia: conversazione a tutto campo su caso Qatar, quadro politico, manovra.
Nel riquadro a sinistra il letame di fronte al ristorante che ha ospitato un evento di Gioventù nazionale a Venezia, in quello a destra la schedatura dei militanti di Azione studentesca a Firenze (Getty Images)
A Firenze, un centro sociale mostra le foto dei militanti di destra e spiega dove trovarli. Infine, chiede ai compagni di segnalarli.
Per un attimo le lancette dell’orologio sono tornate indietro di mezzo secolo, agli anni Settanta. Firenze, venerdì mattina scorso. Viene convocata l’assemblea di istituto di due licei: Machiavelli e Capponi. Siamo alla vigilia del 25 aprile e il tema all’ordine del giorno non può che essere uno: l’antifascismo.
A discuterne però non sono semplici studenti. Viene infatti invitata un’organizzazione esterna, Firenze antifascista, che ha sede in un centro sociale occupato. Quindi illegale. I militanti di questo gruppo iniziano subito a sottolineare che l’antifascismo non ha a che fare solamente con il passato, con la lotta partigiana e la Resistenza. Ma anche con ciò che stiamo vivendo oggi. Mostrano alcune foto di Casaggì, il punto di riferimento della destra fiorentina, e spiegano come raggiungerlo. Proiettano poi anche le immagini dei suoi militanti e pure di quelli di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Si vedono volti di ragazzi giovani, anche giovanissimi, che hanno deciso di fare politica con il partito di Giorgia Meloni. È a questo punto che gli esponenti di Firenze antifascista chiedono al pubblico se ne riconoscono qualcuno. Una ragazza alza la mano e dice che sì, lei uno lo conosce. E che è proprio lì, tra il pubblico. Non fa il suo nome, certo, ma si gira nella direzione del giovane. Si trova in fondo alla sala e, in un attimo, si sente gli occhi di tutti i presenti puntati addosso. «Quando sono uscito dall’aula», racconta alla Verità il ragazzo, «mi hanno seguito e si sono messi davanti all’unica porta d’ingresso. Uno è venuto da me per prendermi in giro. Altri due poi mi hanno detto: “Levati dal cazzo che qui non puoi stare”». Il ragazzo torna in assemblea e viene continuamente osservato.
Una schedatura in piena regola, tanto che gli onorevoli Alessandro Amorese e Francesco Michelotti hanno scritto un’interrogazione al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara , per chiedere se non sia necessario avviare un’ispezione ministeriale presso gli istituti coinvolti e, soprattutto, per avere informazioni sui criteri attraverso i quali vengono scelte le sigle invitate a parlare negli istituti.
Non è, questo, un caso isolato. Sempre venerdì scorso, la sezione veneziana di Gioventù nazionale aveva organizzato la presentazione di un libro - Destra sociale: introduzione alla terza via, scritto da Marco Cassini per Passaggio al bosco - all’interno del ristorante «Al Casone». La notte prima dell’evento, però, viene scaricato del letame davanti al locale. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il libro è stato stimolante... buon 25 aprile». Nessuno rivendica apertamente il gesto, anche se il Laboratorioccupato Morion, il centro sociale di Castello, è il primo a dare (con un certo orgoglio) la notizia. «Il nostro rammarico è per il fastidio che hanno arrecato a Domenico, il titolare, e a Faisal, il cameriere, che aveva già ripulito dal letame prima del nostro arrivo, infine, agli operatori di Veritas che hanno dovuto trasportare il “peso” di chi non ha argomenti», commenta Jacopo Donatini, candidato di Fdi al consiglio comunale di Venezia.
