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2021-03-15
L’ultimo flop degli uffici pubblici
iStock
Un altro appuntamento con l'innovazione è stato mancato. La pubblica amministrazione non è riuscita a rispettare la scadenza del 28 febbraio che avrebbe dovuto segnare l'ingresso nella modernità. Entro questa data, tutti gli enti pubblici avrebbero dovuto accettare l'identità digitale con Spid, la carta d'identità elettronica Cie, il PagoPa, il sistema di pagamento elettronico e avviare la transizione di tutti i servizi sull'app Io, quella diventata famosa con l'operazione cashback. Ma appena 5.737 amministrazioni su 23.000 sono risultate pronte. Solo 42 enti hanno adottato la carta di identità elettronica (Cie) come chiave di accesso. Anche là dove è stata rispettata la scadenza, la digitalizzazione è parziale e soltanto le attività principali sono accessibili con Id digitali.
Meno di 6 enti su 10 dispongono di almeno un servizio attivo con PagoPa. Inoltre per accedere, i cittadini devono avere l'identità Spid o la carta d'identità elettronica Cie e per molti non è così semplice ottenerli. Lo Spid va attivato con procedure poco agevoli soprattutto per gli anziani ma anche per chi ha scarsa dimestichezza con i mezzi informatici, mentre per la Cie molti Comuni danno appuntamenti al prossimo anno. Non è la prima volta che gli enti non riescono a rispettare la scadenza. Già nel 2018 si era resa necessaria una proroga.
Sono inadempienti la maggior parte delle scuole e numerosi ospedali che, se aprissero all'innovazione tecnologica, alleggerirebbero di molto il lavoro degli uffici amministrativi e aiuterebbero le famiglie alle prese con i bollettini per le tasse scolastiche e, nel caso degli ambulatori, con le file agli sportelli per prenotare le visite mediche o gli esami diagnostici. Visto l'esito, la data del 28 febbraio è risultata un obiettivo eccessivamente ambizioso. Forse nemmeno il governo ha mai creduto che sarebbe stato rispettato.
Il gap tra le promesse di una pubblica amministrazione che dialoga sempre online e il rapporto quotidiano con gli uffici fatto ancora di carte, raccomandate e file agli sportelli, resta ampio. Per la transizione digitale erano stati stanziati dal ministero dell'Innovazione tecnologica 43 milioni che, divisi per 23.000 amministrazioni, fa 1.870 euro ciascuna. Briciole. Contributi più importanti arriveranno con il Recovery fund visto che il piano europeo prevede un capitolo dedicato proprio alla modernizzazione della pubblica amministrazione. Nel nuovo ciclo di programmazione della Ue per il periodo 2021-2027 ci sono in ballo 1.800 miliardi di euro, la maggior quantità di finanziamenti mai varati. L'Italia potrà beneficiare di oltre 100 miliardi già dal 2021. Oltre 40 miliardi per le politiche di coesione, circa 65,5 miliardi a fondo perduto per il piano ripresa e resilienza. Per l'amministrazione pubblica è l'occasione d'oro per agganciare il futuro.
Il problema però è che gli enti locali devono essere pronti per fare progetti e quindi spendere. L'esperienza, anche più recente, dimostra che non è per niente facile. L'Osservatorio agenda digitale del Politecnico di Milano riporta che una gara pubblica in tecnologie digitali è assegnata in circa 4,5 mesi dopo la scadenza delle offerte. Solo il 49% delle gare è assegnato in meno di 100 giorni. Sono tempi troppo lunghi per l'innovazione tecnologica. Il mercato degli acquisti digitali della pubblica amministrazione vale 5,8 miliardi (l'8% del settore nazionale) e appena il 15% dei fornitori di tecnologie lavora con questo settore.
Le gare pubbliche sono gestite in modo da evitare contenziosi e spesso, per paura di incorrere nel danno erariale, le amministrazioni preferiscono non fare progetti. La normativa, complicata e in continua evoluzione, non offre un quadro di certezze. L'Osservatorio agenda digitale sottolinea che il codice dei contratti pubblici non è ancora pienamente operativo perché sono stati adottati solo 24 dei 45 provvedimenti attuativi, necessari per farlo funzionare.
L'Europa ha messo a disposizione del nostro Paese per l'attuazione dell'agenda digitale, nella programmazione 2014-2020, fondi per 3,6 miliardi di euro ma ne sono stati spesi appena il 34,5%. Il 57% delle risorse è gestito dalle Regioni ma solo Puglia (81%), Val d'Aosta (68%) e Lazio (58%) ne hanno impiegato più del 50% mentre quella che ha ottenuto (373 milioni) e speso (162 milioni) la maggior parte delle risorse è la Sicilia.
