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2018-09-29
L’opposizione la risolve tifando catastrofe
Ansa
I partiti di opposizione hanno reagito al varo del Def con un atteggiamento a metà tra Tafazzi e Fantozzi. Tafazziana la tendenza a farsi del male da soli, martellandosi le parti basse, con la speranza che le cose per l'Italia vadano male, anzi malissimo, pur di vedere Lega e M5s in difficoltà: un po' come i tifosi che, per liberarsi di un allenatore antipatico, tifano contro la propria stessa squadra. Fantozziana la strategia di schierarsi con orgoglio e determinazione contro i disoccupati, i poveri, i pensionati, le partite Iva, i piccoli imprenditori e i tartassati da Equitalia, combattendo al fianco di chi sta speculando e speculerà sulla paura di ripercussioni sui conti pubblici. Una paura alimentata proprio da una opposizione che da anti governativa è diventata tristemente anti italiana: mentre l'Europa smorza i toni e cerca di allentare la tensione (come dimostrano le parole assai caute del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici) gli esponenti di Pd e Forza Italia soffiano sul fuoco, aumentando le preoccupazioni degli investitori.
Il più sfortunato è il segretario del Pd, Maurizio Martina: domani la sinistra scende in piazza contro il governo, ma dopo il via libera al Def i sinistrati si troveranno a manifestare a favore della povertà, di Equitalia, della legge Fornero, dello spread. Ci saranno striscioni e cori inneggianti a Mario Monti? Non si sa. Quello che si sa, è che ieri il povero Martina è stato costretto a dare i numeri: «Non possiamo non scendere in piazza», ha dichiarato, «davanti a chi sta mettendo il paese a rischio. A Roma saremo in tanti: arriveranno 200 pullman e 6 treni». Tra il menagramo e l'allarmista Matteo Renzi: «Nel 2019/20», ha twittato l'ex rottamatore, «vedremo le conseguenze devastanti delle scelte di oggi». Per ora, nel 2018, noi italiani stiamo vedendo le conseguenze devastanti delle scelte di Renzi. Oltretutto, nel 2016, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre, Matteo vaticinò che in caso di vittoria del No i mercati sarebbero crollati e l'Italia sarebbe stata risucchiata in un buco nero di recessione. E invece? E invece le borse reagirono senza battere ciglio alla rottamazione del rottamatore. Non infieriremo, e quindi non ricorderemo che Renzi, appena un anno fa, proponeva «il ritorno per almeno 5 anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi 5 anni». Al confronto, la manovra varata da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini è un esempio di ferreo rigorismo. Restando dalle parti del giglio tragico renziano, si segnala la reazione rabbiosa dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlamentare del Pd: «Lo spread», ha detto Padoan, «può assumere una dinamica che rapidamente va fuori controllo. C'è il rischio che il bilancio per la prima volta nella storia venga rimandato a casa e allora saranno problemi perché anche su questo i mercati potranno reagire negativamente». Nell'attesa, gli italiani a casa hanno rimandato Padoan, che ora ha molto tempo libero da dedicare al suo hobby preferito: terrorizzare i mercati nell'ottica del «tanto peggio tanto meglio».
Perfino il mite Paolo Gentiloni ha indossato l'elmetto: «I vantaggi di pochi», ha monitato da par suo l'ex premier telecomandato, «saranno pagati da danni e disagi di tanti. Sperando che chi ci presta i soldi non reagisca facendoci tornare indietro agli anni più bui della crisi». Togliete il «non» e otterrete il vero auspicio di Gentiloni, che ha così dato suo piccolo ma significativo contributo alla strategia della tensione: spaventare investitori grandi e piccoli.
Uno che non delude mai è il presidente dell'Inps, Tito Boeri, sempre tempestivo nelle sue dichiarazioni inopportune e fuori luogo per la funzione che ricopre: «Aumentare il numero dei pensionati», ha attaccato ieri Boeri, «dando pensioni piene è un grande gesto di irresponsabilità e di iniquità. C'è solo uno spreco che si potrebbe oggi davvero ridurre senza danneggiare nessuno: quello dato dagli oneri sul debito pubblico, dal cosiddetto spread». No, non avete letto male, è Boeri che stavolta si è superato.
