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2018-09-29
L’opposizione la risolve tifando catastrofe
Ansa
I partiti di opposizione hanno reagito al varo del Def con un atteggiamento a metà tra Tafazzi e Fantozzi. Tafazziana la tendenza a farsi del male da soli, martellandosi le parti basse, con la speranza che le cose per l'Italia vadano male, anzi malissimo, pur di vedere Lega e M5s in difficoltà: un po' come i tifosi che, per liberarsi di un allenatore antipatico, tifano contro la propria stessa squadra. Fantozziana la strategia di schierarsi con orgoglio e determinazione contro i disoccupati, i poveri, i pensionati, le partite Iva, i piccoli imprenditori e i tartassati da Equitalia, combattendo al fianco di chi sta speculando e speculerà sulla paura di ripercussioni sui conti pubblici. Una paura alimentata proprio da una opposizione che da anti governativa è diventata tristemente anti italiana: mentre l'Europa smorza i toni e cerca di allentare la tensione (come dimostrano le parole assai caute del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici) gli esponenti di Pd e Forza Italia soffiano sul fuoco, aumentando le preoccupazioni degli investitori.
Il più sfortunato è il segretario del Pd, Maurizio Martina: domani la sinistra scende in piazza contro il governo, ma dopo il via libera al Def i sinistrati si troveranno a manifestare a favore della povertà, di Equitalia, della legge Fornero, dello spread. Ci saranno striscioni e cori inneggianti a Mario Monti? Non si sa. Quello che si sa, è che ieri il povero Martina è stato costretto a dare i numeri: «Non possiamo non scendere in piazza», ha dichiarato, «davanti a chi sta mettendo il paese a rischio. A Roma saremo in tanti: arriveranno 200 pullman e 6 treni». Tra il menagramo e l'allarmista Matteo Renzi: «Nel 2019/20», ha twittato l'ex rottamatore, «vedremo le conseguenze devastanti delle scelte di oggi». Per ora, nel 2018, noi italiani stiamo vedendo le conseguenze devastanti delle scelte di Renzi. Oltretutto, nel 2016, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre, Matteo vaticinò che in caso di vittoria del No i mercati sarebbero crollati e l'Italia sarebbe stata risucchiata in un buco nero di recessione. E invece? E invece le borse reagirono senza battere ciglio alla rottamazione del rottamatore. Non infieriremo, e quindi non ricorderemo che Renzi, appena un anno fa, proponeva «il ritorno per almeno 5 anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi 5 anni». Al confronto, la manovra varata da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini è un esempio di ferreo rigorismo. Restando dalle parti del giglio tragico renziano, si segnala la reazione rabbiosa dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlamentare del Pd: «Lo spread», ha detto Padoan, «può assumere una dinamica che rapidamente va fuori controllo. C'è il rischio che il bilancio per la prima volta nella storia venga rimandato a casa e allora saranno problemi perché anche su questo i mercati potranno reagire negativamente». Nell'attesa, gli italiani a casa hanno rimandato Padoan, che ora ha molto tempo libero da dedicare al suo hobby preferito: terrorizzare i mercati nell'ottica del «tanto peggio tanto meglio».
Perfino il mite Paolo Gentiloni ha indossato l'elmetto: «I vantaggi di pochi», ha monitato da par suo l'ex premier telecomandato, «saranno pagati da danni e disagi di tanti. Sperando che chi ci presta i soldi non reagisca facendoci tornare indietro agli anni più bui della crisi». Togliete il «non» e otterrete il vero auspicio di Gentiloni, che ha così dato suo piccolo ma significativo contributo alla strategia della tensione: spaventare investitori grandi e piccoli.
Uno che non delude mai è il presidente dell'Inps, Tito Boeri, sempre tempestivo nelle sue dichiarazioni inopportune e fuori luogo per la funzione che ricopre: «Aumentare il numero dei pensionati», ha attaccato ieri Boeri, «dando pensioni piene è un grande gesto di irresponsabilità e di iniquità. C'è solo uno spreco che si potrebbe oggi davvero ridurre senza danneggiare nessuno: quello dato dagli oneri sul debito pubblico, dal cosiddetto spread». No, non avete letto male, è Boeri che stavolta si è superato.