Con l'indice Desi (Digital economy and society index), la Commissione europea ha misurato il fiato corto dell'innovazione italiana per l'erogazione di servizi online: siamo venticinquesimi su 28, riusciamo a metterci alle spalle solo Bulgaria, Grecia e Romania ma non sappiamo tenere il passo di Polonia, Ungheria, Cipro o Portogallo, per non parlare di Danimarca, Svezia e Finlandia che occupano il podio o di Germania e Francia che dovrebbero essere i nostri concorrenti, ma ci superano in fatto di utilizzo di Internet, connettività, integrazione e servizi digitali. L'Italia risulta divisa in due con sensibili differenze tra Nord e Sud. Lombardia, Lazio e Provincia autonoma di Trento sono le più digitali, mentre in coda si collocano Sicilia, Molise e Calabria.
Secondo l'Osservatorio agenda digitale, il nostro Paese registra «i peggiori posizionamenti nelle competenze digitali e nell'uso di internet». Le restrizioni imposte dalla pandemia con la chiusura di molti uffici e la diffusione dello smart working hanno diffuso la consapevolezza dell'importanza di avere un dialogo online efficiente con la pubblica amministrazione. Ma è anche emersa l'inadeguatezza della Pa alla domanda di più tecnologia per mancanza di competenze e per gli scarsi investimenti.
L'Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per copertura di banda larga fissa. A metà 2019 il 78% delle abitazioni è stato raggiunto da almeno 30 mbps e il 61% da 100 mbps. La sfida è di arrivare a breve a coprire tutto il territorio. Inoltre bisogna migliorare l'utilizzo. L'anno scorso solo il 31% delle abitazioni usava una connessione ad almeno 30 mbps e il 13% usava i 100 mbps. Tra i Comuni la fibra ottica è diffusa nel 32% degli enti. Perché stupirsi, quindi, se lo Spid continua a essere poco conosciuto?
«Nessuno pensa alle piccole realtà»
«Agganciarsi alla piattaforma PagoPa, veicolare i servizi di pagamento su un unico sistema nazionale, non è come spingere un bottone. L'attenzione finora è stata focalizzata sulla digitalizzazione a livello nazionale ma poco è stato fatto sul territorio. I sindaci si sono mossi in ordine sparso, ciascuno innovando per proprio conto i servizi dal punto di vista tecnologico. Il risultato è che ci sono situazioni eterogenee e ora è complicato confluire sull'unica piattaforma PagoPa». Alessandro Canelli ha seguito in prima linea il processo di digitalizzazione dei Comuni in quanto sindaco di Novara e presidente dell'Istituto per la finanza e l'economia locale dell'Anci, l'Associazione dei Comuni italiani.
Che cosa ha impedito agli enti locali di rispettare la scadenza del 28 febbraio per veicolare i servizi di pagamento su PagoPa? Per Canelli «le situazioni sono diverse. Esistono realtà grandi dotate di mezzi economici, competenze e personale per affrontare la trasformazione tecnologica, ma la maggior parte fa fatica. È mancato un sostegno dello Stato. L'attenzione si è concentrata sulle amministrazioni centrali, mentre quelle periferiche sono state abbandonate».
Finora i Comuni si sono organizzati in ordine sparso, e probabilmente non si poteva fare diversamente vista la mancanza di un coordinamento nazionale. «Ognuno ha software diversi per i pagamenti», conferma Canelli, «che ora devono essere adattati per poi agganciarsi alla piattaforma PagoPa. Questo procedimento prevede una serie di passaggi intermedi che non sono banali. Non basta schiacciare un bottone».
Per esempio, quando si entra nel sito del Comune di Novara, la città di Canelli, ci si collega alla piattaforma PiemontePay. «Noi abbiamo attivato il pagamento digitale per le lampade votive cimiteriali ed è in corso di sviluppo quello relativo ai rapporti tra amministrazione e aziende», spiega il sindaco. «Questa realtà fa capire che bisognerebbe armonizzare i diversi software e i Comuni devono essere accompagnati in questo percorso».
Nonostante questi problemi, è stata confermata una scadenza molto ravvicinata. «È il problema che l'Anci ha sottolineato presentando un emendamento al decreto Milleproroghe», dice Canelli. «Abbiamo chiesto di posticipare il termine ultimo almeno a fine anno ma non se ne è fatto nulla. E il risultato ce l'abbiamo davanti». Servono forse più soldi? «I fondi europei vanno alle amministrazioni centrali», dice il delegato Anci. «Ci auguriamo che una quota dei finanziamenti del Recovery fund sia destinata alla digitalizzazione dei Comuni. Bisogna lavorare molto sulla formazione dei dipendenti comunali e sulla informazione dei cittadini. Per circa otto anni le amministrazioni hanno sofferto il blocco del turnover. Abbiamo perso il 20% del personale e chi è in servizio ha un'età avanzata».
