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2020-11-08
L’unica zona verde sono i nostri porti. I migranti arrivano, noi siamo reclusi
Ansa
«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare.
Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza».
Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri.
La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown.
Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle.
Anche in Italia i visoni contagiati
C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale».
L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali.
«Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti».
Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani.
I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno».
Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante.
L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti.
«Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi».
«Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
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In Sicilia, dichiarata «arancione» dal governo, gli italiani devono subire tutte le limitazioni del lockdown. Nel frattempo, sulle coste della regione, sbarcano stranieri per cui i protocolli non sembrano valere.Visoni contagiati anche in Italia. La diffusione del virus tra gli animali potrebbe fare da cassa di risonanza per l'epidemia. Ma le associazioni della pellicceria protestano: «Da noi solo due casi, siamo controllati».Lo speciale contiene due articoli.«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare. Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza». Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri. La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown. Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lunica-zona-verde-sono-i-nostri-porti-i-migranti-arrivano-noi-siamo-reclusi-2648662416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-in-italia-i-visoni-contagiati" data-post-id="2648662416" data-published-at="1604802153" data-use-pagination="False"> Anche in Italia i visoni contagiati C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale». L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali. «Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti». Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani. I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno». Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante. L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti. «Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi». «Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
Il tema di quest’anno, Angeli e Demoni, ha guidato il percorso visivo e narrativo dell’evento. Il manifesto ufficiale, firmato dal torinese Antonio Lapone, omaggia la Torino magica ed esoterica e il fumetto franco-belga. Nel visual, una cosplayer attraversa il confine tra luce e oscurità, tra bene e male, tra simboli antichi e cultura pop moderna, sfogliando un fumetto da cui si sprigiona luce bianca: un ponte tra tradizione e innovazione, tra arte e narrazione.
Fumettisti e illustratori sono stati il cuore pulsante dell’Oval: oltre 40 autori, tra cui il cinese Liang Azha e Lorenzo Pastrovicchio della scuderia Disney, hanno accolto il pubblico tra sketch e disegni personalizzati, conferenze e presentazioni. Primo Nero, fenomeno virale del web con oltre 400.000 follower, ha presentato il suo debutto editoriale con L’Inkredibile Primo Nero Show, mentre Sbam! e altre case editrici hanno ospitato esposizioni, reading e performance di autori come Giorgio Sommacal, Claudio Taurisano e Vince Ricotta, che ha anche suonato dal vivo.
Il cosplay ha confermato la sua centralità: più di 120 partecipanti si sono sfidati nella tappa italiana del Nordic Cosplay Championship, con Carlo Visintini vincitore e qualificato per la finale in Svezia. Parallelamente, il propmaking ha permesso di scoprire il lavoro artigianale dietro armi, elmi e oggetti scenici, rivelando la complessità della costruzione dei personaggi.
La musica ha attraversato generazioni e stili. La Battle of the Bands ha offerto uno spazio alle band emergenti, mentre le icone delle sigle tv, Giorgio Vanni e Cristina D’Avena, hanno trasformato l’Oval in un grande palco popolare, richiamando migliaia di fan. Non è mancato il K-pop, con workshop, esibizioni e karaoke coreano, che ha coinvolto i più giovani in una dimensione interattiva e partecipativa. La manifestazione ha integrato anche dimensioni educative e culturali. Il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha esplorato il ruolo della matematica nei fumetti, mostrando come concetti scientifici possano dialogare con la narrazione visiva. Lo chef Carlo Mele, alias Ojisan, ha illustrato la relazione tra cibo e animazione giapponese, trasformando piatti iconici degli anime in esperienze reali. Il pubblico ha potuto immergersi nella magia del Villaggio di Natale, quest’anno allestito nella Casa del Grinch, tra laboratori creativi, truccabimbi e la Christmas Elf Dance, mentre l’area games e l’area videogames hanno offerto tornei, postazioni libere e spazi dedicati a giochi indipendenti, modellismo e miniature, garantendo una partecipazione attiva e immersiva a tutte le età.
Con 28.000 visitatori in due giorni, Xmas Comics & Games conferma la propria crescita come festival della cultura pop, capace di unire creatività, spettacolo e narrazione, senza dimenticare la componente sociale e educativa. Tra fumetti, cosplay, musica e gioco, Torino è diventata il punto d’incontro per chi vuole vivere in prima persona il racconto pop contemporaneo, dove ogni linguaggio si intreccia e dialoga con gli altri, trasformando la fiera in una grande esperienza culturale condivisa.
