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2022-10-21
L’opposizione fa l’indignata al Colle però sulla guerra si spacca in tre
Ignazio La Russa (Ansa)
Tutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.
Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.
Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose».
Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura».
Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.
Centrodestra unito: «Parla Meloni»
Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier.
Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due.
Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia».
Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino».
Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare.
Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
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Pd, M5s e Terzo polo attaccano a una sola voce il fondatore di Forza Italia e mettono il veto su Antonio Tajani al ministero degli Esteri. Sull’invio delle armi però Giuseppe Conte si smarca e svela le divisioni nel centrosinistraCoalizione attesa oggi alle 10.30 dal capo dello Stato. Occhi puntati su Berlusconi, dopo i colpi di scena degli ultimi giorni. L’incarico per la leader di Fdi può arrivare in serataLo speciale contiene due articoliTutto secondo programma al Quirinale, nella prima giornata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che si concluderanno domani con l’assegnazione, da parte del presidente della Repubblica, dell’incarico alla leader di Fdi, Giorgia Meloni. Seppure di natura formale, gli incontri di ieri hanno avuto una valenza politica, nella misura in cui hanno rappresentato la plateale divisione delle opposizioni, salite al Colle in ordine sparso ma convergenti nelle lamentele preventive sul nascituro esecutivo. In attesa del piatto forte di oggi, quando la delegazione unitaria del centrodestra comunicherà ufficialmente a Sergio Mattarella l’esistenza di una maggioranza parlamentare a sostegno della leader di Fdi, la sfilata da Sergio Mattarella è servita al Pd e a tutti gli altri per un supplemento fuori tempo massimo di campagna elettorale. Sono infatti abbondati i veti preventivi su questo o quel ministro (in particolare, nel mirino è finito Antonio Tajani) e la chiamata alle armi contro il pericolo di deriva autoritaria. Ma soprattutto, c’è stato un attacco concentrico verso Silvio Berlusconi sulla politica internazionale, che nel momento stesso in cui veniva portato palesava le divisioni interne all’opposizione.Il segretario uscente del Pd, Enrico Letta, ha parlato di opposizione «ferma e rigorosa» e ha chiesto un governo «senza ambiguità nella condanna ferma della Russia e dei comportamenti criminali del presidente Putin e di sostegno al popolo dell’Ucraina». Naturalmente, ha citato le frasi carpite al leader di Forza Italia e ha chiesto «continuità» con il governo Draghi sulla linea filoatlantica, definendo «pericolosa» la politica estera a suo avviso propugnata dal Cavaliere. A completare il quadro, il prevedibile passaggio sul Pd che farà da scudo alla Costituzione repubblicana, stroncando ogni ipotesi di riforma istituzionale.Con in testa il «sorpasso» ai danni dei dem, Giuseppe Conte era arrivato un’ora prima al Quirinale alla guida della delegazione pentastellata e ha ammonito il futuro governo: «Se si vogliono rimettere indietro le lancette delle conquiste dei diritti civili», ha detto, «troveranno in noi un muro, con tutta la vitalità, la forza e il vigore che abbiamo». Anche l’ex premier ha fatto poi sapere di aver manifestato «forti perplessità al presidente Mattarella che il dicastero della Farnesina, così centrale, possa essere affidato a un esponente di Fi», adducendo come motivazione le parole pronunciate da Berlusconi nei citati audio e accusando quest’ultimo di ambiguità sulla collocazione internazionale dell’Italia. Non brillando per coerenza, Conte ha aggiunto che a suo avviso «non c'è più bisogno di invio di armi all’Ucraina», andando in una direzione contraria a quella di Letta. Infatti, il leader del M5s ha liquidato il Pd, quando ha detto che «un’opposizione unitaria non è nell’ordine delle cose». Carlo Calenda, orfano di un Matteo Renzi sempre più freddo nei suoi confronti, ha dato la terza versione, parlato di un’opposizione «senza sconti» ma che «cercherà di ingaggiare il governo