Canelli nega che esistano resistenze alle nuove tecnologie perché si temono tagli di posti: «Tutt'altro. Le nuove tecnologie tolgono dagli sportelli personale che può essere posizionato su altri servizi in difficoltà. Ci guadagnano tutti: il pubblico, i dipendenti delle amministrazioni e le amministrazioni stesse».
«Scadenze ignorate? Mi sorprende che qualcuno le abbia rispettate...»
«Perché stupirsi se solo 6.300 enti pubblici su 20.000 hanno attivato l'accesso ai servizi con Spid, il sistema di identità digitale, e Cie, la carta di identità elettronica? Considerando come è strutturata la pubblica amministrazione, io lo considero quasi un miracolo». Ironia o analisi della situazione? Luca Gastaldi, direttore dell'Osservatorio agenda digitale e dell'Osservatorio digital identity del Politecnico di Milano, è pungente: «Quando un sistema come quello della pubblica amministrazione si dà regole complicate e quindi inapplicabili, quando l'età media dei dipendenti è alta e manca la formazione, quando gli enti non dialogano tra loro, non mi meraviglio se pochi Comuni hanno tagliato il traguardo previsto dal decreto Semplificazioni. Sono piuttosto sorpreso che siano così numerosi».
Spid, PagoPa, carta di identità elettronica raggiungono pochi cittadini. Come mai questo ritardo? Non è la prima volta che viene fissata una scadenza per svecchiare il sistema.
«Se non è stato attivato l'accesso allo Spid è perché gran parte dei servizi delle pubbliche amministrazioni non sono digitalizzati».
Come mai la digitalizzazione dei servizi procede a rilento? Si potrebbero risparmiare soldi e tempo.
«Ci sono una serie di ragioni. La prima è di natura strutturale: in Italia ci sono circa 20.000 amministrazioni, di cui 8.000 Comuni e altrettante scuole. Il 75% dei Comuni ha meno di 5.000 abitanti e meno di 5 dipendenti. Per costoro la digitalizzazione dei servizi non è la priorità, devono occuparsi di mille altre questioni. Inoltre mancano le competenze. I piccoli enti sono condannati al nanismo digitale».
Comuni piccoli e con scarse competenze, come si superano questi ostacoli?
«Basterebbe che i piccoli Comuni si aggregassero o comunicassero di più tra loro».
Non è anche un problema di fondi? Il ministro dell'Innovazione, Vittorio Colao, ha detto che bisognerebbe investire di più.
«Non è vero che non ci sono i soldi. L'Europa mette a disposizione parecchi fondi per accelerare la trasformazione digitale pubblica: in media ogni anno è a disposizione più di 1 miliardo di euro. Ma per ottenere i finanziamenti bisogna presentare i progetti e poi rendicontarli quando sono ultimati. Ma le amministrazioni hanno scarsa competenza anche nella progettazione».
Se non riescono a trovar competenze al loro interno, non potrebbero servirsi di aziende private?
«Non è facile. La normativa su queste collaborazioni è complicata. Il codice degli appalti, oltre che essere pensato più per le strade che per le infrastrutture digitali, è oggetto di continue revisioni, così le amministrazioni pubbliche per paura di sbagliare e incorrere nel danno erariale, preferiscono non decidere. Le norme sono incompatibili con i tempi del digitale: andrebbe rivisto l'impianto legislativo. Mancano 50 provvedimenti attuativi».
Non c'è anche scarsa richiesta di servizi digitali? Gli italiani sono poco tecnologici e piuttosto diffidenti verso questi nuovi sistemi.
«È vero. Il nostro Paese è ultimo in Europa per diffusione delle competenze digitali. Siamo attaccati tutto il giorno a Facebook ma non siamo in grado di riconoscere una fake news, di accedere a un conto corrente online, di utilizzare i dispositivi tecnologici. Il cittadino quando deve fruire di un servizio pubblico si reca direttamente allo sportello senza prima domandarsi se c'è alternativa digitale».
Con il Covid però qualcosa è cambiato: lo abbiamo visto per la didattica a distanza.
«È di sicuro aumentata la consapevolezza che è necessaria un'amministrazione più digitale e si è anche scoperto che la banda larga è poco diffusa. Tante aree del Paese non sono coperte. C'è però un altro aspetto che è conseguenza della scarsa competenza».
Quale?