Da Forza Italia a Forza Equitalia il passo è breve, e Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, ennesimo delfino di Silvio Berlusconi, ieri ha commentato così le scelte del governo: «Questa manovra danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese e ci renderà meno sovrani, più dipendenti dai mercati finanziari». Detto dal vice di Berlusconi, uno che per anni ha denunciato il «colpo di stato dell'Europa e dello spread» del 2011, che portò alle sue dimissioni a all'arrivo a palazzo Chigi di Mario Monti, fa un certo effetto. Sempre da Forza Equitalia, si è levata alta e forte la voce di Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari: «Il Paese reale è la Borsa», ha argutamente fatto notare Mulè ai milioni e milioni di italiani che ogni giorno combattono per riempire un'altra borsa, quella della spesa, «dove ci sono soprattutto i soldi dei piccoli risparmiatori, che crolla del 3%, lo spread che schizza. I nostri figli e i nostri nipoti dovranno pagare il reddito di cittadinanza di questi signori». Alè alè, tifa per lo spread pure Mulè.
Le minacce dell’Ue sono mezze scariche: «Non apriremo fronti con l’Italia»
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Il varo del Def ringalluzzisce i dem, con Matteo Renzi che twitta «nel 2019 vedremo conseguenze devastanti» e Pier Carlo Padoan minaccioso: «Lo spread andrà fuori controllo». Anche Fi si unisce al coro: per Giorgio Mulé «il Paese reale è la Borsa». Antonio Tajani: «Risparmi a rischio».Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis ci strigliano: ecco cosa rischiamo. Matteo Salvini: «Ci bocciano? Noi avanti». Paolo Savona: «Sarà guerra».Lo speciale contiene due articoli.I partiti di opposizione hanno reagito al varo del Def con un atteggiamento a metà tra Tafazzi e Fantozzi. Tafazziana la tendenza a farsi del male da soli, martellandosi le parti basse, con la speranza che le cose per l'Italia vadano male, anzi malissimo, pur di vedere Lega e M5s in difficoltà: un po' come i tifosi che, per liberarsi di un allenatore antipatico, tifano contro la propria stessa squadra. Fantozziana la strategia di schierarsi con orgoglio e determinazione contro i disoccupati, i poveri, i pensionati, le partite Iva, i piccoli imprenditori e i tartassati da Equitalia, combattendo al fianco di chi sta speculando e speculerà sulla paura di ripercussioni sui conti pubblici. Una paura alimentata proprio da una opposizione che da anti governativa è diventata tristemente anti italiana: mentre l'Europa smorza i toni e cerca di allentare la tensione (come dimostrano le parole assai caute del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici) gli esponenti di Pd e Forza Italia soffiano sul fuoco, aumentando le preoccupazioni degli investitori. Il più sfortunato è il segretario del Pd, Maurizio Martina: domani la sinistra scende in piazza contro il governo, ma dopo il via libera al Def i sinistrati si troveranno a manifestare a favore della povertà, di Equitalia, della legge Fornero, dello spread. Ci saranno striscioni e cori inneggianti a Mario Monti? Non si sa. Quello che si sa, è che ieri il povero Martina è stato costretto a dare i numeri: «Non possiamo non scendere in piazza», ha dichiarato, «davanti a chi sta mettendo il paese a rischio. A Roma saremo in tanti: arriveranno 200 pullman e 6 treni». Tra il menagramo e l'allarmista Matteo Renzi: «Nel 2019/20», ha twittato l'ex rottamatore, «vedremo le conseguenze devastanti delle scelte di oggi». Per ora, nel 2018, noi italiani stiamo vedendo le conseguenze devastanti delle scelte di Renzi. Oltretutto, nel 2016, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre, Matteo vaticinò che in caso di vittoria del No i mercati sarebbero crollati e l'Italia sarebbe stata risucchiata in un buco nero di recessione. E invece? E invece le borse reagirono senza battere ciglio alla rottamazione del rottamatore. Non infieriremo, e quindi non ricorderemo che Renzi, appena un anno fa, proponeva «il ritorno per almeno 5 anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi 5 anni». Al confronto, la manovra varata