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2022-01-02
Londra molla le restrizioni. Qui preparano l'assalto finale
Ansa
La partita per il Quirinale, collegata direttamente a quella del nuovo governo se Mario Draghi dovesse essere eletto presidente della Repubblica, inizia il prossimo 5 gennaio. Un paio di settimane prima dell’inizio delle votazioni per eleggere il successore di Sergio Mattarella (salvo un clamoroso bis) è in programma infatti un Consiglio dei ministri che si annuncia assai incandescente, e che rappresenta i tempi supplementari di quello dello scorso 29 dicembre, quando Lega e M5s hanno fatto saltare, con la loro ferma opposizione in cabina di regia, il preconsiglio che vede presenti i capi delegazione di tutti i partiti di maggioranza, l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. In questi giorni, Pd, Leu e Italia viva hanno manifestato pubblicamente la loro posizione a favore dell’obbligo vaccinale: i renziani hanno lanciato una petizione a favore di questa soluzione, la più drastica tra quelle possibili. Forza Italia resta in mezzo al guado: Silvio Berlusconi è stato uno dei primi leader politici italiani a dirsi favorevole all’obbligo vaccinale, ma ora c’è da tenere innanzitutto unito il centrodestra, perché il Cav vuole giocarsi fino in fondo la partita per il Colle, e Lega e Fratelli d’Italia sono nettamente contrari. «Certezze non ne abbiamo», dice alla Verità uno dei massimi esponenti del governo, «credo che Draghi ci proporrà il super green pass per il pubblico impiego e non altro. Onestamente nessuno se la sente di dire: “io ho la verità in tasca”. Tutti noi», aggiunge la fonte, «abbiamo mille dubbi su cosa sia meglio fare».
La proposta di rendere obbligatorio il super green pass, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o la guarigione ma non con il tampone, solo per il pubblico impiego, sarebbe una mediazione che potrebbe accontentare tutti, ma anche nessuno. Scontato il «no» della Lega, molto probabile anche quello del M5s: «Terremo la stessa linea della volta scorsa», anticipa alla Verità un big pentastellato, «non facciamo barricate ma non ne capiamo la ragione». Tra l’altro, l’estensione del super green pass solo al pubblico impiego non darebbe risposte al pressing di Confindustria che chiede l’obbligo vaccinale per tutti: il leader Carlo Bonomi ha più volte espresso questa linea, anche in maniera ruvida, perché col dilagare dei contagi le aziende si ritrovano a fare i conti con defezioni a raffica, tra positivi e quarantene. Draghi è in un imbuto, per la prima volta, e c’è il serio rischio che una frattura profonda nella variegata coalizione che lo sostiene, su un tema così delicato, vada a compromettere sia le sue chance di diventare Capo dello Stato sia le probabilità, in questo caso, di tenere unita la maggioranza con un altro premier.
Mentre in Italia si discute su quali altre restrizioni introdurre, c’è chi agisce in maniera profondamente diversa. È il caso della Gran Bretagna, che inaugura il 2022 all’insegna della convivenza con il Covid e del ritorno alla vita. «Le restrizioni alla libertà devono essere l’ultima risorsa», scrive il ministro della Salute inglese, Sajid Javid, in un editoriale sul Daily Mail, «e i britannici dovranno imparare a vivere insieme al Covid nel 2022. È inevitabile che vedremo ancora un grande aumento di casi di coronavirus il mese prossimo, e a causa dello sfasamento temporale tra infezioni e ricoveri vedremo ancora un grande aumento di persone che hanno bisogno di cure da parte del nostro sistema sanitario nazionale. Tuttavia, i numeri nelle unità di terapia intensiva sono stabili», aggiunge Javid, «e non seguono attualmente la traiettoria che abbiamo visto in questo periodo l’anno scorso durante l’ondata Alpha. Di conseguenza, abbiamo deciso di non mettere in atto ulteriori misure prima di questo nuovo anno e abbiamo accolto il 2022 con alcune delle misure meno restrittive in Europa. Le restrizioni alla nostra libertà devono essere l’ultima risorsa», ribadisce Javid, «e il popolo britannico si aspetta giustamente che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per evitarle. Per aiutarci a raggiungere questo obiettivo, abbiamo costruito tre linee di difesa che, prese insieme, sono tra le più profonde e forti del mondo.