«Quando le Pa introducono il digitale non ripensano i loro servizi. Si limitano a mettere online ciò che fino a quel momento avviene in presenza. Spesso i Comuni si rimpallano i documenti tramite mail quando basterebbe trasferire i dati su un unico registro digitale che sarebbe a disposizione di tutte le amministrazioni».
Allora chissà quante altre scadenze per la digitalizzazione saranno saltate, di questo passo.
«Non si può pretendere che tutto cambi all'improvviso. Ci muoviamo in una situazione complicata che richiede tempo. Un grande passo in avanti è stato fatto con la definizione di un piano triennale per l'informatica nel quale si indica la strategia di digitalizzazione del Paese. Ora sappiamo dove dobbiamo andare. Per risolvere il problema strutturale che molte Pa sono piccole si è deciso di gestire centralmente alcune attività: Spid, carta d'identità elettronica, PagoPa. Con Immuni e soprattutto il cashback sono stati raggiunti risultati strabilianti: è bastato mettere in palio un po' di soldi e sono state superate molte perplessità legate alla privacy che invece avevano caratterizzato Immuni».
«No ai provvedimenti calati dall'alto»
«Non si può innovare per decreto, fissando scadenze che si sa in partenza che non potranno essere rispettate. Con la pandemia era impossibile che gli enti locali riuscissero a essere pronti per il 28 febbraio. Il problema principale della pubblica amministrazione è che i provvedimenti vengono calati dall'alto senza coinvolgere chi li deve applicare. Mancano sanzioni per gli enti inadempienti e così è facile bucare le date». Gianni Dominici è direttore generale del Forum della pubblica amministrazione, la società di servizi che accompagna amministrazioni e aziende pubbliche nei processi di cambiamento e innovazione. «Era facile prevedere che i Comuni non sarebbero stati pronti», dice. «Mentre per PagoPa cominciano a esserci diversi servizi, lo Spid è stato un appuntamento mancato».
La digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche italiane offre un panorama desolante: «Personale all'osso per il blocco del turnover, in 10 anni abbiamo perso mezzo milione di dipendenti pubblici; età media elevata, circa 54 anni; formazione zero: in media una giornata di aggiornamento l'anno mentre nel resto d'Europa sono più di 15. Poi pesa il campanilismo», dice Dominici. «Ogni Comune, soprattutto i più piccoli, pensa di poter procedere per conto proprio. Invece la digitalizzazione è collaborazione, è mettere insieme le competenze». Dominici porta l'esempio dei Consorzio dei Comuni del Trentino: «Riunisce 250 piccole realtà che da sole non ce la farebbero mai a fornire servizi online, mentre hanno una piattaforma dove, a costi irrisori, condividono le attività. La digitalizzazione è fatta da un fornitore e il server è del consorzio. Bisogna aggregarsi e ragionare in una logica di servizi condivisi».
Il Covid però ha accelerato la richiesta di servizi online. «A febbraio le identità Spid sono arrivate a oltre 17,5 milioni, quando erano 15,5 milioni a fine anno», conferma il direttore del Forum. «Le transazioni su PagoPa sfiorano i 28 milioni mentre a fine anno erano la metà. Con l'operazione cashback, oltre 10 milioni di italiani hanno scaricato l'app Io. La pandemia ha avvicinato gli italiani al digitale perché bisogna lavorare da remoto e anche la vaccinazione si fa con prenotazioni sul sito della Regione. I Comuni hanno capito che il digitale è la soluzione di tanti problemi».
Le resistenze nel Paese sono sempre meno, secondo Dominici: «Un sondaggio effettuato con l'istituto Piepoli ha rilevato che il 57% è favorevole alla digitalizzazione perché facilita e velocizza i servizi, mentre il 21% è contrario: il 13% non ha gli strumenti, l'8% le competenze. Il 6% ritiene che i servizi non siano cambiati mentre il 9% non si è accorto del mutamento tecnologico». Tuttavia, digitalizzare significa anche acquistare servizi informatici e fare i conti con la burocrazia degli appalti: «Questo è un ostacolo da superare. Per comprare un servizio le amministrazioni impiegano oltre un anno. Durante la pandemia, gli acquisiti sono stati possibili senza bandi di gara, ma quando si tornerà alla normalità bisognerà semplificare le procedure per evitare che il meccanismo si ingolfi di nuovo. Nel passaggio dall'emergenza alla ricostruzione, la digitalizzazione sarà fondamentale per la crescita».
