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2022-10-21
L’opposizione fa l’indignata al Colle però sulla guerra si spacca in tre
Ignazio La Russa (Ansa)
Tutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.
Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.
Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose».
Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura».
Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.
Centrodestra unito: «Parla Meloni»
Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier.
Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due.
Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia».
Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino».
Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare.
Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
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Pd, M5s e Terzo polo attaccano a una sola voce il fondatore di Forza Italia e mettono il veto su Antonio Tajani al ministero degli Esteri. Sull’invio delle armi però Giuseppe Conte si smarca e svela le divisioni nel centrosinistraCoalizione attesa oggi alle 10.30 dal capo dello Stato. Occhi puntati su Berlusconi, dopo i colpi di scena degli ultimi giorni. L’incarico per la leader di Fdi può arrivare in serataLo speciale contiene due articoliTutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose». Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura». Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-fa-lindignata-al-colle-pero-sulla-guerra-si-spacca-in-tre-2658482446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-parla-meloni" data-post-id="2658482446" data-published-at="1666292518" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito: «Parla Meloni» Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier. Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due. Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino». Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare. Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
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