su tematiche concrete» e ha bollato come «inconcepibile» l’ipotesi Tajani agli Esteri. «Siamo pienamente disponibili», ha aggiunto, «a instaurare un rapporto sulle questioni concrete e pratiche con le altre opposizioni, ma che non diventi l’unità delle opposizioni contro, che non gioverebbe né alla causa delle opposizioni, né al dialogo fra opposizioni e governo che si deve instaurare in una democrazia matura». Prima dei big dell’opposizione il programma, secondo prassi consolidata, era stato aperto dall’esordio di Ignazio La Russa nelle vesti di presidente del Senato, che si è limitato a parlare di un colloquio col suo conterraneo Mattarella, «molto cordiale emozionante», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, arrivato dopo di lui, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Per quanto riguarda le forze politiche minori, in mattinata avevano aperto le danze i senatori delle Autonomie, guidati dall’altoatesina Julia Unterberger , che ha svelato l’orientamento dei suoi a non votare la fiducia al governo anche se «non è ancora detta l’ultima parola e decideremo anche in base ai ministri». Un concetto che è stato espresso in maniera più dura da +Europa e dell’Alleanza Verdi-Sinistra, ovviamente contrarissime alla fiducia a un esecutivo guidato dalla Meloni. In particolare, il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, ha dichiarato che il suo partito farà «un’opposizione seria e rigorosa a partire dal tema dei diritti», mentre i rossoverdi di Nicola Fratoianni e di Angelo Bonelli, attraverso i loro referenti parlamentari, hanno denunciato il «pericolo di una deriva democratica con la restrizione delle libertà e dei diritti delle donne, la questione sociale che ci allerta davvero». Sempre secondo la prassi, che prevede un incontro col presidente emerito della Repubblica, in mattinata Mattarella aveva avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, impossibilitato a recarsi di persona al Quirinale per motivi di salute.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-fa-lindignata-al-colle-pero-sulla-guerra-si-spacca-in-tre-2658482446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrodestra-unito-parla-meloni" data-post-id="2658482446" data-published-at="1666292518" data-use-pagination="False"> Centrodestra unito: «Parla Meloni» Sarà indubbiamente stamani alle 10.30 il clou delle consultazioni delle forze politiche al Quirinale. Per quell’ora, infatti, è previsto l’arrivo della delegazione unitaria del centrodestra, che indicherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il nome di Giorgia Meloni come premier. Il fatto che la coalizione che ha vinto le elezioni salga unita al Colle rappresenta di per sé una notizia, viste le turbolenze che hanno investito il lavoro di formazione del nascituro governo, con la diffusione degli audio «rubati» a Silvio Berlusconi nel corso di un incontro a porte chiuse con i parlamentari di Forza Italia. Tra l’altro, ieri in tv l’agenzia La Presse ha annunciato di essere in possesso di un terzo audio (e dell’integrale di circa 20 minuti) e che valuterà il momento opportuno per «rilasciarlo», verosimilmente in concomitanza con il colloquio del centrodestra con Mattarella, affinché faccia lo stesso rumore degli altri due. Dopo la dura nota fatta circolare dalla leader di Fdi nella serata di mercoledì sulla «tolleranza zero» per chi manifesta posizioni non in linea con la collocazione atlantista del nostro Paese, la questione è apparsa in via di superamento almeno nella sua fase acuta, anche se resta un faro puntato sulle mosse di Berlusconi. Ieri il coordinatore azzurro, Antonio Tajani, ha partecipato al vertice del Ppe che si è svolto a Bruxelles, e prima di partecipare ai lavori ha tenuto a sottolineare che nella capitale belga è andato per confermare «ancora una volta la posizione di Forza Italia, del suo leader, Berlusconi, e mia personale in favore della Nato, delle relazioni transatlantiche, dell'Europa e contro l’inaccettabile invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Poco prima, lo stesso Berlusconi aveva tenuto però a precisare con una nota che le dichiarazioni e la partecipazione di Tajani al summit del Ppe sarebbero scaturite in virtù di una delega da lui concessagli: «A causa della convocazione per le consultazioni», ha scritto Berlusconi, «non ho potuto partecipare al Summit del gruppo del Ppe