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2022-01-02
Londra molla le restrizioni. Qui preparano l'assalto finale
Ansa
La partita per il Quirinale, collegata direttamente a quella del nuovo governo se Mario Draghi dovesse essere eletto presidente della Repubblica, inizia il prossimo 5 gennaio. Un paio di settimane prima dell’inizio delle votazioni per eleggere il successore di Sergio Mattarella (salvo un clamoroso bis) è in programma infatti un Consiglio dei ministri che si annuncia assai incandescente, e che rappresenta i tempi supplementari di quello dello scorso 29 dicembre, quando Lega e M5s hanno fatto saltare, con la loro ferma opposizione in cabina di regia, il preconsiglio che vede presenti i capi delegazione di tutti i partiti di maggioranza, l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. In questi giorni, Pd, Leu e Italia viva hanno manifestato pubblicamente la loro posizione a favore dell’obbligo vaccinale: i renziani hanno lanciato una petizione a favore di questa soluzione, la più drastica tra quelle possibili. Forza Italia resta in mezzo al guado: Silvio Berlusconi è stato uno dei primi leader politici italiani a dirsi favorevole all’obbligo vaccinale, ma ora c’è da tenere innanzitutto unito il centrodestra, perché il Cav vuole giocarsi fino in fondo la partita per il Colle, e Lega e Fratelli d’Italia sono nettamente contrari. «Certezze non ne abbiamo», dice alla Verità uno dei massimi esponenti del governo, «credo che Draghi ci proporrà il super green pass per il pubblico impiego e non altro. Onestamente nessuno se la sente di dire: “io ho la verità in tasca”. Tutti noi», aggiunge la fonte, «abbiamo mille dubbi su cosa sia meglio fare».
La proposta di rendere obbligatorio il super green pass, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o la guarigione ma non con il tampone, solo per il pubblico impiego, sarebbe una mediazione che potrebbe accontentare tutti, ma anche nessuno. Scontato il «no» della Lega, molto probabile anche quello del M5s: «Terremo la stessa linea della volta scorsa», anticipa alla Verità un big pentastellato, «non facciamo barricate ma non ne capiamo la ragione». Tra l’altro, l’estensione del super green pass solo al pubblico impiego non darebbe risposte al pressing di Confindustria che chiede l’obbligo vaccinale per tutti: il leader Carlo Bonomi ha più volte espresso questa linea, anche in maniera ruvida, perché col dilagare dei contagi le aziende si ritrovano a fare i conti con defezioni a raffica, tra positivi e quarantene. Draghi è in un imbuto, per la prima volta, e c’è il serio rischio che una frattura profonda nella variegata coalizione che lo sostiene, su un tema così delicato, vada a compromettere sia le sue chance di diventare Capo dello Stato sia le probabilità, in questo caso, di tenere unita la maggioranza con un altro premier.
Mentre in Italia si discute su quali altre restrizioni introdurre, c’è chi agisce in maniera profondamente diversa. È il caso della Gran Bretagna, che inaugura il 2022 all’insegna della convivenza con il Covid e del ritorno alla vita. «Le restrizioni alla libertà devono essere l’ultima risorsa», scrive il ministro della Salute inglese, Sajid Javid, in un editoriale sul Daily Mail, «e i britannici dovranno imparare a vivere insieme al Covid nel 2022. È inevitabile che vedremo ancora un grande aumento di casi di coronavirus il mese prossimo, e a causa dello sfasamento temporale tra infezioni e ricoveri vedremo ancora un grande aumento di persone che hanno bisogno di cure da parte del nostro sistema sanitario nazionale. Tuttavia, i numeri nelle unità di terapia intensiva sono stabili», aggiunge Javid, «e non seguono attualmente la traiettoria che abbiamo visto in questo periodo l’anno scorso durante l’ondata Alpha. Di conseguenza, abbiamo deciso di non mettere in atto ulteriori misure prima di questo nuovo anno e abbiamo accolto il 2022 con alcune delle misure meno restrittive in Europa. Le restrizioni alla nostra libertà devono essere l’ultima risorsa», ribadisce Javid, «e il popolo britannico si aspetta giustamente che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per evitarle. Per aiutarci a raggiungere questo obiettivo, abbiamo costruito tre linee di difesa che, prese insieme, sono tra le più profonde e forti del mondo.