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i,Hamza Abdi Barre (Getty Images)
La Somalia è intrappolata in una spirale di instabilità sempre più profonda: un’insurrezione jihadista in crescita, un apparato di sicurezza inefficiente, una leadership politica divisa e la competizione tra potenze vicine che alimenta rivalità interne. Il controllo effettivo del governo federale si riduce ormai alla capitale e a poche località satelliti, una sorta di isola amministrativa circondata da gruppi armati e clan in competizione. L’esercito nazionale, logorato, frammentato e privo di una catena di comando solida, non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sulle principali rotte commerciali che costeggiano il Paese. In queste condizioni, il collasso dell’autorità centrale e la caduta di Mogadiscio nelle mani di gruppi ostili rappresentano scenari sempre meno remoti, con ripercussioni dirette sulla navigazione internazionale e sulla sicurezza regionale.
La pirateria somala, un tempo contenuta da pattugliamenti congiunti e operazioni navali multilaterali, è oggi alimentata anche dal radicamento di milizie jihadiste che controllano vaste aree dell’entroterra. Questi gruppi, dopo anni di scontri contro il governo federale e di brevi avanzate respinte con l’aiuto delle forze speciali straniere, hanno recuperato terreno e consolidato le proprie basi logistiche proprio lungo i corridoi costieri. Da qui hanno intensificato sequestri, assalti e sabotaggi, colpendo infrastrutture critiche e perfino centri governativi di intelligence. L’attacco del 2025 contro una sede dei servizi somali, che portò alla liberazione di decine di detenuti, diede il segnale dell’audacia crescente di questi movimenti.
Le debolezze dell’apparato statale restano uno dei fattori decisivi. Nonostante due decenni di aiuti, investimenti e programmi di addestramento militare, le forze somale non riescono a condurre operazioni continuative contro reti criminali e gruppi jihadisti. Il consumo interno di risorse, la corruzione diffusa, i legami di fedeltà clanici e la dipendenza dall’Agenzia dell’Unione africana per il supporto alla sicurezza hanno sgretolato ogni tentativo di riforma. Nel frattempo, l’interferenza politica nella gestione della missione internazionale ha sfiancato i donatori, ridotto il coordinamento e lasciato presagire un imminente disimpegno. A questo si aggiungono le tensioni istituzionali: modifiche costituzionali controverse, una mappa federale contestata e tentativi percepiti come manovre per prolungare la permanenza al potere della leadership attuale hanno spaccato la classe politica e paralizzato qualsiasi risposta comune alla minaccia emergente. Mentre i vertici si dividono, le bande armate osservano, consolidano il controllo del territorio e preparano nuovi colpi contro la navigazione e le città costiere. Sul piano internazionale cresce il numero di governi che, temendo un collasso definitivo del sistema federale, sondano discretamente la possibilità di una trattativa con i gruppi armati. Ma l’ipotesi di una Mogadiscio conquistata da milizie che già controllano ampie aree della costa solleva timori concreti: un ritorno alla pirateria sistemica, attacchi oltre confine e una spirale di conflitti locali che coinvolgerebbe l’intero Corno d’Africa.
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Il presidente eletto del Cile José Antonio Kast e sua moglie Maria Pia Adriasola (Ansa)
Un elemento significativo di queste elezioni presidenziali è stata l’elevata affluenza alle urne, che si è rivelata in aumento del 38% rispetto al 2021. Quelle di ieri sono infatti state le prime elezioni tenute dopo che, nel 2022, è stato introdotto il voto obbligatorio. La vittoria di Kast ha fatto da contraltare alla crisi della sinistra cilena. Il presidente uscente, Gabriel Boric, aveva vinto quattro anni fa, facendo leva soprattutto sull’impopolarità dell’amministrazione di centrodestra, guidata da Sebastián Piñera. Tuttavia, a partire dal 2023, gli indici di gradimento di Boric sono iniziati a crollare. E questo ha danneggiato senza dubbio la Jara, che è stata ministro del Lavoro fino allo scorso aprile. Certo, Kast si accinge a governare a fronte di un Congresso diviso: il che potrebbe rappresentare un problema per alcune delle sue proposte più incisive. Resta tuttavia il fatto che la sua vittoria ha avuto dei numeri assai significativi.
«La vittoria di Kast in Cile segue una serie di elezioni in America Latina che negli ultimi anni hanno spostato la regione verso destra, tra cui quelle in Argentina, Ecuador, Costa Rica ed El Salvador», ha riferito la Bbc. Lo spostamento a destra dell’America Latina è una buona notizia per la Casa Bianca. Ricordiamo che, alcuni giorni fa, Washington a pubblicato la sua nuova strategia di sicurezza nazionale: un documento alla cui base si registra il rilancio della Dottrina Monroe. Per Trump, l’obiettivo, da questo punto di vista, è duplice. Innanzitutto, punta a contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. In secondo luogo, mira ad arginare l’influenza geopolitica della Cina sull’Emisfero occidentale. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Boric, negli ultimi anni, ha notevolmente avvicinato Santiago a Pechino. Una linea che, di certo, a Washington non è stata apprezzata.
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