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Entro il 28 febbraio tutte le amministrazioni, dai Comuni alle scuole agli ospedali, dovevano compiere tre adempimenti: introdurre la carta d'identità elettronica, accettare l'identità digitale con Spid ed entrare nel sistema PagoPa. L'hanno fatto 5.737 enti su 23.000. A ciascuno, per la digitalizzazione, il governo Conte aveva destinato meno di 1.900 euro: briciole.In mancanza di direttive e sostegni, i sindaci si sono mossi in ordine sparso. L'Anci: «Non c'è stato coordinamento, difficile recuperare per riallineare tutti i software».Il direttore dell'Osservatorio agenda digitale, Luca Gastaldi: «Questo sistema si è dato norme complicate e inapplicabili, ha impiegati anziani e non fa formazione. Bisogna che gli organismi più piccoli si convincano a collaborare»Il Forum Pa critica la riforma: non si può innovare per decreto senza coinvolgere chi deve applicare le nuove regole. Per gli inadempienti non sono previste sanzioni.Lo speciale contiene quattro articoli.Un altro appuntamento con l'innovazione è stato mancato. La pubblica amministrazione non è riuscita a rispettare la scadenza del 28 febbraio che avrebbe dovuto segnare l'ingresso nella modernità. Entro questa data, tutti gli enti pubblici avrebbero dovuto accettare l'identità digitale con Spid, la carta d'identità elettronica Cie, il PagoPa, il sistema di pagamento elettronico e avviare la transizione di tutti i servizi sull'app Io, quella diventata famosa con l'operazione cashback. Ma appena 5.737 amministrazioni su 23.000 sono risultate pronte. Solo 42 enti hanno adottato la carta di identità elettronica (Cie) come chiave di accesso. Anche là dove è stata rispettata la scadenza, la digitalizzazione è parziale e soltanto le attività principali sono accessibili con Id digitali. Meno di 6 enti su 10 dispongono di almeno un servizio attivo con PagoPa. Inoltre per accedere, i cittadini devono avere l'identità Spid o la carta d'identità elettronica Cie e per molti non è così semplice ottenerli. Lo Spid va attivato con procedure poco agevoli soprattutto per gli anziani ma anche per chi ha scarsa dimestichezza con i mezzi informatici, mentre per la Cie molti Comuni danno appuntamenti al prossimo anno. Non è la prima volta che gli enti non riescono a rispettare la scadenza. Già nel 2018 si era resa necessaria una proroga.Sono inadempienti la maggior parte delle scuole e numerosi ospedali che, se aprissero all'innovazione tecnologica, alleggerirebbero di molto il lavoro degli uffici amministrativi e aiuterebbero le famiglie alle prese con i bollettini per le tasse scolastiche e, nel caso degli ambulatori, con le file agli sportelli per prenotare le visite mediche o gli esami diagnostici. Visto l'esito, la data del 28 febbraio è risultata un obiettivo eccessivamente ambizioso. Forse nemmeno il governo ha mai creduto che sarebbe stato rispettato.Il gap tra le promesse di una pubblica amministrazione che dialoga sempre online e il rapporto quotidiano con gli uffici fatto ancora di carte, raccomandate e file agli sportelli, resta ampio. Per la transizione digitale erano stati stanziati dal ministero dell'Innovazione tecnologica 43 milioni che, divisi per 23.000 amministrazioni, fa 1.870 euro ciascuna. Briciole. Contributi più importanti arriveranno con il Recovery fund visto che il piano europeo prevede un capitolo dedicato proprio alla modernizzazione della pubblica amministrazione. Nel nuovo ciclo di programmazione della Ue per il periodo 2021-2027 ci sono in ballo 1.800 miliardi di euro, la maggior quantità di finanziamenti mai varati. L'Italia potrà beneficiare di oltre 100 miliardi già dal 2021. Oltre 40 miliardi per le politiche di coesione, circa 65,5 miliardi a fondo perduto per il piano ripresa e resilienza. Per l'amministrazione pubblica è l'occasione d'oro per agganciare il futuro. Il problema però è che gli enti locali devono essere pronti per fare progetti e quindi spendere. L'esperienza, anche più recente, dimostra che non è per niente facile. L'Osservatorio agenda digitale del Politecnico di Milano riporta che una gara pubblica in tecnologie digitali è assegnata in circa 4,5 mesi dopo la scadenza delle offerte. Solo il 49% delle gare è assegnato in meno di 100 giorni. Sono tempi troppo lunghi per l'innovazione tecnologica. Il mercato degli acquisti digitali della pubblica amministrazione vale 5,8 miliardi (l'8% del settore nazionale) e appena il 15% dei fornitori di tecnologie lavora con questo settore.Le gare pubbliche sono gestite in modo da evitare contenziosi e spesso, per paura di incorrere nel danno erariale, le amministrazioni preferiscono non fare progetti. La