Ma è in occasione del giorno della Liberazione che le anime belle della Resistenza 2.0 hanno dato il «meglio» di sé. A Catania, per esempio, è stato srotolato uno striscione con la scritta «Catania antifascista» sullo storico palazzo del Movimento sociale, oggi proprietà della fondazione An e sede di Fdi. «Fuori i fascisti dalla città», cantavano alcuni. Uno scenario simile anche a Bologna, dove alcuni manifestanti del corteo, guidato da Usb e Potere al popolo, hanno lanciato degli ortaggi contro la sede di Fratelli d’Italia, già vandalizzata nelle scorse settimane con la scritta «fasci appesi». «Si tratta dell’ennesimo atto vigliacco da parte degli appartenenti ai centri sociali, da sempre coccolati e difesi dalla Giunta rossa di Bologna. La presenza di una nostra sede a Bologna evidentemente dà molto fastidio a una sinistra democratica a parole, ma violenta nei fatti. Questi continui attacchi non ci fanno paura, e anzi, ci confermano che stiamo facendo bene e ci danno la forza per fare ancora di più per il bene della nostra città. Ringraziamo le forze dell'ordine presenti che hanno controllato la situazione ed impedito che la situazione degenerasse», commentano l’eurodeputatato Stefano Cavedagna e il coordinatore di Fdi a Bologna, Francesco Sassone. Ordinarie giornate di violenza da parte degli antifa. Che prima salgono sul palco per lanciare l’allarme sul pericolo fascismo. E poi schedano i militanti di destra, come nelle peggiori dittature. Rosse però.
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Una ricettina che è un classico delle famiglie italiane, almeno una volta quando si passava un po’ di tempo in cucina. È di quelle da fare in fretta, ma capaci di stimolare robusti appetiti. L’origine è napoletana, le varianti infinite. Non possono però mancare aglio, salsa di pomodoro, ottimo olio extravergine di oliva poi fate a gusto vostro: c’è chi aggiunge capperi e acciughe, chi si accontenta del sugo di base. Noi abbiamo scelto una via intermedia: olive buone e la mozzarella.
Ingredienti – 4 fette di arista di maiale (circa 600 gr), 350 gr di salsa o passata o pelati frullati di pomodoro, tre spicchi d’aglio, un peperoncino fresco o un cucchiaino di peperoncino macinato, 4 cucchiaini di origano, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, 200 gr di mozzarella fiordilatte, una ventina di olive, sale q. b.
Procedimento – Sbucciate gli spicchi di aglio, privateli dell’anima verde e fateli soffriggere in una capace padella con l’olio extravergine e il peperoncino. Quando l’aglio è appena dorato ritiratelo e aggiungete la salsa di pomodoro aggiustando appena di sale e profumando con l’origano. Fate tirare un po’ il sugo a fuoco moderato. Nel frattempo battete un po’ con il batticarne le fette di arista, salatele appena in superfice da entrambi i lati e fate loro prendere calore nel sugo di pomodoro. Continuate la cottura per 6/7 minuti a fuoco moderato girando un paio di volte le fette di carne. Ora alzate un po’ la fiamma a fate addensare il sugo e a un minuto dalla cottura completa della carne aggiungete le olive e adagiate abbondante mozzarella su ogni fetta di carne. Fate fondere il formaggio appena e servite.
Come far divertire i bambini – Fate salare a loro le fette di carne che massaggeranno con le loro manine.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Aglianico, grande vino dell’Irpinia con la denominazione Taurasi, ma anche del Vulture o del Cilento. In alternativa un Piedirosso (detto Pere e palumme) o un Nerello Mascalese dell’Etna.
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Ansa
La comunità ebraica estromessa dal corteo milanese. Il presidente: «Colpa dell’Anpi, è antisemita». A Roma aggrediti i Radicali. Due partecipanti colpiti con una pistola ad aria compressa, indaga la Digos.
Tensioni, aggressioni, feriti, insulti, bandiere che trasformano chi le porta in un bersaglio. Con chi non sta dalla parte più rossa che finisce fuori dal corteo. Il 25 aprile è il solito campo di battaglia. A Milano, prima ancora che la manifestazione si avvii, un gruppo di militanti del Carc prende la testa e prova a dettare la linea: «Fuori i sionisti dal corteo». Lo urlano mentre parte Bella ciao, con il clima che è tutt’altro che quello di una memoria condivisa. La resa dei conti: «Al corteo non vogliamo né nazisti né fascisti». E questo era scontato. L’ultimo passaggio: «Né sionisti». È la linea di confine.