da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini è un esempio di ferreo rigorismo. Restando dalle parti del giglio tragico renziano, si segnala la reazione rabbiosa dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlamentare del Pd: «Lo spread», ha detto Padoan, «può assumere una dinamica che rapidamente va fuori controllo. C'è il rischio che il bilancio per la prima volta nella storia venga rimandato a casa e allora saranno problemi perché anche su questo i mercati potranno reagire negativamente». Nell'attesa, gli italiani a casa hanno rimandato Padoan, che ora ha molto tempo libero da dedicare al suo hobby preferito: terrorizzare i mercati nell'ottica del «tanto peggio tanto meglio».Perfino il mite Paolo Gentiloni ha indossato l'elmetto: «I vantaggi di pochi», ha monitato da par suo l'ex premier telecomandato, «saranno pagati da danni e disagi di tanti. Sperando che chi ci presta i soldi non reagisca facendoci tornare indietro agli anni più bui della crisi». Togliete il «non» e otterrete il vero auspicio di Gentiloni, che ha così dato suo piccolo ma significativo contributo alla strategia della tensione: spaventare investitori grandi e piccoli.Uno che non delude mai è il presidente dell'Inps, Tito Boeri, sempre tempestivo nelle sue dichiarazioni inopportune e fuori luogo per la funzione che ricopre: «Aumentare il numero dei pensionati», ha attaccato ieri Boeri, «dando pensioni piene è un grande gesto di irresponsabilità e di iniquità. C'è solo uno spreco che si potrebbe oggi davvero ridurre senza danneggiare nessuno: quello dato dagli oneri sul debito pubblico, dal cosiddetto spread». No, non avete letto male, è Boeri che stavolta si è superato. Da Forza Italia a Forza Equitalia il passo è breve, e Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, ennesimo delfino di Silvio Berlusconi, ieri ha commentato così le scelte del governo: «Questa manovra danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese e ci renderà meno sovrani, più dipendenti dai mercati finanziari». Detto dal vice di Berlusconi, uno che per anni ha denunciato il «colpo di stato dell'Europa e dello spread» del 2011, che portò alle sue dimissioni a all'arrivo a palazzo Chigi di Mario Monti, fa un certo effetto. Sempre da Forza Equitalia, si è levata alta e forte la voce di Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari: «Il Paese reale è la Borsa», ha argutamente fatto notare Mulè ai milioni e milioni di italiani che ogni giorno combattono per riempire un'altra borsa, quella della spesa, «dove ci sono soprattutto i soldi dei piccoli risparmiatori, che crolla del 3%, lo spread che schizza. I nostri figli e i nostri nipoti dovranno pagare il reddito di cittadinanza di questi signori». Alè alè, tifa per lo spread pure Mulè. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-la-risolve-tifando-catastrofe-2608658199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-minacce-dellue-sono-mezze-scariche-non-apriremo-fronti-con-litalia" data-post-id="2608658199" data-published-at="1781537780" data-use-pagination="False"> Le minacce dell’Ue sono mezze scariche: «Non apriremo fronti con l’Italia» È arrivato puntuale e implacabile, all'indomani dell'annuncio da parte del governo di voler fissare al 2,4% il rapporto deficit/Pil nella prossima manovra, l'altolà dell'Unione europea. A pronunciare l'avvertimento è stato il «solito» Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e finanziari, intervenuto nel corso di una trasmissione sul canale francese Bfm. «Se gli italiani continueranno a indebitarsi», si è chiesto Moscovici, «che cosa succede? Succede che i tassi di interesse aumentano, il servizio del debito, cioè i rimborsi, diventa più oneroso». Così facendo, ha aggiunto il commissario, «ogni euro destinato al servizio del debito, gli italiani non si ingannino, è un euro in meno per le autostrade, le scuole, la giustizia sociale». «Non è nell'interesse dell'Italia», ha concluso, «andare avanti su un indebitamento ancora più grande, perché alla fine sarà il popolo che pagherà il conto». Gelida la risposta del premier Giuseppe Conte, che ha affermato di non aver «mai pensato di poter