normativa, complicata e in continua evoluzione, non offre un quadro di certezze. L'Osservatorio agenda digitale sottolinea che il codice dei contratti pubblici non è ancora pienamente operativo perché sono stati adottati solo 24 dei 45 provvedimenti attuativi, necessari per farlo funzionare. L'Europa ha messo a disposizione del nostro Paese per l'attuazione dell'agenda digitale, nella programmazione 2014-2020, fondi per 3,6 miliardi di euro ma ne sono stati spesi appena il 34,5%. Il 57% delle risorse è gestito dalle Regioni ma solo Puglia (81%), Val d'Aosta (68%) e Lazio (58%) ne hanno impiegato più del 50% mentre quella che ha ottenuto (373 milioni) e speso (162 milioni) la maggior parte delle risorse è la Sicilia.Con l'indice Desi (Digital economy and society index), la Commissione europea ha misurato il fiato corto dell'innovazione italiana per l'erogazione di servizi online: siamo venticinquesimi su 28, riusciamo a metterci alle spalle solo Bulgaria, Grecia e Romania ma non sappiamo tenere il passo di Polonia, Ungheria, Cipro o Portogallo, per non parlare di Danimarca, Svezia e Finlandia che occupano il podio o di Germania e Francia che dovrebbero essere i nostri concorrenti, ma ci superano in fatto di utilizzo di Internet, connettività, integrazione e servizi digitali. L'Italia risulta divisa in due con sensibili differenze tra Nord e Sud. Lombardia, Lazio e Provincia autonoma di Trento sono le più digitali, mentre in coda si collocano Sicilia, Molise e Calabria. Secondo l'Osservatorio agenda digitale, il nostro Paese registra «i peggiori posizionamenti nelle competenze digitali e nell'uso di internet». Le restrizioni imposte dalla pandemia con la chiusura di molti uffici e la diffusione dello smart working hanno diffuso la consapevolezza dell'importanza di avere un dialogo online efficiente con la pubblica amministrazione. Ma è anche emersa l'inadeguatezza della Pa alla domanda di più tecnologia per mancanza di competenze e per gli scarsi investimenti.L'Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per copertura di banda larga fissa. A metà 2019 il 78% delle abitazioni è stato raggiunto da almeno 30 mbps e il 61% da 100 mbps. La sfida è di arrivare a breve a coprire tutto il territorio. Inoltre bisogna migliorare l'utilizzo. L'anno scorso solo il 31% delle abitazioni usava una connessione ad almeno 30 mbps e il 13% usava i 100 mbps. Tra i Comuni la fibra ottica è diffusa nel 32% degli enti. Perché stupirsi, quindi, se lo Spid continua a essere poco conosciuto?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lultimo-flop-degli-uffici-pubblici-2651061054.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuno-pensa-alle-piccole-realta" data-post-id="2651061054" data-published-at="1615751518" data-use-pagination="False"> «Nessuno pensa alle piccole realtà» «Agganciarsi alla piattaforma PagoPa, veicolare i servizi di pagamento su un unico sistema nazionale, non è come spingere un bottone. L'attenzione finora è stata focalizzata sulla digitalizzazione a livello nazionale ma poco è stato fatto sul territorio. I sindaci si sono mossi in ordine sparso, ciascuno innovando per proprio conto i servizi dal punto di vista tecnologico. Il risultato è che ci sono situazioni eterogenee e ora è complicato confluire sull'unica piattaforma PagoPa». Alessandro Canelli ha seguito in prima linea il processo di digitalizzazione dei Comuni in quanto sindaco di Novara e presidente dell'Istituto per la finanza e l'economia locale dell'Anci, l'Associazione dei Comuni italiani. Che cosa ha impedito agli enti locali di rispettare la scadenza del 28 febbraio per veicolare i servizi di pagamento su PagoPa? Per Canelli «le situazioni sono diverse. Esistono realtà grandi dotate di mezzi economici, competenze e personale per affrontare la trasformazione tecnologica, ma la maggior parte fa fatica. È mancato un sostegno dello Stato. L'attenzione si è concentrata sulle amministrazioni centrali, mentre quelle periferiche sono state abbandonate». Finora i Comuni si sono organizzati in ordine sparso, e probabilmente non si poteva fare diversamente vista la mancanza di un coordinamento nazionale. «Ognuno ha software diversi per i pagamenti», conferma Canelli, «che ora devono essere adattati per poi agganciarsi alla piattaforma PagoPa. Questo procedimento prevede una serie di passaggi intermedi che non sono banali. Non basta schiacciare un bottone». Per esempio, quando si entra nel sito del Comune di Novara, la città di Canelli, ci si collega alla piattaforma PiemontePay. «Noi abbiamo attivato il pagamento digitale per le lampade votive cimiteriali ed è in corso di sviluppo quello relativo ai rapporti