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2022-10-21
L’opposizione fa l’indignata al Colle però sulla guerra si spacca in tre
Ignazio La Russa (Ansa)
Tutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.
Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.
Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose».
Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura».
Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.
Centrodestra unito: «Parla Meloni»
Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier.
Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due.
Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia».
Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino».
Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare.
Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
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Pd, M5s e Terzo polo attaccano a una sola voce il fondatore di Forza Italia e mettono il veto su Antonio Tajani al ministero degli Esteri. Sull’invio delle armi però Giuseppe Conte si smarca e svela le divisioni nel centrosinistraCoalizione attesa oggi alle 10.30 dal capo dello Stato. Occhi puntati su Berlusconi, dopo i colpi di scena degli ultimi giorni. L’incarico per la leader di Fdi può arrivare in serataLo speciale contiene due articoliTutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose». Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura». Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-fa-lindignata-al-colle-pero-sulla-guerra-si-spacca-in-tre-2658482446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-parla-meloni" data-post-id="2658482446" data-published-at="1666292518" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito: «Parla Meloni» Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier. Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due. Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino». Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare. Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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