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2022-10-21
L’opposizione fa l’indignata al Colle però sulla guerra si spacca in tre
Ignazio La Russa (Ansa)
Tutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.
Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.
Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose».
Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura».
Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.
Centrodestra unito: «Parla Meloni»
Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier.
Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due.
Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia».
Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino».
Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare.
Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
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Pd, M5s e Terzo polo attaccano a una sola voce il fondatore di Forza Italia e mettono il veto su Antonio Tajani al ministero degli Esteri. Sull’invio delle armi però Giuseppe Conte si smarca e svela le divisioni nel centrosinistraCoalizione attesa oggi alle 10.30 dal capo dello Stato. Occhi puntati su Berlusconi, dopo i colpi di scena degli ultimi giorni. L’incarico per la leader di Fdi può arrivare in serataLo speciale contiene due articoliTutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose». Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura». Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-fa-lindignata-al-colle-pero-sulla-guerra-si-spacca-in-tre-2658482446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-parla-meloni" data-post-id="2658482446" data-published-at="1666292518" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito: «Parla Meloni» Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier. Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due. Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino». Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare. Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
iStock
Non è fantascienza: OpenAI sta lanciando uno strumento «per contribuire allo sviluppo di nuove capacità di biodifesa e di preparazione alle pandemie» sostenendo organizzazioni «dalla prevenzione e individuazione precoce, alla resilienza sociale e allo sviluppo di contromisure mediche». L’azienda fondata nel 2015, che si occupa di ricerca e sviluppo dell’Intelligenza artificiale e diventata famosa nel 2022 con ChatGPT, chatbot (programma informatico) di IA che utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale (Pnl) per comprendere le domande degli utenti e automatizzare le risposte, generare immagini e testo, ha un nuovo programma.
Si chiama Rosalind Biodefense e offrirà il suo modello GPT-Rosalind per la ricerca nel campo delle scienze della vita a «sviluppatori di fiducia» che mettono in pratica strumenti di biodifesa. In parallelo, sta ampliando l’accesso a GPT-Rosalind ad alcuni partner del governo statunitense e dei suoi alleati, al fine di supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa.
In pratica, OpenAI fornirà supporto per sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Già accade in numerosi centri statunitensi. Il Lawrence Livermore national laboratory (Llnl), dove si lavora «al servizio della sicurezza nazionale», sta abbinando il modello GPT-Rosalind al suo lavoro di supercalcolo e simulazione per progettare e valutare contromisure mediche.
Il Johns Hopkins applied physics laboratory prevede di integrare GPT-Rosalind «in una piattaforma di ingegneria proteica che analizza enzimi mutanti per individuare terapie, contromisure e caratterizzazione delle minacce biologiche», fa sapere R&D World che fornisce contenuti a laboratori di ricerca e sviluppo di aziende, enti governativi e università di tutto il mondo.
Con il messaggio che OpenAI si sta impegnando per individuare e mitigare minacce biologiche, pandemie prima che si aggravino, si sorvola su quelle che possono essere le conseguenze di un uso improprio di misure di sicurezza, «supportando la generazione di ipotesi» formulate da macchine, ma su algoritmi di cui sono artefici gli sviluppatori e noi, le cavie.
Inoltre, non viene menzionato alcun ente regolatore specifico su questi strumenti, prima che vengano ampiamente utilizzati. Eppure, i ricercatori hanno avvertito che i modelli di Intelligenza artificiale addestrati su dati biologici potrebbero essere utilizzati impropriamente per contribuire alla progettazione di agenti patogeni pericolosi. Ma è stato soprattutto papa Leone XIV a mettere in guardia sull’uso improprio di IA.
Nell’enciclica Magnifica humanitas ha detto che le moderne Intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali - come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi - rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale».
Papa Prevost lo dice chiaramente: «L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà». Avverte del rischio, di «un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati».
Non c’è nulla di neutrale, nel dettare sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Ancora una volta, è il pontefice ad ammonire sul «volto inedito» del colonialismo. «Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta».
OpenAI vuole supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa, ma occorrerà monitorare attentamente quali iniziative prenderà.
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Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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