tra amministrazione e aziende», spiega il sindaco. «Questa realtà fa capire che bisognerebbe armonizzare i diversi software e i Comuni devono essere accompagnati in questo percorso». Nonostante questi problemi, è stata confermata una scadenza molto ravvicinata. «È il problema che l'Anci ha sottolineato presentando un emendamento al decreto Milleproroghe», dice Canelli. «Abbiamo chiesto di posticipare il termine ultimo almeno a fine anno ma non se ne è fatto nulla. E il risultato ce l'abbiamo davanti». Servono forse più soldi? «I fondi europei vanno alle amministrazioni centrali», dice il delegato Anci. «Ci auguriamo che una quota dei finanziamenti del Recovery fund sia destinata alla digitalizzazione dei Comuni. Bisogna lavorare molto sulla formazione dei dipendenti comunali e sulla informazione dei cittadini. Per circa otto anni le amministrazioni hanno sofferto il blocco del turnover. Abbiamo perso il 20% del personale e chi è in servizio ha un'età avanzata». Canelli nega che esistano resistenze alle nuove tecnologie perché si temono tagli di posti: «Tutt'altro. 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Luca Gastaldi, direttore dell'Osservatorio agenda digitale e dell'Osservatorio digital identity del Politecnico di Milano, è pungente: «Quando un sistema come quello della pubblica amministrazione si dà regole complicate e quindi inapplicabili, quando l'età media dei dipendenti è alta e manca la formazione, quando gli enti non dialogano tra loro, non mi meraviglio se pochi Comuni hanno tagliato il traguardo previsto dal decreto Semplificazioni. Sono piuttosto sorpreso che siano così numerosi». Spid, PagoPa, carta di identità elettronica raggiungono pochi cittadini. Come mai questo ritardo? Non è la prima volta che viene fissata una scadenza per svecchiare il sistema. «Se non è stato attivato l'accesso allo Spid è perché gran parte dei servizi delle pubbliche amministrazioni non sono digitalizzati». Come mai la digitalizzazione dei servizi procede a rilento? Si potrebbero risparmiare soldi e tempo. «Ci sono una serie di ragioni. La prima è di natura strutturale: in Italia ci sono circa 20.000 amministrazioni, di cui 8.000 Comuni e altrettante scuole. Il 75% dei Comuni ha meno di 5.000 abitanti e meno di 5 dipendenti. Per costoro la digitalizzazione dei servizi non è la priorità, devono occuparsi di mille altre questioni. Inoltre mancano le competenze. I piccoli enti sono condannati al nanismo digitale». Comuni piccoli e con scarse competenze, come si superano questi ostacoli? «Basterebbe che i piccoli Comuni si aggregassero o comunicassero di più tra loro». Non è anche un problema di fondi? Il ministro dell'Innovazione, Vittorio Colao, ha detto che bisognerebbe investire di più. «Non è vero che non ci sono i soldi. L'Europa mette a disposizione parecchi fondi per accelerare la trasformazione digitale pubblica: in media ogni anno è a disposizione più di 1 miliardo di euro. Ma per ottenere i finanziamenti bisogna presentare i progetti e poi rendicontarli quando sono ultimati. Ma le amministrazioni hanno scarsa competenza anche nella progettazione». Se non riescono a trovar competenze al loro interno, non potrebbero servirsi di aziende private? «Non è facile. La normativa su queste collaborazioni è complicata. Il codice degli appalti, oltre che essere pensato più per le strade che per le infrastrutture digitali, è oggetto di continue revisioni, così le amministrazioni pubbliche per paura di sbagliare e incorrere nel danno erariale, preferiscono non decidere. Le norme sono incompatibili con i tempi del digitale: andrebbe rivisto l'impianto legislativo. Mancano 50 provvedimenti attuativi». Non c'è anche scarsa richiesta di servizi digitali? Gli italiani sono poco tecnologici e piuttosto diffidenti verso questi nuovi sistemi. «È vero. Il nostro Paese è ultimo in Europa per diffusione delle competenze digitali. Siamo attaccati tutto il giorno a Facebook ma non siamo in grado di riconoscere una fake news, di accedere a un conto corrente online, di utilizzare i dispositivi tecnologici. Il cittadino quando deve fruire di un servizio pubblico si reca direttamente allo sportello senza prima domandarsi se c'è alternativa digitale». Con il Covid però qualcosa è cambiato: lo abbiamo visto per la didattica a distanza. «È di sicuro aumentata la consapevolezza che è necessaria un'amministrazione più digitale e si è anche scoperto che la banda larga è poco diffusa. Tante aree del Paese non sono coperte. C'è però un altro aspetto che è conseguenza della scarsa competenza». Quale? «Quando le Pa introducono il digitale non ripensano i loro servizi. Si limitano a mettere online ciò che