fare una manovra sulla base di quanto si potesse aspettare un commissario delle istituzioni Ue». Gli ha fatto eco Matteo Salvini («La Ue ci boccia la manovra? Noi andiamo avanti»), mentre tenta di smorzare i toni il vicepremier Luigi Di Maio («Non abbiamo intenzione di andare allo scontro»). Non meno diretto Paolo Savona, loro collega alle Politiche comunitarie. Intervenendo sulla bacheca Facebook di Daniele Lazzeri, l'economista ha commentato: «Senza una forte volontà politica non si sarebbe potuto fare nulla. Abbiamo lanciato il guanto di sfida alla vecchia Europa, ora dobbiamo vincere la guerra, perché guerra sarà». Moscovici non è nuovo alle sparate contro il nostro Paese. Nel corso di un conferenza stampa affermò che nell'area euro «c'è un problema che è l'Italia», aggiungendo che in Europa «non c'è Adolf Hitler ma dei piccoli Benito Mussolini». Oltre alle consuete minacce nel discorso di Moscovici, però, c'è da sottolineare un passaggio importante. Dopo aver ammonito l'esecutivo ha precisato che la Commissione, pur non avendo «intenzione di accettare il non rispetto delle regole di bilancio», al tempo stesso «non ha alcun interesse ad avere una crisi con l'Italia». E in effetti, a diverse ore dalle sue dichiarazioni, quella del commissario è stata una sortita isolata. Fonti da Bruxelles riferiscono alla Verità che al momento non c'è alcuna volontà di creare un duro fronte polemico con l'Italia. Non prima, almeno, che la manovra compia il suo percorso (nonostante le dichiarazioni di Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione: «Quello che emerge finora dalla discussione in Italia non sembra in linea col Patto di stabilità»). L'iter prevede, dopo la pubblicazione della nota di aggiornamento al Def, l'invio della manovra alla Commissione europea entro il 15 ottobre. Entro la prima metà di novembre la Commissione pubblicherà le stime sugli indicatori macroeconomici per tutti gli Stati membri, ed entro la fine dello stesso mese è atteso il primo parere. Qualora il governo dovesse confermare la volontà di raggiungere un rapporto deficit/Pil del 2,4%, è possibile che Bruxelles richieda la correzione della manovra. A quel punto si aprirebbero diversi scenari. Nel caso di uno scontro a muso duro, l'Italia rischierebbe di incappare in una procedura per disavanzo eccessivo (Pde). La Pde è disciplinata dall'articolo 126 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, e prevede che nel caso in cui la Commissione giudichi eccessivo il disavanzo, il Paese abbia a disposizione dai tre ai sei mesi di tempo per ridurre il deficit. Se la correzione non viene apportata, scattano le sanzioni che possono andare dall'obbligo di effettuare un deposito fruttifero pari allo 0,2% del Pil (nel caso dell'Italia circa 3,4 miliardi di euro) fino al blocco dei fondi strutturali e dei finanziamenti Ue verso il Paese «ribelle». Da qui ad allora, però, ci sono gli importanti Consigli europei di fine anno, nel corso dei quali l'Italia può porre il veto sul budget. A maggio, poi, si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Insistere sulla linea dura da parte della Commissione significherebbe alimentare uno scontro tra Roma e Bruxelles che gioverebbe solo ai gialloblù. Viceversa, soprassedere sul deficit minerebbe la credibilità dell'Ue, incapace a quel punto di far rispettare le sue stesse regole. Un perfetto «win win» per il nostro governo, l'ennesimo vicolo cieco per i burocrati europei.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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Paola Cortellesi (Ansa)
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
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La Fiat «500 A» del 1936 (Stellantis Media)
Nel giugno del 1936 l’Italia del ventennio raggiunse il suo climax. Il consenso per il regime aveva raggiunto la massima espressione, l’Impero d’Africa era una realtà. La conquista dell’Etiopia aveva significato l’introduzione delle sanzioni votate dalla Società delle Nazioni, a cui il governo aveva risposto con l’autarchia economica, della quale la Fiat fu uno dei protagonisti principali.
