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2020-11-08
L’unica zona verde sono i nostri porti. I migranti arrivano, noi siamo reclusi
Ansa
«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare.
Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza».
Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri.
La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown.
Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle.
Anche in Italia i visoni contagiati
C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale».
L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali.
«Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti».
Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani.
I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno».
Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante.
L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti.
«Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi».
«Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
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In Sicilia, dichiarata «arancione» dal governo, gli italiani devono subire tutte le limitazioni del lockdown. Nel frattempo, sulle coste della regione, sbarcano stranieri per cui i protocolli non sembrano valere.Visoni contagiati anche in Italia. La diffusione del virus tra gli animali potrebbe fare da cassa di risonanza per l'epidemia. Ma le associazioni della pellicceria protestano: «Da noi solo due casi, siamo controllati».Lo speciale contiene due articoli.«Non ci sono regioni in aree verdi, la pandemia corre ovunque e non ci sono regioni che possono sottrarsi a queste nuove misure di regioni restrittive». Così ha dichiarato dal pulpito Giuseppe Conte, aggiungendo, come nota d'ottimismo, che «ci aspettano mesi lunghi e difficili». A quanto risulta, però, di zone verdi ce ne sono eccome: per la precisione lungo le coste del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Luoghi in cui si può circolare liberamente, ci si può assembrare, si possono valicare i confini senza che a nessuno salti in mente di indignarsi. Dunque i prossimi mesi potranno anche essere «lunghi e duri» per gli italiani più o meno rinchiusi, ma i migranti potranno continuare a sbarcare in serenità, come fanno già da settimane. Tra la notte di venerdì e la mattina di sabato sono approdati a Lampedusa in 248. Un gommone con 80 persone è arrivato - diretto e tranquillo - al molo commerciale. Seguito qualche tempo dopo da altri barchini, carichi per lo più di persone provenienti dalla Tunisia. Come avviene ormai da mesi, l'hotspot dell'isola è tornato a riempirsi: a ieri conteneva 1.361 persone, ben di più di quello che potrebbe ospitare. Dall'inizio dell'anno, sulle nostre coste sono sbarcati 29.952 stranieri contro i 9.944 del 2019: un bel record. Gli arrivi sono così tanti che hanno addirittura superato quelli del 2018, periodo in cui ancora si risentiva della precedente, mastodontica, ondata migratoria. Nello stesso periodo di due anni fa, infatti, gli immigrati accolti erano 22.167. Tuttavia che l'invasione - magari più lenta, ma comunque efficace - sia di nuovo in corso ormai è cosa nota. La vera grande novità sta nella beffa. Un paio di giorni fa, infatti, la Sicilia è diventata zona arancione. Una decisione presa dall'alto e non è accolta benissimo dal governatore siciliano, Nello Musumeci, che fino all'ultimo si è opposto: «Spero in una svista, in un errore di valutazione del Comitato tecnico scientifico. Sembra di essere su Scherzi a parte», ha dichiarato quando gli hanno comunicato la notizia. E ha aggiunto, irritato: «Anche un bambino, se mette a confronto i dati della Sicilia con quelli di altre 6-7 regioni si rende conto che si tratta di una grave sbavatura. Non protesto, la mia è amarezza. Questa decisione affrettata e superficiale incoraggia chi vuole andare in piazza». Ora, ci è stato più volte ribadito che «nelle aree arancioni è vietato qualsiasi spostamento in entrata e in uscita dal Comune e dalla Regione di residenza». Ebbene, come mai questa regola non vale per i barconi in ingresso? La domanda è talmente banale da risultare stupida, eppure il governo non è ancora stato in grado di fornire una risposta. In compenso, ci ha offerto e continua a offrirci uno spettacolo poco decoroso. Come noto, con grande soddisfazione di Luciana Lamorgese, sono stati smantellati i decreti sicurezza salviniani. I quali, fino a prova contraria - assieme agli accordi con i libici siglati da Marco Minniti - hanno prodotto una drastica riduzione degli sbarchi. In compenso, il ministro dell'Interno si è dato un gran daffare per elargire denari alla Tunisia, che però - lo dimostrano i numeri - non ha fermato il flusso di clandestini diretto verso le nostre spiagge. Dall'Europa non arrivano aiuti né economici né pratici, e il risultato è che ci troviamo a farci carico di chiunque entri. La sensazione che sull'immigrazione l'esecutivo ci prenda in giro è alimentata poi da uscite come quelle di Luigi Di Maio, che un paio di giorni fa ha dichiarato: «Fermiamo gli sbarchi, è un problema di sicurezza nazionale». E ha