Da Forza Italia a Forza Equitalia il passo è breve, e Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, ennesimo delfino di Silvio Berlusconi, ieri ha commentato così le scelte del governo: «Questa manovra danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese e ci renderà meno sovrani, più dipendenti dai mercati finanziari». Detto dal vice di Berlusconi, uno che per anni ha denunciato il «colpo di stato dell'Europa e dello spread» del 2011, che portò alle sue dimissioni a all'arrivo a palazzo Chigi di Mario Monti, fa un certo effetto. Sempre da Forza Equitalia, si è levata alta e forte la voce di Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari: «Il Paese reale è la Borsa», ha argutamente fatto notare Mulè ai milioni e milioni di italiani che ogni giorno combattono per riempire un'altra borsa, quella della spesa, «dove ci sono soprattutto i soldi dei piccoli risparmiatori, che crolla del 3%, lo spread che schizza. I nostri figli e i nostri nipoti dovranno pagare il reddito di cittadinanza di questi signori». Alè alè, tifa per lo spread pure Mulè.
Le minacce dell’Ue sono mezze scariche: «Non apriremo fronti con l’Italia»
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Il varo del Def ringalluzzisce i dem, con Matteo Renzi che twitta «nel 2019 vedremo conseguenze devastanti» e Pier Carlo Padoan minaccioso: «Lo spread andrà fuori controllo». Anche Fi si unisce al coro: per Giorgio Mulé «il Paese reale è la Borsa». Antonio Tajani: «Risparmi a rischio».Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis ci strigliano: ecco cosa rischiamo. Matteo Salvini: «Ci bocciano? Noi avanti». Paolo Savona: «Sarà guerra».Lo speciale contiene due articoli.I partiti di opposizione hanno reagito al varo del Def con un atteggiamento a metà tra Tafazzi e Fantozzi. Tafazziana la tendenza a farsi del male da soli, martellandosi le parti basse, con la speranza che le cose per l'Italia vadano male, anzi malissimo, pur di vedere Lega e M5s in difficoltà: un po' come i tifosi che, per liberarsi di un allenatore antipatico, tifano contro la propria stessa squadra. Fantozziana la strategia di schierarsi con orgoglio e determinazione contro i disoccupati, i poveri, i pensionati, le partite Iva, i piccoli imprenditori e i tartassati da Equitalia, combattendo al fianco di chi sta speculando e speculerà sulla paura di ripercussioni sui conti pubblici. Una paura alimentata proprio da una opposizione che da anti governativa è diventata tristemente anti italiana: mentre l'Europa smorza i toni e cerca di allentare la tensione (come dimostrano le parole assai caute del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici) gli esponenti di Pd e Forza Italia soffiano sul fuoco, aumentando le preoccupazioni degli investitori. Il più sfortunato è il segretario del Pd, Maurizio Martina: domani la sinistra scende in piazza contro il governo, ma dopo il via libera al Def i sinistrati si troveranno a manifestare a favore della povertà, di Equitalia, della legge Fornero, dello spread. Ci saranno striscioni e cori inneggianti a Mario Monti? Non si sa. Quello che si sa, è che ieri il povero Martina è stato costretto a dare i numeri: «Non possiamo non scendere in piazza», ha dichiarato, «davanti a chi sta mettendo il paese a rischio. A Roma saremo in tanti: arriveranno 200 pullman e 6 treni». Tra il menagramo e l'allarmista Matteo Renzi: «Nel 2019/20», ha twittato l'ex rottamatore, «vedremo le conseguenze devastanti delle scelte di oggi». Per ora, nel 2018, noi italiani stiamo vedendo le conseguenze devastanti delle scelte di Renzi. Oltretutto, nel 2016, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre, Matteo vaticinò che in caso di vittoria del No i mercati sarebbero crollati e l'Italia sarebbe stata risucchiata in un buco nero di recessione. E invece? E invece le borse reagirono senza battere ciglio alla rottamazione del rottamatore. Non infieriremo, e quindi non ricorderemo che