La prima», argomenta Javid, «naturalmente, è il programma di vaccinazione; in secondo luogo, abbiamo costruito un’enorme infrastruttura di test; la nostra terza linea di difesa sono le cure, e abbiamo il programma di antivirali più avanzato in Europa. La Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (l’agenzia inglese di regolazione dei farmaci, ndr) ha approvato il Paxlovid, un trattamento antivirale all’avanguardia. Il Paxlovid si unirà a una serie di trattamenti Covid-19 che stiamo rendendo disponibili. Queste tre linee di difesa», sottolinea Javid, «terranno un gran numero di persone fuori dagli ospedali». Vaccini, test e cure: la ricetta inglese per uscire dal tunnel.
Con il super pass al lavoro rischio tilt per trasporti, turismo, cantieri e tribunali
Sarà un epifania, dal greco rivelazione. Il 5 gennaio il governo svelerà il suo profilo più ipocrita: non potendo imporre l’obbligo vaccinale renderà obbligatorio il super certificato vaccinale per poter lavorare, dimenticandosi che il lavoro è il diritto fondante della Repubblica (articolo 1 della Costituzione).
Mario Draghi, varando il 23 dicembre il decreto che ha modificato le quarantene e aprendo la strada al caos tamponi, ha detto chiaro che dopo l’obbligo vaccinale esteso a metà dei dipendenti pubblici - dai sanitari agli insegnanti passando per forze di polizia e di soccorso - si arriverà all’indispensabilità del super certificato verde per tutti gli altri. La decisione ci sarà al Consiglio dei ministri del 5 gennaio. Tra 72 ore 24 milioni d’italiani, se vogliono portare a casa uno stipendio, dovranno poter esibire oltre alla carta d’identità anche quella di (presunta) immunità. Una norma più facile a scriversi che ad applicarsi. I problemi che un obbligo di certificato verde conseguente a vaccinazione pone sono consistenti. Sia pratici che giuridici. E ce ne sono anche di politici. Gli effetti più immediati - e la prova generale si è avuta con le quarantene che hanno paralizzato i trasporti - saranno difficoltà nei collegamenti, blocco di molte imprese artigiane, cucine deserte nei ristoranti, porti e treni a scartamento ridotto e anche i servizi di sorveglianza ed emergenza potrebbero andare in crisi. Tra i non vaccinati ci sono almeno 2,8 milioni di lavoratori. Oltre due terzi di questi non si possono sostituire con lo smart working. Difficile guidare un Tir dal computer, e se i Tir non viaggiano le merci stanno ferme. La botta sull’economia sarà dura, ma l’ex presidente della Bce sembra non curarsene. Probabilmente l’accoppiata Draghi-Speranza farà come con le mascherine Ffp2: se non si trovano, o costano un occhio e sono insostenibili per molte famiglie, che gli italiani si arrangino. Come si devono arrangiare gestori e lavoratori delle discoteche e dello spettacolo, all’incirca 400.000 persone. I locali sono stati chiusi per decreto, ma non c’è nessuna prospettiva né di ristoro né di sostegno. La stessa storia riguarda 200.000 lavoratori del turismo rimasti senza cassa integrazione. E così è per teatri, palestre, stadi limitati nell’operatività dalla sera alla mattina senza nulla in cambio. Il 5 gennaio però si parla solo di obbligo. Lo vogliono Pd e Forza Italia che sarebbero anche per imporre il siero a tutti gli italiani, non ci stanno Lega e pentastellati. Ma anche molte Regioni premono per i divieti. Stando agli ultimi numeri i non vaccinati in età da lavoro sono attorno ai 2,8 milioni.