La prima», argomenta Javid, «naturalmente, è il programma di vaccinazione; in secondo luogo, abbiamo costruito un’enorme infrastruttura di test; la nostra terza linea di difesa sono le cure, e abbiamo il programma di antivirali più avanzato in Europa. La Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (l’agenzia inglese di regolazione dei farmaci, ndr) ha approvato il Paxlovid, un trattamento antivirale all’avanguardia. Il Paxlovid si unirà a una serie di trattamenti Covid-19 che stiamo rendendo disponibili. Queste tre linee di difesa», sottolinea Javid, «terranno un gran numero di persone fuori dagli ospedali». Vaccini, test e cure: la ricetta inglese per uscire dal tunnel.
Con il super pass al lavoro rischio tilt per trasporti, turismo, cantieri e tribunali
Sarà un epifania, dal greco rivelazione. Il 5 gennaio il governo svelerà il suo profilo più ipocrita: non potendo imporre l’obbligo vaccinale renderà obbligatorio il super certificato vaccinale per poter lavorare, dimenticandosi che il lavoro è il diritto fondante della Repubblica (articolo 1 della Costituzione).
Mario Draghi, varando il 23 dicembre il decreto che ha modificato le quarantene e aprendo la strada al caos tamponi, ha detto chiaro che dopo l’obbligo vaccinale esteso a metà dei dipendenti pubblici - dai sanitari agli insegnanti passando per forze di polizia e di soccorso - si arriverà all’indispensabilità del super certificato verde per tutti gli altri. La decisione ci sarà al Consiglio dei ministri del 5 gennaio. Tra 72 ore 24 milioni d’italiani, se vogliono portare a casa uno stipendio, dovranno poter esibire oltre alla carta d’identità anche quella di (presunta) immunità. Una norma più facile a scriversi che ad applicarsi. I problemi che un obbligo di certificato verde conseguente a vaccinazione pone sono consistenti. Sia pratici che giuridici. E ce ne sono anche di politici. Gli effetti più immediati - e la prova generale si è avuta con le quarantene che hanno paralizzato i trasporti - saranno difficoltà nei collegamenti, blocco di molte imprese artigiane, cucine deserte nei ristoranti, porti e treni a scartamento ridotto e anche i servizi di sorveglianza ed emergenza potrebbero andare in crisi. Tra i non vaccinati ci sono almeno 2,8 milioni di lavoratori. Oltre due terzi di questi non si possono sostituire con lo smart working. Difficile guidare un Tir dal computer, e se i Tir non viaggiano le merci stanno ferme. La botta sull’economia sarà dura, ma l’ex presidente della Bce sembra non curarsene. Probabilmente l’accoppiata Draghi-Speranza farà come con le mascherine Ffp2: se non si trovano, o costano un occhio e sono insostenibili per molte famiglie, che gli italiani si arrangino. Come si devono arrangiare gestori e lavoratori delle discoteche e dello spettacolo, all’incirca 400.000 persone. I locali sono stati chiusi per decreto, ma non c’è nessuna prospettiva né di ristoro né di sostegno. La stessa storia riguarda 200.000 lavoratori del turismo rimasti senza cassa integrazione. E così è per teatri, palestre, stadi limitati nell’operatività dalla sera alla mattina senza nulla in cambio. Il 5 gennaio però si parla solo di obbligo. Lo vogliono Pd e Forza Italia che sarebbero anche per imporre il siero a tutti gli italiani, non ci stanno Lega e pentastellati. Ma anche molte Regioni premono per i divieti. Stando agli ultimi numeri i non vaccinati in età da lavoro sono attorno ai 2,8 milioni.