fino a quel momento avviene in presenza. Spesso i Comuni si rimpallano i documenti tramite mail quando basterebbe trasferire i dati su un unico registro digitale che sarebbe a disposizione di tutte le amministrazioni». Allora chissà quante altre scadenze per la digitalizzazione saranno saltate, di questo passo. «Non si può pretendere che tutto cambi all'improvviso. Ci muoviamo in una situazione complicata che richiede tempo. Un grande passo in avanti è stato fatto con la definizione di un piano triennale per l'informatica nel quale si indica la strategia di digitalizzazione del Paese. Ora sappiamo dove dobbiamo andare. Per risolvere il problema strutturale che molte Pa sono piccole si è deciso di gestire centralmente alcune attività: Spid, carta d'identità elettronica, PagoPa. Con Immuni e soprattutto il cashback sono stati raggiunti risultati strabilianti: è bastato mettere in palio un po' di soldi e sono state superate molte perplessità legate alla privacy che invece avevano caratterizzato Immuni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lultimo-flop-degli-uffici-pubblici-2651061054.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="no-ai-provvedimenti-calati-dall-alto" data-post-id="2651061054" data-published-at="1615751518" data-use-pagination="False"> «No ai provvedimenti calati dall'alto» «Non si può innovare per decreto, fissando scadenze che si sa in partenza che non potranno essere rispettate. Con la pandemia era impossibile che gli enti locali riuscissero a essere pronti per il 28 febbraio. Il problema principale della pubblica amministrazione è che i provvedimenti vengono calati dall'alto senza coinvolgere chi li deve applicare. Mancano sanzioni per gli enti inadempienti e così è facile bucare le date». Gianni Dominici è direttore generale del Forum della pubblica amministrazione, la società di servizi che accompagna amministrazioni e aziende pubbliche nei processi di cambiamento e innovazione. «Era facile prevedere che i Comuni non sarebbero stati pronti», dice. «Mentre per PagoPa cominciano a esserci diversi servizi, lo Spid è stato un appuntamento mancato». La digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche italiane offre un panorama desolante: «Personale all'osso per il blocco del turnover, in 10 anni abbiamo perso mezzo milione di dipendenti pubblici; età media elevata, circa 54 anni; formazione zero: in media una giornata di aggiornamento l'anno mentre nel resto d'Europa sono più di 15. Poi pesa il campanilismo», dice Dominici. «Ogni Comune, soprattutto i più piccoli, pensa di poter procedere per conto proprio. Invece la digitalizzazione è collaborazione, è mettere insieme le competenze». Dominici porta l'esempio dei Consorzio dei Comuni del Trentino: «Riunisce 250 piccole realtà che da sole non ce la farebbero mai a fornire servizi online, mentre hanno una piattaforma dove, a costi irrisori, condividono le attività. La digitalizzazione è fatta da un fornitore e il server è del consorzio. Bisogna aggregarsi e ragionare in una logica di servizi condivisi». Il Covid però ha accelerato la richiesta di servizi online. «A febbraio le identità Spid sono arrivate a oltre 17,5 milioni, quando erano 15,5 milioni a fine anno», conferma il direttore del Forum. «Le transazioni su PagoPa sfiorano i 28 milioni mentre a fine anno erano la metà. Con l'operazione cashback, oltre 10 milioni di italiani hanno scaricato l'app Io. La pandemia ha avvicinato gli italiani al digitale perché bisogna lavorare da remoto e anche la vaccinazione si fa con prenotazioni sul sito della Regione. I Comuni hanno capito che il digitale è la soluzione di tanti problemi». Le resistenze nel Paese sono sempre meno, secondo Dominici: «Un sondaggio effettuato con l'istituto Piepoli ha rilevato che il 57% è favorevole alla digitalizzazione perché facilita e velocizza i servizi, mentre il 21% è contrario: il 13% non ha gli strumenti, l'8% le competenze. Il 6% ritiene che i servizi non siano cambiati mentre il 9% non si è accorto del mutamento tecnologico». Tuttavia, digitalizzare significa anche acquistare servizi informatici e fare i conti con la burocrazia degli appalti: «Questo è un ostacolo da superare. Per comprare un servizio le amministrazioni impiegano oltre un anno. Durante la pandemia, gli acquisiti sono stati possibili senza bandi di gara, ma quando si tornerà alla normalità bisognerà semplificare le procedure per evitare che il meccanismo si ingolfi di nuovo. Nel passaggio dall'emergenza alla ricostruzione, la digitalizzazione sarà fondamentale per la crescita».
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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