In via Palestro arrivano le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Devono liberare la strada per far partire il corteo. Il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, si occupa della cernita: «La bandiera ucraina va bene, ma quella di Israele no». Dopo un lungo blocco il corteo riparte verso Piazza Duomo, dove sono già iniziati i comizi finali. Ma la tensione non si scioglie. Un gruppo di circa un centinaio di manifestanti con bandiere palestinesi segue lo spezzone della Brigata ebraica quando esce dal corteo in via Senato. Vengono fermati da un cordone di polizia. Gli slogan sono sempre gli stessi: «Palestina libera», «Milano sa da che parte stare», «fuori i sionisti da Milano». La Brigata ebraica deve lasciare il corteo. La «colpa è dell’Anpi, del presidente nazionale Pagliarulo e del presidente provinciale Primo Minelli, sono antisemiti senza saperlo», tuona il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, al termine dell’incontro con il questore Bruno Megale. Per il leader di Alleanza dei Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, invece, è tutta colpa di un tizio che si è presentato al corteo con la foto di Benjamin Netanyahu: «Una provocazione inaccettabile». Ma non è l’unico colpo di scena. Il Coordinamento per la pace all’improvviso si stacca dal percorso principale all’altezza di San Babila per dirigersi verso corso Matteotti e quindi piazza San Fedele, vicino a Palazzo Marino, sede del Comune, dove è previsto il presidio conclusivo. Un avvertimento a Beppe Sala che ha deciso di non interrompere il gemellaggio con Tel Aviv. Per gli organizzatori «la Liberazione va ancora attuata». Sul furgone del Coordinamento sono esposte una bandiera palestinese e vessilli di Cuba, Venezuela e Iran. A Napoli si va oltre il simbolico. Un gruppo di attivisti espone l’immagine del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a testa in giù, sotto un patibolo di cartone. Lo striscione dietro è chiaro: «Da sempre per sempre studenti partigiani». Le parole d’ordine sono ancora più nette: «Contro il governo Meloni, contro la guerra, il genocidio del popolo palestinese, il razzismo istituzionale e la corsa agli armamenti». A Roma la tensione è salita subito. Al parco Schuster arriva un annuncio che gela la piazza: «Attenzione, hanno sparato a due nostri compagni con una pistola ad aria compressa». Un uomo su uno scooter, volto coperto da casco, tira fuori l’arma e spara. Due persone, marito e moglie, con il fazzoletto dell’Anpi al collo, vengono colpite. «Non sono gravi», dicono dal palco, ma la scena è surreale: ambulanze, paura. Secondo le testimonianze, l’uomo indossava una giacca mimetica e un casco, è arrivato in motorino, ha sparato e poi si è fuggito. La coppia è stata medicata sul posto dai soccorritori del 118. L’uomo è stato colpito al collo e a una mano, la moglie a una spalla. La Procura di Roma attende una prima informativa della Digos, che ha sentito i due feriti e acquisito le immagini delle telecamere. Sempre a Roma, a Porta San Paolo, scoppia la guerra delle bandiere. Qui l’Anpi non deve aver pontificato sulle autorizzazioni: Ucraina e Palestina viaggiano insieme. Un gruppo, però, viene preso di mira. «Calci, sputi e spray al peperoncino». La denuncia è precisa: «A compiere l’aggressione sarebbe stato un gruppo riconducibile a Cambiare Rotta, Potere al popolo e altri militanti». E sarebbero stati usati «metodi squadristi». La scena successiva pesa: «Il gruppo che ci ha attaccato ha continuato a marciare indisturbato, fianco a fianco con l’Anpi e con i partiti della sinistra». Il presidente dei Radicali italiani, Matteo Hallissey, l’ha riassunta così: «Ci hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi e strappato e tolto le bandiere dell’Ucraina». È la piazza selettiva. Con lui c’erano anche Ivan Grieco e il segretario Filippo Blengino: «Io avevo una bandiera dell’Ucraina intrecciata a quella della Palestina e loro ci hanno aggrediti». A piazzale Ostiense la scena si ripete. Bandiere ucraine nel mirino. «Siete dei nazisti», gridano alcuni manifestanti. Parte lo spray urticante. Intervengono poliziotti in borghese. Le bandiere vengono strappate. È una guerriglia combattuta a colpi di slogan e aggressioni.