Tra i 40 e i 49 anni sono circa 1,2 milioni, un milione tra 50 e 59 anni e tra 30 e 39 anni poco meno di un milione. Sapere quanti di questi sono occupati è pressoché impossibile. Perfino il governo ha stime spannometriche. Circa 250.000 non vaccinati sarebbero nel pubblico, 1,8 milioni nel privato e 700.000 autonomi. Perciò con l’obbligo di super-certificato si rischia di non consegnare le merci. Tra i camionisti circa il 25% non è vaccinato e c’è la questione dei Tir che arrivano dall’estero. Tra i marittimi e i portuali la percentuale è più o meno analoga. Ci sono ancora circa 30.000 tra forze dell’ordine, forze armate, vigili del fuoco, agenti penitenziari che non hanno risposto all’obbligo vaccinale e dunque anche sorveglianza e interventi di emergenza possono entrare in crisi. Quello che è successo con la quarantena, con la cancellazione di centinaia di corse di treni, potrebbe diventare prassi perché tra i ferrovieri c’è un’incidenza di circa il 10% di non vaccinati. Simile la situazione nel trasporto urbano. Un aspetto molto delicato è quello della giustizia. I magistrati che pure hanno l’obbligo vaccinale non hanno quello di presenza se non in udienza, tra gli avvocati c’è una pattuglia folta di non vaccinati. Sarà un problema conciliare il super green pass con l’inalienabile diritto alla difesa. Nel manifatturiero i settori più esposti sono la meccanica, il legno, il vetro, l’alimentare e la plastica dove si concentra la maggior parte delle imprese artigiane. In allarme è l’edilizia (si stima che manchino 250.000 operai) che rischia il blocco dei cantieri. E poi c’è tutto il comparto turistico con il commercio che rischia di chiudere un negozio ogni dieci. Circa il 15% del personale non è vaccinato e in particolare per bar, ristoranti e alberghi, già in drammatica sofferenza economica, il super-certificato potrebbe essere la botta definitiva. A tutto questo si aggiunge la complicazione normativa e un probabile enorme contenzioso che allarma le imprese. L’obbligo di certificazione comporta per il lavoratore che ne è privo un’assenza ingiustificata, ma provvedimenti disciplinari. Il datore di lavoro sospende lo stipendio, ma deve conservare il posto al lavoratore. Può sostituirlo, ma con un contratto massimo di 20 giorni. E non è detto che il sostituto sia vaccinato. E che succede con i contratti a termine? Il presidente del Consiglio perciò sarebbe tentato dall’obbligo vaccinale. Ci sono però due ostacoli: lo Stato deve assumersi la responsabilità degli eventi avversi e la durata dei vaccini (per decreto si è stabilito che dopo quattro mesi va fatta la terza dose). Il governo può imporre il siero solo se assicura la terza puntura a tutti: 30 milioni in contemporanea. Ma per Mario Draghi e il suo fido ministro Roberto Speranza conta solo l’obbligo, se poi gli italiani non sanno come fare e l’economia va in pezzi non è affar loro.
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Il ministro inglese: «Togliere le libertà è l’extrema ratio. Avremo altri contagi ma col virus si può convivere». Roberto Speranza & C. decisi a rovinare la vita a tutti senza motivo: super green pass al lavoro e Dad per non vaccinati.Allargare la card rafforzata a tutti i settori lascerebbe senza stipendio quasi 3 milioni di persone. Assenze che paralizzerebbero il Paese e causerebbero il caos normativo.Lo speciale contiene due articoli. La partita per il Quirinale, collegata direttamente a quella del nuovo governo se Mario Draghi dovesse essere eletto presidente della Repubblica, inizia il prossimo 5 gennaio. Un paio di settimane prima dell’inizio delle votazioni per eleggere il successore di Sergio Mattarella (salvo un clamoroso bis) è in programma infatti un Consiglio dei ministri che si annuncia assai incandescente, e che rappresenta i tempi supplementari di quello dello scorso 29 dicembre, quando Lega e M5s hanno fatto saltare, con la loro ferma opposizione in cabina di regia, il preconsiglio che vede presenti i capi delegazione di tutti i partiti di maggioranza, l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. In questi giorni, Pd, Leu e Italia viva hanno manifestato pubblicamente la loro posizione a favore dell’obbligo vaccinale: i renziani hanno lanciato una petizione a favore di questa soluzione, la più drastica tra quelle possibili. Forza Italia resta in mezzo al guado: Silvio Berlusconi è stato uno dei primi leader politici italiani a dirsi favorevole all’obbligo vaccinale, ma ora c’è da tenere innanzitutto unito il centrodestra, perché