Tra i 40 e i 49 anni sono circa 1,2 milioni, un milione tra 50 e 59 anni e tra 30 e 39 anni poco meno di un milione. Sapere quanti di questi sono occupati è pressoché impossibile. Perfino il governo ha stime spannometriche. Circa 250.000 non vaccinati sarebbero nel pubblico, 1,8 milioni nel privato e 700.000 autonomi. Perciò con l’obbligo di super-certificato si rischia di non consegnare le merci. Tra i camionisti circa il 25% non è vaccinato e c’è la questione dei Tir che arrivano dall’estero. Tra i marittimi e i portuali la percentuale è più o meno analoga. Ci sono ancora circa 30.000 tra forze dell’ordine, forze armate, vigili del fuoco, agenti penitenziari che non hanno risposto all’obbligo vaccinale e dunque anche sorveglianza e interventi di emergenza possono entrare in crisi. Quello che è successo con la quarantena, con la cancellazione di centinaia di corse di treni, potrebbe diventare prassi perché tra i ferrovieri c’è un’incidenza di circa il 10% di non vaccinati. Simile la situazione nel trasporto urbano. Un aspetto molto delicato è quello della giustizia. I magistrati che pure hanno l’obbligo vaccinale non hanno quello di presenza se non in udienza, tra gli avvocati c’è una pattuglia folta di non vaccinati. Sarà un problema conciliare il super green pass con l’inalienabile diritto alla difesa. Nel manifatturiero i settori più esposti sono la meccanica, il legno, il vetro, l’alimentare e la plastica dove si concentra la maggior parte delle imprese artigiane. In allarme è l’edilizia (si stima che manchino 250.000 operai) che rischia il blocco dei cantieri. E poi c’è tutto il comparto turistico con il commercio che rischia di chiudere un negozio ogni dieci. Circa il 15% del personale non è vaccinato e in particolare per bar, ristoranti e alberghi, già in drammatica sofferenza economica, il super-certificato potrebbe essere la botta definitiva. A tutto questo si aggiunge la complicazione normativa e un probabile enorme contenzioso che allarma le imprese. L’obbligo di certificazione comporta per il lavoratore che ne è privo un’assenza ingiustificata, ma provvedimenti disciplinari. Il datore di lavoro sospende lo stipendio, ma deve conservare il posto al lavoratore. Può sostituirlo, ma con un contratto massimo di 20 giorni. E non è detto che il sostituto sia vaccinato. E che succede con i contratti a termine? Il presidente del Consiglio perciò sarebbe tentato dall’obbligo vaccinale. Ci sono però due ostacoli: lo Stato deve assumersi la responsabilità degli eventi avversi e la durata dei vaccini (per decreto si è stabilito che dopo quattro mesi va fatta la terza dose). Il governo può imporre il siero solo se assicura la terza puntura a tutti: 30 milioni in contemporanea. Ma per Mario Draghi e il suo fido ministro Roberto Speranza conta solo l’obbligo, se poi gli italiani non sanno come fare e l’economia va in pezzi non è affar loro.
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Il ministro inglese: «Togliere le libertà è l’extrema ratio. Avremo altri contagi ma col virus si può convivere». Roberto Speranza & C. decisi a rovinare la vita a tutti senza motivo: super green pass al lavoro e Dad per non vaccinati.Allargare la card rafforzata a tutti i settori lascerebbe senza stipendio quasi 3 milioni di persone. Assenze che paralizzerebbero il Paese e causerebbero il caos normativo.Lo speciale contiene due articoli. La partita per il Quirinale, collegata direttamente a quella del nuovo governo se Mario Draghi dovesse essere eletto presidente della Repubblica, inizia il prossimo 5 gennaio. Un paio di settimane prima dell’inizio delle votazioni per eleggere il successore di Sergio Mattarella (salvo un clamoroso bis) è in programma infatti un Consiglio dei ministri che si annuncia assai incandescente, e che rappresenta i tempi supplementari di quello dello scorso 29 dicembre, quando Lega e M5s hanno fatto saltare, con la loro ferma opposizione in cabina di regia, il preconsiglio che vede presenti i capi delegazione di tutti i partiti di maggioranza, l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. In questi giorni, Pd, Leu e Italia viva hanno manifestato pubblicamente la loro posizione a favore dell’obbligo vaccinale: i renziani hanno lanciato una petizione a favore di questa soluzione, la più drastica tra quelle possibili. Forza Italia resta in mezzo al guado: Silvio Berlusconi è stato uno dei primi leader politici italiani a dirsi favorevole all’obbligo vaccinale, ma