E mentre le strade attorno alla Piramide vengono chiuse, le forze dell’ordine presidiano l’area, tra bandiere rosse dell’Usb e nere di Cambiare rotta, mentre dal palco si alternano interventi «contro le guerre e contro il governo». Il corteo sfila con in testa il sindaco Roberto Gualtieri e Maurizio Landini. La tensione però arriva alle stelle quando il sindaco è sul palco. Una contestatrice urla: «Fascista, fai schifo, stai vendendo la città, infame, lobbista, vergogna». La donna viene invitata ad allontanarsi e lo fa senza incidenti. Gualtieri prova a chiudere: «Sono cose che succedono, a noi le piazze piacciono vere». A Bologna Tino Ferrari, anziano ex professore iscritto a Italia viva viene allontanato dal corteo, colpevole di portare una bandiera ucraina intrecciata a quella europea. Per Matteo Renzi è «un clima di odio inaccettabile».
Alla festa della Bolognina antifascista, che stando alla narrazione degli organizzatori «riunisce percorsi di lotta, culturali e associativi nel solco della tradizione antifascista locale», ai bambini insegnano a lanciare la «cacca» contro gli «stro…». E gli «stro…» rappresentati in foto sono Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Donald Trump ed Elon Musk. Firenze offre un’altra scena, meno violenta ma altrettanto significativa. Piazza della Signoria blindata. Transenne, fioriere, accessi limitati. I cittadini restano fuori. Protestano. Alla fine si apre, ma dopo un confronto con prefettura e questura. Ma il segnale è chiaro: anche qui la gestione della piazza è diventata un problema. Le celebrazioni cominciano con mezz’ora di ritardo, mentre fuori restano cittadini e manifestanti pro Palestina, «poche decine». Fuori anche le bandiere ucraine. Torino resta sul piano più antagonista. Il corteo organizzato da Askatasuna parte da via Balbo, a pochi passi dalla palazzina sgomberata, e attraversa Vanchiglia tra le lapidi dei partigiani, con oltre mille persone. In testa lo striscione: «Nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana, que viva Askatasuna».
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Giuseppe Conte, presidente M5s, durante la cerimonia del 25 aprile a Napoli (Ansa)
Giuseppi non fa in tempo a travestirsi da partigiano anti La Russa che la portavoce M5s, Stefania Ascari, lo supera a sinistra. Appoggiando le frange accusate di terrorismo, che esaltano le Br: «Infamate le voci critiche».
Lo avevano annunciato e lo hanno fatto. I Carc hanno dato, da Milano a Firenze passando per Napoli e Roma, la «caccia ai sionisti per buttare fuori dalle piazze del 25 aprile la Brigata ebraica».
E lo hanno fatto con la solidarietà tanto della Fiom quanto del Movimento 5 stelle che, mentre Giuseppe Conte veste i panni dell’antifascista difendendo la Costituzione e prendendosela con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con la portavoce pentastellata a Montecitorio Stefania Ascari esprime «piena solidarietà ai militanti e alle militanti dei Carc».