che precede il Consiglio europeo. Ho dunque delegato il vicepresidente Antonio Tajani a rappresentare la posizione mia personale e di tutta Fi». Intanto, per Tajani è arrivato l’endorsement della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che, prima di incontrarlo, ha affermato di non avere dubbi sul fatto che «terrà la rotta al fianco del popolo ucraino». Tornando alle consultazioni, sarà interessante vedere come il leader si comporterà al Colle in presenza di Giorgia Meloni. Una nota di via della Scrofa ha tenuto infatti a far sapere che la presidente di Fdi accompagnerà i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida («Siamo pronti a dare all’Italia un governo che affronti con consapevolezza e competenza le urgenze e le sfide del nostro tempo», la promessa). Secondo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, sarà solamente lei a parlare. Una volta preso atto delle indicazioni del centrodestra e del fatto che la Meloni sarebbe sostenuta da una maggioranza nei due rami del Parlamento, il presidente Mattarella dovrebbe assegnare l’incarico alla leader di Fdi già nel pomeriggio di oggi. A quel punto, la premier incaricata potrebbe sciogliere la riserva in tempo record, qualora non persistessero problemi nell’assegnazione delle caselle governative e giurare assieme ai suoi ministri sabato, o al più tardi domenica. Secondo le ipotesi che circolano più insistentemente, il nuovo esecutivo potrebbe recarsi in Parlamento per incassare la fiducia all’inizio della settimana prossima, con un faro puntato su martedì prossimo.
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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Pina Picierno (Ansa)
Campana di Santa Maria Capua a Vetere, figlia di un segretario cittadino della Margherita, nipote di un notabile Dc poi passato al Pd, lei è riuscita ad arrivare a 45 anni senza aver mai fatto alcun lavoro oltre la politica, fin dalla laurea, in scienza delle comunicazioni, che prese con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita. «Il mio mito», disse, anche se poi lo mise da parte per schierarsi con Renzi che quel mito lo voleva rottamare. Ma, insomma, fin da ragazzina lei ha frequentato la politica e ne ha accompagnato lo scadimento passando da una poltrona all’altra: presidente dei giovani della Margherita (2005), responsabile giovani del Pd (2007), parlamentare (2008), europarlamentare (2014), vicepresidente del Parlamento Ue (2022). Man mano che la politica scadeva lei ascendeva. Sarà un caso?
Nella sua carriera è stata veltroniana, franceschiniana, bersaniana contro Renzi poi renziana contro Bersani, un po’ per Epifani e poi per Zingaretti. L’unica che proprio non le va a genio è Elly Schlein: con lei alla guida ha iniziato a fare opposizione al Pd fino ad uscirne con un’idea originale: «Penso ad un’iniziativa nuova al centro», ha detto. In effetti, non ci ha ancora pensato nessuno. A parte Calenda, Renzi, Bonino, Magi, Marattin, Lupi, Tabacci, Gentiloni e decine di altri. Comunque noi le crediamo, cara Picierno, anche se cosa sia questa nuova iniziativa non si sa perché, come scrive il Corriere, lei «misura le parole». Le misura a tal punto che Il Foglio le ha chiesto un’intervista e ci ha riempito tre pagine. Tre pagine di parole misurando le parole. Non male. Però è riuscita a non dire nulla lo stesso.
Che la nuova iniziativa sia in sintonia col popolo, però, non v’è dubbio. Lei in questo è maestra. Lo dimostrò, una volta per tutte, quando disse che con i famosi 80 euro di Renzi «una famiglia ci riempie il carrello della spesa per due settimane». Ma certo: con 100 euro sono garantite pure le vacanze alle Maldive, non è vero? Poco dopo sparò che l’Europa aveva investito 2.372 miliardi in vaccini Covid. Erano due miliardi, ma che differenza fa? In pandemia, per altro, prese posizioni durissime: «Sanzioni pecuniarie per chi non si vaccina», tuonò non bastandole il green pass. Sull’Ucraina non parliamone: chiunque osi dissociarsi dalla linea «Zelensky santo subito» viene da lei bollato come putiniano. «Non siamo per la politica del dolce forno», disse un giorno. Forse voleva dire due forni, ma chissà perché le è venuto in mente il giocattolo Herbert. Forse perché la politica è scaduta. O forse perché lei è proprio come le torte del dolce forno. Cotta al punto giusto.
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