il Cav vuole giocarsi fino in fondo la partita per il Colle, e Lega e Fratelli d’Italia sono nettamente contrari. «Certezze non ne abbiamo», dice alla Verità uno dei massimi esponenti del governo, «credo che Draghi ci proporrà il super green pass per il pubblico impiego e non altro. Onestamente nessuno se la sente di dire: “io ho la verità in tasca”. Tutti noi», aggiunge la fonte, «abbiamo mille dubbi su cosa sia meglio fare». La proposta di rendere obbligatorio il super green pass, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o la guarigione ma non con il tampone, solo per il pubblico impiego, sarebbe una mediazione che potrebbe accontentare tutti, ma anche nessuno. Scontato il «no» della Lega, molto probabile anche quello del M5s: «Terremo la stessa linea della volta scorsa», anticipa alla Verità un big pentastellato, «non facciamo barricate ma non ne capiamo la ragione». Tra l’altro, l’estensione del super green pass solo al pubblico impiego non darebbe risposte al pressing di Confindustria che chiede l’obbligo vaccinale per tutti: il leader Carlo Bonomi ha più volte espresso questa linea, anche in maniera ruvida, perché col dilagare dei contagi le aziende si ritrovano a fare i conti con defezioni a raffica, tra positivi e quarantene. Draghi è in un imbuto, per la prima volta, e c’è il serio rischio che una frattura profonda nella variegata coalizione che lo sostiene, su un tema così delicato, vada a compromettere sia le sue chance di diventare Capo dello Stato sia le probabilità, in questo caso, di tenere unita la maggioranza con un altro premier.Mentre in Italia si discute su quali altre restrizioni introdurre, c’è chi agisce in maniera profondamente diversa. È il caso della Gran Bretagna, che inaugura il 2022 all’insegna della convivenza con il Covid e del ritorno alla vita. «Le restrizioni alla libertà devono essere l’ultima risorsa», scrive il ministro della Salute inglese, Sajid Javid, in un editoriale sul Daily Mail, «e i britannici dovranno imparare a vivere insieme al Covid nel 2022. È inevitabile che vedremo ancora un grande aumento di casi di coronavirus il mese prossimo, e a causa dello sfasamento temporale tra infezioni e ricoveri vedremo ancora un grande aumento di persone che hanno bisogno di cure da parte del nostro sistema sanitario nazionale. Tuttavia, i numeri nelle unità di terapia intensiva sono stabili», aggiunge Javid, «e non seguono attualmente la traiettoria che abbiamo visto in questo periodo l’anno scorso durante l’ondata Alpha. Di conseguenza, abbiamo deciso di non mettere in atto ulteriori misure prima di questo nuovo anno e abbiamo accolto il 2022 con alcune delle misure meno restrittive in Europa. Le restrizioni alla nostra libertà devono essere l’ultima risorsa», ribadisce Javid, «e il popolo britannico si aspetta giustamente che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per evitarle. Per aiutarci a raggiungere questo obiettivo, abbiamo costruito tre linee di difesa che, prese insieme, sono tra le più profonde e forti del mondo.La prima», argomenta Javid, «naturalmente, è il programma di vaccinazione; in secondo luogo, abbiamo costruito un’enorme infrastruttura di test; la nostra terza linea di difesa sono le cure, e abbiamo il programma di antivirali più avanzato in Europa. La Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (l’agenzia inglese di regolazione dei farmaci, ndr) ha approvato il Paxlovid, un trattamento antivirale all’avanguardia. Il Paxlovid si unirà a una serie di trattamenti Covid-19 che stiamo rendendo disponibili. Queste tre linee di difesa», sottolinea Javid, «terranno un gran numero di persone fuori dagli ospedali». 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Mario Draghi, varando il 23 dicembre il decreto che ha modificato le quarantene e aprendo la strada al caos tamponi, ha detto chiaro che dopo l’obbligo vaccinale esteso a metà dei dipendenti pubblici - dai sanitari agli insegnanti passando per forze di polizia e di soccorso - si arriverà all’indispensabilità del super certificato verde per tutti gli altri. La decisione ci sarà al Consiglio dei ministri del 5 gennaio. Tra 72 ore 24 milioni d’italiani, se vogliono portare a casa uno stipendio, dovranno poter esibire oltre alla carta d’identità anche quella di (presunta) immunità. Una norma più facile a scriversi che ad applicarsi. I problemi che un obbligo di certificato verde conseguente a vaccinazione pone sono consistenti. Sia pratici che giuridici. E ce ne sono anche di politici. Gli effetti più