Dopo le perquisizioni a Napoli e Firenze (sono le due regioni, Toscana e Campania, dove il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) con sei inquisiti (c’è anche un ragazzino) i Carc hanno fatto un salto di qualità e si pongono alla testa del movimento antagonista. L’accusa contro di loro è pesantissima. Nel decreto di perquisizione della Procura di Napoli che si è esteso Firenze - lì è indagato il capo storico, Paolo Babini - si legge: «Agiscono con finalità di terrorismo e si richiamano alle Brigate rosse di cui fanno apologia». Il salto di qualità si avverte. Dopo aver dichiarato che «la giornata del 25 aprile è una giornata di lotta contro chi si sottomette ai gruppi imperialisti Usa e ai sionisti, per prendere di mira i consolati Usa, sionisti e le prefetture, bloccare tutto e cacciare il governo fascista di Giorgia Meloni», hanno usato le manifestazioni per la Liberazione come raduni di propaganda e reclutamento. La Digos e i carabinieri hanno spedito alla Procura di Napoli ieri un rapporto in cui si legge: «Le conversazioni tra i militanti dei Carc documentano un modello strutturato di indottrinamento giovanile, l’inserimento graduale in attività operative, l’affiancamento di militanti esperti, la formazione ideologica attraverso l’azione, l’utilizzo dei giovani come moltiplicatori del consenso».
A questa galassia, dopo la solidarietà dell’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che fu eletto anche con il sostegno dei Carc, giungono parole di «conforto» dai 5 stelle e dai metalmeccanici della Cgil. Per chi negli Anni di piombo c’era fa male passare dalle 5 stelle alla stella a cinque punte e ricordarsi che nelle fabbriche fino a quando non fu ammazzato Guido Rossa si diceva che le Br erano «compagni che sbagliano». Anche perché l’inchiesta di Napoli sta assumendo contorni preoccupanti.
Nonostante questo Stefania Ascari, onorevole M5s, ha spedito questo messaggio ai Carc partenopei: «Quello che è avvenuto (le perquisizioni e l’indagine, ndr) è gravissimo, ha un evidente peso politico e si inserisce in un clima in cui ogni voce critica viene infamata, delegittimata e criminalizzata. Terrorista è chi si schiera con chi ha le mani sporche di sangue in un genocidio, con chi sta devastando il Medio Oriente con crimini di guerra e contro l’umanità, non chi lotta per la pace, i diritti e la giustizia sociale. Questa deriva è allarmante e ci spinge a non abbassare la guardia, ma a continuare a far sentire la nostra voce con ancora più determinazione. Vi sono vicina».
Non diverso il tono della Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore, che «esprime piena solidarietà ai compagni del Partito dei Carc, colpiti dalle recenti perquisizioni avvenute a Napoli e Firenze e al compagno Vincenzo Iossa. Parliamo di persone che, nella nostra vertenza sul licenziamento del compagno Massimo Vasaturo, sono state presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione. Esprimiamo inoltre forte preoccupazione per gli effetti dei recenti decreti Sicurezza che stanno introducendo misure sempre più restrittive sulle manifestazioni e sulle forme di dissenso».
Ma dissenso c’è anche nell’area antagonista. Il Pmli - i marxisti leninisti - rimproverano ai Carc di aver partecipato il 19 marzo alla Camera a un convegno promosso da Stefania Ascari a cui erano presenti «otto fra deputati e deputate 5 stelle tra cui Ilaria Cucchi di Avs e Maurizio Acerbo segretario del Prc». Secondo i marxisti - leninisti i Carc si stanno svendendo alla borghesia perché «occorre marcare una netta differenza tra le istituzioni rappresentative borghesi e chi vuole davvero il socialismo. È essenziale dare alle masse popolari - a partire da coloro che si professano “comunisti”, anticapitalisti e rivoluzionari - e agli astensionisti di sinistra, una vera coscienza di classe anticapitalista capace di abbracciare attivamente la lotta per il socialismo e il potere politico del proletariato».
Non sono purtroppo parole inedite. La Procura di Napoli sta conducendo indagini anche sui legami tra i Carc e ambienti dell’islamismo estremista che si trincera dietro le posizioni radicali dei pro Pal. Sotto i riflettori, oltre al reclutamento da parte dei «comunisti», ci sono anche i contatti con gli ambienti di Mohammad Hannoun.
Ieri a Roma, in zona Piramide, gli anarchici che esaltavano Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due saltati per aria mentre costruivano una bomba, i pro Pal che inneggiavano alla «Palestina libera dal fiume fino al mare» e chiedevano la liberazione di Mohammad Hannoun si muovevano dietro la regia dei Carc nel corteo del 25 aprile.
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