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2020-11-08
L’unica zona verde sono i nostri porti. I migranti arrivano, noi siamo reclusi
Ansa
«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare.
Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza».
Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri.
La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown.
Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle.
Anche in Italia i visoni contagiati
C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale».
L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali.
«Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti».
Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani.
I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno».
Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante.
L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti.
«Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi».
«Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
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In Sicilia, dichiarata «arancione» dal governo, gli italiani devono subire tutte le limitazioni del lockdown. Nel frattempo, sulle coste della regione, sbarcano stranieri per cui i protocolli non sembrano valere.Visoni contagiati anche in Italia. La diffusione del virus tra gli animali potrebbe fare da cassa di risonanza per l'epidemia. Ma le associazioni della pellicceria protestano: «Da noi solo due casi, siamo controllati».Lo speciale contiene due articoli.«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare. Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza». Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri. La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown. Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lunica-zona-verde-sono-i-nostri-porti-i-migranti-arrivano-noi-siamo-reclusi-2648662416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-in-italia-i-visoni-contagiati" data-post-id="2648662416" data-published-at="1604802153" data-use-pagination="False"> Anche in Italia i visoni contagiati C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale». L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali. «Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti». Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani. I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno». Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante. L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti. «Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi». «Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.