aggiunto che «vanno fatti più rimpatri e a spese di Bruxelles». Solo che Di Maio non è un passante, bensì il ministro degli Esteri, e invece di rilasciare interviste che non portano a niente dovrebbe farsi valere con i suoi pari. Secondo alcune indiscrezioni avrebbe persino messo a punto un piano per una sorta di blocco navale, concordato con la Lamorgese. Ma pare che Conte non abbia gradito. Dunque ci troviamo al solito punto: gli stranieri arrivano, noi dobbiamo farli entrare e mantenerli a spese dei cittadini, i quali al contempo devono fare i conti con le limitazioni imposte dalle cinquanta sfumature di lockdown. Sappiamo che l'immigrazione di massa è un pericolo per la sicurezza, dato che proprio a Lampedusa è sbarcato il terrorista di Nizza, Brahim Aouissaoui. Sappiamo - perché lo ha ribadito perfino la Ong Actionaid - che i centri di accoglienza sovraffollati diventano «focolai di coronavirus». Sappiamo che tenere in piedi questo sistema di ingressi massivi costa soldi che non abbiamo. Il governo dovrebbe almeno spiegarci perché ci costringe a subire tutto questo. Se vuole dimostrare di essere «buono», non può farlo sulla nostra pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lunica-zona-verde-sono-i-nostri-porti-i-migranti-arrivano-noi-siamo-reclusi-2648662416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-in-italia-i-visoni-contagiati" data-post-id="2648662416" data-published-at="1604802153" data-use-pagination="False"> Anche in Italia i visoni contagiati C'è anche l'Italia tra i Paesi che ospitano allevamenti di visoni infettati dal coronavirus. Il primo Paese ad aver annunciato casi di persone contagiate da un variante del virus Sars-Cov-2 è stata la Danimarca ma, a fare il punto della situazione, è stata l'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui, «ad oggi, sei Paesi, cioè Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Italia e Stati Uniti, hanno segnalato Sars-CoV-2 nei visoni d'allevamento all'Organizzazione mondiale per la salute animale». L'unica soluzione, purtroppo, in questo periodo di pandemia, è la più drastica e la Danimarca la già mettendo in piedi. Tutti i visoni da allevamento andranno abbattuti. Solo nello Stato del Nord Europa si tratta di 17 milioni di animali. «Le evidenze disponibili», spiega l'Oms, «suggeriscono che il virus viene trasmesso prevalentemente tra le persone attraverso goccioline respiratorie e contatto stretto» con contagiati, «ma ci sono anche esempi di trasmissione tra esseri umani e animali. Diversi animali che sono stati in contatto con esseri umani infetti, come visoni, cani, gatti domestici, leoni e tigri, sono risultati positivi al test per Sars-CoV-2». In particolare, «i visoni sono stati infettati in seguito all'esposizione ad esseri umani infetti». Secondo quanto spiega l'Oms, la diffusione del Covid-19 tra i visoni potrebbe fare da «cassa di risonanza» per la propagazione del virus che potrebbe diffondersi prima tra gli animali e poi infettare, di nuovo, una grande quantità di essere umani. I visoni, spiega l'Oms «possono agire come un serbatoio di Sars-CoV-2, trasmettendo il virus» e rappresentando «un rischio di propagazione dal visone all'uomo. Le persone possono poi trasmettere questo virus all'interno della popolazione umana. Può inoltre verificarsi un ritorno, una trasmissione da uomo a visone. Rimane motivo di preoccupazione quando un virus animale si diffonde nella popolazione umana o quando una popolazione animale potrebbe contribuire ad amplificare e diffondere un virus che colpisce l'uomo. Quando infatti i virus si spostano tra le popolazioni umane e animali, possono verificarsi modificazioni genetiche nel patogeno». Come spesso accade quando si tratta di coronavirus, il problema non è solo sanitario. Nel caso in cui anche l'Italia decidesse di abbattere tutti i visoni di allevamento presenti sul nostro territorio, per i pellicciai sarebbe un danno economico importante. L'Associazione italiana pellicceria sul tema ha diffuso un comunicato spiegando che in Italia sono stati trovati solo due casi e con carica virale bassa. Il messaggio è chiaro: gli animali degli allevamenti non vanno abbattuti. «Le Asl monitorano costantemente gli allevamenti», si legge nella nota dell'Aip, «nel nostro Paese ci sono state solo due analisi che hanno rilevato carica virale Covid bassa. La prima è stata fatta su un visone trovato deceduto, la seconda sulle feci a terra, sotto una gabbia vicina. L'allevamento in cui sono stati fatti questi due rilevamenti è stato monitorato da agosto a oggi: sui visoni sono stati eseguiti parecchie centinaia di tamponi in tempi successivi e sono sempre e tutti risultati negativi». «Siamo e vogliamo essere in prima linea su tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alle buone pratiche e alla tutela. In Italia gli allevamenti sono sicuri e molto distanziati tra loro (a differenza di quelli in Danimarca, che sono tutti nella stessa area)», conclude l'associazione che racchiude i pellicciai d'Italia.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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