ora c’è da tenere innanzitutto unito il centrodestra, perché il Cav vuole giocarsi fino in fondo la partita per il Colle, e Lega e Fratelli d’Italia sono nettamente contrari. «Certezze non ne abbiamo», dice alla Verità uno dei massimi esponenti del governo, «credo che Draghi ci proporrà il super green pass per il pubblico impiego e non altro. Onestamente nessuno se la sente di dire: “io ho la verità in tasca”. Tutti noi», aggiunge la fonte, «abbiamo mille dubbi su cosa sia meglio fare». La proposta di rendere obbligatorio il super green pass, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o la guarigione ma non con il tampone, solo per il pubblico impiego, sarebbe una mediazione che potrebbe accontentare tutti, ma anche nessuno. Scontato il «no» della Lega, molto probabile anche quello del M5s: «Terremo la stessa linea della volta scorsa», anticipa alla Verità un big pentastellato, «non facciamo barricate ma non ne capiamo la ragione». Tra l’altro, l’estensione del super green pass solo al pubblico impiego non darebbe risposte al pressing di Confindustria che chiede l’obbligo vaccinale per tutti: il leader Carlo Bonomi ha più volte espresso questa linea, anche in maniera ruvida, perché col dilagare dei contagi le aziende si ritrovano a fare i conti con defezioni a raffica, tra positivi e quarantene. Draghi è in un imbuto, per la prima volta, e c’è il serio rischio che una frattura profonda nella variegata coalizione che lo sostiene, su un tema così delicato, vada a compromettere sia le sue chance di diventare Capo dello Stato sia le probabilità, in questo caso, di tenere unita la maggioranza con un altro premier.Mentre in Italia si discute su quali altre restrizioni introdurre, c’è chi agisce in maniera profondamente diversa. È il caso della Gran Bretagna, che inaugura il 2022 all’insegna della convivenza con il Covid e del ritorno alla vita. «Le restrizioni alla libertà devono essere l’ultima risorsa», scrive il ministro della Salute inglese, Sajid Javid, in un editoriale sul Daily Mail, «e i britannici dovranno imparare a vivere insieme al Covid nel 2022. È inevitabile che vedremo ancora un grande aumento di casi di coronavirus il mese prossimo, e a causa dello sfasamento temporale tra infezioni e ricoveri vedremo ancora un grande aumento di persone che hanno bisogno di cure da parte del nostro sistema sanitario nazionale. Tuttavia, i numeri nelle unità di terapia intensiva sono stabili», aggiunge Javid, «e non seguono attualmente la traiettoria che abbiamo visto in questo periodo l’anno scorso durante l’ondata Alpha. Di conseguenza, abbiamo deciso di non mettere in atto ulteriori misure prima di questo nuovo anno e abbiamo accolto il 2022 con alcune delle misure meno restrittive in Europa. Le restrizioni alla nostra libertà devono essere l’ultima risorsa», ribadisce Javid, «e il popolo britannico si aspetta giustamente che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per evitarle. Per aiutarci a raggiungere questo obiettivo, abbiamo costruito tre linee di difesa che, prese insieme, sono tra le più profonde e forti del mondo.La prima», argomenta Javid, «naturalmente, è il programma di vaccinazione; in secondo luogo, abbiamo costruito un’enorme infrastruttura di test; la nostra terza linea di difesa sono le cure, e abbiamo il programma di antivirali più avanzato in Europa. La Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (l’agenzia inglese di regolazione dei farmaci, ndr) ha approvato il Paxlovid, un trattamento antivirale all’avanguardia. Il Paxlovid si unirà a una serie di trattamenti Covid-19 che stiamo rendendo disponibili. Queste tre linee di difesa», sottolinea Javid, «terranno un gran numero di persone fuori dagli ospedali». Vaccini, test e cure: la ricetta inglese per uscire dal tunnel. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-molla-restrizioni-qui-assalto-2656205296.