Renzi, appena un anno fa, proponeva «il ritorno per almeno 5 anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi 5 anni». Al confronto, la manovra varata da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini è un esempio di ferreo rigorismo. Restando dalle parti del giglio tragico renziano, si segnala la reazione rabbiosa dell'ex ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlamentare del Pd: «Lo spread», ha detto Padoan, «può assumere una dinamica che rapidamente va fuori controllo. C'è il rischio che il bilancio per la prima volta nella storia venga rimandato a casa e allora saranno problemi perché anche su questo i mercati potranno reagire negativamente». Nell'attesa, gli italiani a casa hanno rimandato Padoan, che ora ha molto tempo libero da dedicare al suo hobby preferito: terrorizzare i mercati nell'ottica del «tanto peggio tanto meglio».Perfino il mite Paolo Gentiloni ha indossato l'elmetto: «I vantaggi di pochi», ha monitato da par suo l'ex premier telecomandato, «saranno pagati da danni e disagi di tanti. Sperando che chi ci presta i soldi non reagisca facendoci tornare indietro agli anni più bui della crisi». Togliete il «non» e otterrete il vero auspicio di Gentiloni, che ha così dato suo piccolo ma significativo contributo alla strategia della tensione: spaventare investitori grandi e piccoli.Uno che non delude mai è il presidente dell'Inps, Tito Boeri, sempre tempestivo nelle sue dichiarazioni inopportune e fuori luogo per la funzione che ricopre: «Aumentare il numero dei pensionati», ha attaccato ieri Boeri, «dando pensioni piene è un grande gesto di irresponsabilità e di iniquità. C'è solo uno spreco che si potrebbe oggi davvero ridurre senza danneggiare nessuno: quello dato dagli oneri sul debito pubblico, dal cosiddetto spread». No, non avete letto male, è Boeri che stavolta si è superato. Da Forza Italia a Forza Equitalia il passo è breve, e Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, ennesimo delfino di Silvio Berlusconi, ieri ha commentato così le scelte del governo: «Questa manovra danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese e ci renderà meno sovrani, più dipendenti dai mercati finanziari». Detto dal vice di Berlusconi, uno che per anni ha denunciato il «colpo di stato dell'Europa e dello spread» del 2011, che portò alle sue dimissioni a all'arrivo a palazzo Chigi di Mario Monti, fa un certo effetto. Sempre da Forza Equitalia, si è levata alta e forte la voce di Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari: «Il Paese reale è la Borsa», ha argutamente fatto notare Mulè ai milioni e milioni di italiani che ogni giorno combattono per riempire un'altra borsa, quella della spesa, «dove ci sono soprattutto i soldi dei piccoli risparmiatori, che crolla del 3%, lo spread che schizza. I nostri figli e i nostri nipoti dovranno pagare il reddito di cittadinanza di questi signori». Alè alè, tifa per lo spread pure Mulè. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-la-risolve-tifando-catastrofe-2608658199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-minacce-dellue-sono-mezze-scariche-non-apriremo-fronti-con-litalia" data-post-id="2608658199" data-published-at="1780483389" data-use-pagination="False"> Le minacce dell’Ue sono mezze scariche: «Non apriremo fronti con l’Italia» È arrivato puntuale e implacabile, all'indomani dell'annuncio da parte del governo di voler fissare al 2,4% il rapporto deficit/Pil nella prossima manovra, l'altolà dell'Unione europea. A pronunciare l'avvertimento è stato il «solito» Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e finanziari, intervenuto nel corso di una trasmissione sul canale francese Bfm. «Se gli italiani continueranno a indebitarsi», si è chiesto Moscovici, «che cosa succede? Succede che i tassi di interesse aumentano, il servizio del debito, cioè i rimborsi, diventa più oneroso». Così facendo, ha aggiunto il commissario, «ogni euro destinato