Già prima dell’avventura in Africa Orientale, nel 1931, Mussolini aveva chiesto al senatore Giovanni Agnelli la realizzazione di una piccola vettura utilitaria, da immettere sul mercato al prezzo massimo di 5.000 lire. L’impresa, alquanto difficile, fu presa inizialmente in carico e affidata all’ingegnere Oreste Lardone, che concepì una rivoluzionaria vettura con trazione anteriore e motore bicilindrico raffreddato ad aria, dalle linee somiglianti, in piccolo, alla coeva «Balilla». Ma il forte pregiudizio del patron di Fiat sul tutto avanti e un piccolo incidente che lo coinvolse durante un collaudo fecero accantonare definitivamente il primo progetto. Solo nel 1934 la Fiat riprese i lavori per l’utilitaria quando il responsabile dell’ufficio progetti del Lingotto Antonio Fessia affidò ad un giovane e promettente Dante Giacosa lo studio della nuova vetturetta. L’ingegnere piemontese entrò così per la prima volta nella storia dell’automobilismo italiano realizzando quello che sarà il progetto definitivo della Fiat «500», poi ribattezzata «Topolino» in onore del celebre personaggio Disney. Molto differente nelle linee dal primo prototipo, l’utilitaria di Giacosa presentava una linea aerodinamica come quella della coeva «Fiat 1500» e della «Nuova Balilla». Aveva un telaio a scocca portante, la trazione posteriore e un motore anteriore a sbalzo. Giacosa applicò alcune soluzioni che permisero di ridurre i componenti e quindi i costi di produzione: sistemò il radiatore dietro al motore in posizione più elevata in modo da farlo funzionare per gravità come nei termosifoni, risparmiando così la pompa dell’acqua. Lo stesso fece per l’alimentazione sfruttando la gravità ed eliminando la pompa della benzina.
Il propulsore era un più tradizionale 4 cilindri da 569cc e cambio a 4 velocità erogante 13 cavalli. Dato il peso ridotto a soli 535 kg, la «500 A» arrivava a toccare gli 85 Km/h, una velocità più che soddisfacente per l’epoca, in un’Italia in cui le grandi arterie stradali erano ancora poco sviluppate.
Il 13 giugno la «Topolino» venne testata da Mussolini in persona, per poi essere immessa sul mercato dal 15 giugno. Il prezzo di listino fu più alto di quello richiesto dal governo: 8,900 lire, cioè 3,900 lire in più di quanto previsto. Lungi dal diventare un fenomeno di massa, la piccola Fiat fu comunque un successo in termini di numeri, con oltre 20.000 unità prodotte all’anno. All’estero fu anche prodotta in Francia dalla Simca, da sempre legata a Fiat, con il nome di «Simca 5». Accanto alla berlina, di ottima qualità nelle finiture, fu introdotto anche un piccolo furgone su base «Topolino». La prima serie della «500» vide anche l’impiego in guerra sia con il Regio Esercito, sia in alcuni casi anche con la Wehrmacht. Il conflitto paralizzò la produzione, che riprese solo nel 1946 con lo stesso modello di 10 anni prima. Solo due anni più tardi uscì la «500 B», sostanzialmente la stessa vettura anteguerra ma migliorata nelle sospensioni e nel propulsore, portato a 16,5 cavalli per 95 km/h di velocità massima. Nuovi erano il cruscotto e la possibilità di avere su richiesta il riscaldamento dell’abitacolo. Negli stessi anni nacque la «Giardiniera», versione familiare ispirata alle «woodies» americane con pannelli in frassino e vernice metallizzata. A Ginevra nel 1949 fu presentata l’ultima «Topolino», la «500 C» dal frontale totalmente ridisegnato e senza la ruota di scorta esterna, retaggio dello stile prebellico. La «Giardiniera» viene rimpiazzata dalla «Belvedere» con scocca interamente metallica e indicatori di direzione lampeggianti e non più a bacchetta. La nuova familiare poteva portare 4 persone più bagagli e fu un ottimo successo commerciale prima che la Fiat presentasse in sequenza quelle che saranno le utilitarie che segnarono la storia della motorizzazione di massa italiana, la «600» (1955) e la «Nuova 500» nel 1957.
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