immediati - e la prova generale si è avuta con le quarantene che hanno paralizzato i trasporti - saranno difficoltà nei collegamenti, blocco di molte imprese artigiane, cucine deserte nei ristoranti, porti e treni a scartamento ridotto e anche i servizi di sorveglianza ed emergenza potrebbero andare in crisi. Tra i non vaccinati ci sono almeno 2,8 milioni di lavoratori. Oltre due terzi di questi non si possono sostituire con lo smart working. Difficile guidare un Tir dal computer, e se i Tir non viaggiano le merci stanno ferme. La botta sull’economia sarà dura, ma l’ex presidente della Bce sembra non curarsene. Probabilmente l’accoppiata Draghi-Speranza farà come con le mascherine Ffp2: se non si trovano, o costano un occhio e sono insostenibili per molte famiglie, che gli italiani si arrangino. Come si devono arrangiare gestori e lavoratori delle discoteche e dello spettacolo, all’incirca 400.000 persone. I locali sono stati chiusi per decreto, ma non c’è nessuna prospettiva né di ristoro né di sostegno. La stessa storia riguarda 200.000 lavoratori del turismo rimasti senza cassa integrazione. E così è per teatri, palestre, stadi limitati nell’operatività dalla sera alla mattina senza nulla in cambio. Il 5 gennaio però si parla solo di obbligo. Lo vogliono Pd e Forza Italia che sarebbero anche per imporre il siero a tutti gli italiani, non ci stanno Lega e pentastellati. Ma anche molte Regioni premono per i divieti. Stando agli ultimi numeri i non vaccinati in età da lavoro sono attorno ai 2,8 milioni. Tra i 40 e i 49 anni sono circa 1,2 milioni, un milione tra 50 e 59 anni e tra 30 e 39 anni poco meno di un milione. Sapere quanti di questi sono occupati è pressoché impossibile. Perfino il governo ha stime spannometriche. Circa 250.000 non vaccinati sarebbero nel pubblico, 1,8 milioni nel privato e 700.000 autonomi. Perciò con l’obbligo di super-certificato si rischia di non consegnare le merci. Tra i camionisti circa il 25% non è vaccinato e c’è la questione dei Tir che arrivano dall’estero. Tra i marittimi e i portuali la percentuale è più o meno analoga. Ci sono ancora circa 30.000 tra forze dell’ordine, forze armate, vigili del fuoco, agenti penitenziari che non hanno risposto all’obbligo vaccinale e dunque anche sorveglianza e interventi di emergenza possono entrare in crisi. Quello che è successo con la quarantena, con la cancellazione di centinaia di corse di treni, potrebbe diventare prassi perché tra i ferrovieri c’è un’incidenza di circa il 10% di non vaccinati. Simile la situazione nel trasporto urbano. Un aspetto molto delicato è quello della giustizia. I magistrati che pure hanno l’obbligo vaccinale non hanno quello di presenza se non in udienza, tra gli avvocati c’è una pattuglia folta di non vaccinati. Sarà un problema conciliare il super green pass con l’inalienabile diritto alla difesa. Nel manifatturiero i settori più esposti sono la meccanica, il legno, il vetro, l’alimentare e la plastica dove si concentra la maggior parte delle imprese artigiane. In allarme è l’edilizia (si stima che manchino 250.000 operai) che rischia il blocco dei cantieri. E poi c’è tutto il comparto turistico con il commercio che rischia di chiudere un negozio ogni dieci. Circa il 15% del personale non è vaccinato e in particolare per bar, ristoranti e alberghi, già in drammatica sofferenza economica, il super-certificato potrebbe essere la botta definitiva. A tutto questo si aggiunge la complicazione normativa e un probabile enorme contenzioso che allarma le imprese. L’obbligo di certificazione comporta per il lavoratore che ne è privo un’assenza ingiustificata, ma provvedimenti disciplinari. Il datore di lavoro sospende lo stipendio, ma deve conservare il posto al lavoratore. Può sostituirlo, ma con un contratto massimo di 20 giorni. E non è detto che il sostituto sia vaccinato. E che succede con i contratti a termine? Il presidente del Consiglio perciò sarebbe tentato dall’obbligo vaccinale. Ci sono però due ostacoli: lo Stato deve assumersi la responsabilità degli eventi avversi e la durata dei vaccini (per decreto si è stabilito che dopo quattro mesi va fatta la terza dose). Il governo può imporre il siero solo se assicura la terza puntura a tutti: 30 milioni in contemporanea. Ma per Mario Draghi e il suo fido ministro Roberto Speranza conta solo l’obbligo, se poi gli italiani non sanno come fare e l’economia va in pezzi non è affar loro.
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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