
A dispetto del suo storico soprannome, Giuliano Amato non è andato tanto per il sottile. Ed esaurita la premessa di rito («Non siamo la maestrina del Parlamento, non siamo un’autorità superiore al Parlamento, non diamo moniti»), ha ingiunto: «Serve una legge» per «tutelare l’interesse» dei figli delle coppie gay.
Ad ascoltare il discorso del presidente della Consulta, ieri, c’erano il capo dello Stato, Sergio Mattarella, la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, quello della Camera, Roberto Fico e il ministro della Giustizia, Marta Cartabia. È alla filosofia giuridica da costei praticata, che si conforma la dottrina «arcobaleno» di Amato: nella sua relazione sull’attività della Corte nel 2021, infatti, si legge che bisogna tener conto «delle modificazioni del concetto di famiglia» e persino «dell’evoluzione scientifica e tecnologica nell’ambito della filiazione». È la teoria per cui le Corti costituzionali svolgerebbero «una funzione dinamizzante dell’ordinamento», espressa anni fa dalla attuale Guardasigilli. Amato sostiene che la Consulta interpreti «la superiorità della Costituzione sopra le leggi». Sarà. Sembra che la adatti alle ideologie dominanti.
Non a caso, nel documento di 20 pagine vergato dall’ex presidente del Consiglio si coglie uno spirito decisamente meno cedevole alle prerogative delle Camere. Tra le quali, ricordiamolo, rientra pure la scelta di non legiferare su una certa materia. Quando ci sono di mezzo dilemmi morali, potrebbe prodursi un’irriducibile divergenza tra le posizioni dei rappresentanti eletti, peraltro simile a quella che alberga nel corpo sociale. Eppure, il presidente della Consulta definisce «incoraggiante» il «quadro dei rapporti con il Parlamento, in un anno che […] è stato intenso per quanto concerne i moniti e gli inviti al legislatore, a cui quest’ultimo, nondimeno, già in corso d’anno ha saputo dare alcune risposte». Traduzione libera ma fedele: il legislatore inizia a obbedirci. Alle questioni etiche, prima o poi, ci si arriverà.
La sviolinata in salsa Lgbt non è stata l’unica incursione politica di Amato. Come prevedibile, a tenere banco c’era il tema della guerra. Giusto spedire armi all’Ucraina? La risposta sta, secondo il presidente della Corte, negli articoli 11, 52 e 78 della Costituzione, i quali implicano «inesorabilmente che l’Italia possa trovarsi in guerra». E nei trattati, sia quello sull’Ue, sia il Patto atlantico, che impongono di prestare aiuto agli altri Stati contraenti. Peccato soltanto che l’Ucraina non sia né nell’Unione europea né nella Nato... E peccato non sia proprio intelligibile il paragone proposto da Amato con l’Iraq: «Lì furono le democrazie a invadere e Carlo Azeglio Ciampi», allora presidente della Repubblica, «a indicare al governo come unico modo di intervento di portare forze militari solo a protezione dell’ospedale». O il punto è che, con i nostri razzi Milan, gli ucraini tutelano i malati, oppure ci risiamo: il potere decide, il vigilante idea un argomento per convalidare.
Ben più lucido il ragionamento sulla campagna mediatica per processare Vladimir Putin all’Aja: «La Russia», ha ricordato Amato, «non ha ratificato il trattato per il tribunale internazionale e i primi che non hanno voluto saperne erano gli Stati Uniti, che avevano marines in ogni parte del mondo». Un’iniezione di assennato realismo, che ha ispirato l’altra constatazione del giurista: «Il mondo è ancora nelle mani delle sovranità nazionali». Un difettuccio che, per quanto riguarda l’Italia, la Consulta è impegnata a correggere.
A tal proposito, nella relazione di Amato, colpisce il passaggio in cui si sottolinea che «la nostra Corte ha fatto sempre il possibile perché i potenziali conflitti con la Corte di giustizia europea venissero risolti non erigendo i cosiddetti controlimiti nazionali nei confronti del diritto europeo ma promuovendo noi stessi interpretazioni convergenti del diritto europeo». Insomma, il presidente si vanta perché la Consulta, piuttosto che circoscrivere il campo d’applicazione delle norme Ue, in caso di attrito con l’ordinamento interno, trova il modo per ricomporre i dissidi. Cioè, per dimostrare che è in linea con il dettato costituzionale obbedire sistematicamente a Bruxelles e Lussemburgo. «Non tutte le Corti costituzionali hanno seguito questa strada», si rammarica Amato, forse riferendosi a Polonia e Germania, ma «è forte e impellente il nostro augurio affinché anch’esse lo facciano». Ciò, in un contesto in cui i venti di guerra stanno alimentando preoccupazioni «anche per la tenuta degli ordinamenti costituzionali europei» e per la collaborazione fra le corti: «Basti pensare all’uscita della Federazione Russa dal Consiglio d’Europa e alle possibili conseguenze sulla partecipazione della Corte russa alle sedi rappresentative delle stesse corti».
Non bastavano le esortazioni al Parlamento e la candida ammissione sulla subordinazione della Consulta all’Ue; Amato ha snocciolato altresì un’elaborata teoria sulle ipotesi di riarmo. «È chiaro», ha commentato ieri, «che l’Europa si candida a un soft power più che a un hard power e l’opzione militare per difendere e per difendersi è secondaria. La domanda è: quanto, in tempo di lupi, si riesce a essere efficaci con il soft power? A influenzare il comportamento degli altri?». Alla faccia del «dottor Sottile», appunto: il guardiano della Carta fondamentale, lungi dal concentrarsi sui motivi per cui sarebbe costituzionale portare le spese militari al 2% del Pil, si è avventurato in una dotta disamina delle strategie internazionali dell’Unione. Dalla quale apprendiamo che lo scopo di Bruxelles dovrebbe essere «influenzare» gli attori sullo scacchiere. Un po’ come l’Europa ha fatto - con il soft power - otto anni fa in Ucraina. Innescando la polveriera che ora ci è esplosa in mano.
Per il presidente della Corte costituzionale non è sufficiente quell’opera di «moral suasion»; egli auspica, anzi, una rinnovata capacità di proiezione militare dell’Ue. Vi pare che sia uscito un tantino dal seminato? Be’, Amato ha detto che «la Consulta deve restare fuori dalla politica». Mica dalla geopolitica.