al servizio del debito, gli italiani non si ingannino, è un euro in meno per le autostrade, le scuole, la giustizia sociale». «Non è nell'interesse dell'Italia», ha concluso, «andare avanti su un indebitamento ancora più grande, perché alla fine sarà il popolo che pagherà il conto». Gelida la risposta del premier Giuseppe Conte, che ha affermato di non aver «mai pensato di poter fare una manovra sulla base di quanto si potesse aspettare un commissario delle istituzioni Ue». Gli ha fatto eco Matteo Salvini («La Ue ci boccia la manovra? Noi andiamo avanti»), mentre tenta di smorzare i toni il vicepremier Luigi Di Maio («Non abbiamo intenzione di andare allo scontro»). Non meno diretto Paolo Savona, loro collega alle Politiche comunitarie. Intervenendo sulla bacheca Facebook di Daniele Lazzeri, l'economista ha commentato: «Senza una forte volontà politica non si sarebbe potuto fare nulla. Abbiamo lanciato il guanto di sfida alla vecchia Europa, ora dobbiamo vincere la guerra, perché guerra sarà». Moscovici non è nuovo alle sparate contro il nostro Paese. Nel corso di un conferenza stampa affermò che nell'area euro «c'è un problema che è l'Italia», aggiungendo che in Europa «non c'è Adolf Hitler ma dei piccoli Benito Mussolini». Oltre alle consuete minacce nel discorso di Moscovici, però, c'è da sottolineare un passaggio importante. Dopo aver ammonito l'esecutivo ha precisato che la Commissione, pur non avendo «intenzione di accettare il non rispetto delle regole di bilancio», al tempo stesso «non ha alcun interesse ad avere una crisi con l'Italia». E in effetti, a diverse ore dalle sue dichiarazioni, quella del commissario è stata una sortita isolata. Fonti da Bruxelles riferiscono alla Verità che al momento non c'è alcuna volontà di creare un duro fronte polemico con l'Italia. Non prima, almeno, che la manovra compia il suo percorso (nonostante le dichiarazioni di Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione: «Quello che emerge finora dalla discussione in Italia non sembra in linea col Patto di stabilità»). L'iter prevede, dopo la pubblicazione della nota di aggiornamento al Def, l'invio della manovra alla Commissione europea entro il 15 ottobre. Entro la prima metà di novembre la Commissione pubblicherà le stime sugli indicatori macroeconomici per tutti gli Stati membri, ed entro la fine dello stesso mese è atteso il primo parere. Qualora il governo dovesse confermare la volontà di raggiungere un rapporto deficit/Pil del 2,4%, è possibile che Bruxelles richieda la correzione della manovra. A quel punto si aprirebbero diversi scenari. Nel caso di uno scontro a muso duro, l'Italia rischierebbe di incappare in una procedura per disavanzo eccessivo (Pde). La Pde è disciplinata dall'articolo 126 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, e prevede che nel caso in cui la Commissione giudichi eccessivo il disavanzo, il Paese abbia a disposizione dai tre ai sei mesi di tempo per ridurre il deficit. Se la correzione non viene apportata, scattano le sanzioni che possono andare dall'obbligo di effettuare un deposito fruttifero pari allo 0,2% del Pil (nel caso dell'Italia circa 3,4 miliardi di euro) fino al blocco dei fondi strutturali e dei finanziamenti Ue verso il Paese «ribelle». Da qui ad allora, però, ci sono gli importanti Consigli europei di fine anno, nel corso dei quali l'Italia può porre il veto sul budget. A maggio, poi, si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Insistere sulla linea dura da parte della Commissione significherebbe alimentare uno scontro tra Roma e Bruxelles che gioverebbe solo ai gialloblù. Viceversa, soprassedere sul deficit minerebbe la credibilità dell'Ue, incapace a quel punto di far rispettare le sue stesse regole. Un perfetto «win win» per il nostro governo, l'ennesimo vicolo cieco per i burocrati europei.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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