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-super-pass-al-lavoro-rischio-tilt-per-trasporti-turismo-cantieri-e-tribunali" data-post-id="2656205296" data-published-at="1641087340" data-use-pagination="False"> Con il super pass al lavoro rischio tilt per trasporti, turismo, cantieri e tribunali Sarà un epifania, dal greco rivelazione. Il 5 gennaio il governo svelerà il suo profilo più ipocrita: non potendo imporre l’obbligo vaccinale renderà obbligatorio il super certificato vaccinale per poter lavorare, dimenticandosi che il lavoro è il diritto fondante della Repubblica (articolo 1 della Costituzione). Mario Draghi, varando il 23 dicembre il decreto che ha modificato le quarantene e aprendo la strada al caos tamponi, ha detto chiaro che dopo l’obbligo vaccinale esteso a metà dei dipendenti pubblici - dai sanitari agli insegnanti passando per forze di polizia e di soccorso - si arriverà all’indispensabilità del super certificato verde per tutti gli altri. La decisione ci sarà al Consiglio dei ministri del 5 gennaio. Tra 72 ore 24 milioni d’italiani, se vogliono portare a casa uno stipendio, dovranno poter esibire oltre alla carta d’identità anche quella di (presunta) immunità. Una norma più facile a scriversi che ad applicarsi. I problemi che un obbligo di certificato verde conseguente a vaccinazione pone sono consistenti. Sia pratici che giuridici. E ce ne sono anche di politici. Gli effetti più immediati - e la prova generale si è avuta con le quarantene che hanno paralizzato i trasporti - saranno difficoltà nei collegamenti, blocco di molte imprese artigiane, cucine deserte nei ristoranti, porti e treni a scartamento ridotto e anche i servizi di sorveglianza ed emergenza potrebbero andare in crisi. Tra i non vaccinati ci sono almeno 2,8 milioni di lavoratori. Oltre due terzi di questi non si possono sostituire con lo smart working. Difficile guidare un Tir dal computer, e se i Tir non viaggiano le merci stanno ferme. La botta sull’economia sarà dura, ma l’ex presidente della Bce sembra non curarsene. Probabilmente l’accoppiata Draghi-Speranza farà come con le mascherine Ffp2: se non si trovano, o costano un occhio e sono insostenibili per molte famiglie, che gli italiani si arrangino. Come si devono arrangiare gestori e lavoratori delle discoteche e dello spettacolo, all’incirca 400.000 persone. I locali sono stati chiusi per decreto, ma non c’è nessuna prospettiva né di ristoro né di sostegno. La stessa storia riguarda 200.000 lavoratori del turismo rimasti senza cassa integrazione. E così è per teatri, palestre, stadi limitati nell’operatività dalla sera alla mattina senza nulla in cambio. Il 5 gennaio però si parla solo di obbligo. Lo vogliono Pd e Forza Italia che sarebbero anche per imporre il siero a tutti gli italiani, non ci stanno Lega e pentastellati. Ma anche molte Regioni premono per i divieti. Stando agli ultimi numeri i non vaccinati in età da lavoro sono attorno ai 2,8 milioni. Tra i 40 e i 49 anni sono circa 1,2 milioni, un milione tra 50 e 59 anni e tra 30 e 39 anni poco meno di un milione. Sapere quanti di questi sono occupati è pressoché impossibile. Perfino il governo ha stime spannometriche. Circa 250.000 non vaccinati sarebbero nel pubblico, 1,8 milioni nel privato e 700.000 autonomi. Perciò con l’obbligo di super-certificato si rischia di non consegnare le merci. Tra i camionisti circa il 25% non è vaccinato e c’è la questione dei Tir che arrivano dall’estero. Tra i marittimi e i portuali la percentuale è più o meno analoga. Ci sono ancora circa 30.000 tra forze dell’ordine, forze armate, vigili del fuoco, agenti penitenziari che non hanno risposto all’obbligo vaccinale e dunque anche sorveglianza e interventi di emergenza possono entrare in crisi. Quello che è successo con la quarantena, con la cancellazione di centinaia di corse di treni, potrebbe diventare prassi perché tra i ferrovieri c’è un’incidenza di circa il 10% di non vaccinati. Simile la situazione nel trasporto urbano. Un aspetto molto delicato è quello della giustizia. I magistrati che pure hanno l’obbligo vaccinale non hanno quello di presenza se non in udienza, tra gli avvocati c’è una pattuglia folta di non vaccinati. Sarà un problema conciliare il super green pass con l’inalienabile diritto alla difesa. Nel manifatturiero i settori più esposti sono la meccanica, il legno, il vetro, l’alimentare e la plastica dove si concentra la maggior parte delle imprese artigiane. In allarme è l’edilizia (si stima che manchino 250.000 operai) che rischia il blocco dei cantieri. E poi c’è tutto il comparto turistico con il commercio che rischia di chiudere un negozio ogni dieci. Circa il 15% del personale non è vaccinato e in particolare per bar, ristoranti e alberghi, già in drammatica sofferenza economica, il super-certificato potrebbe essere la botta definitiva. A tutto questo si aggiunge la complicazione normativa e un probabile enorme contenzioso che allarma le imprese. L’obbligo di certificazione comporta per il lavoratore che ne è privo un’assenza ingiustificata, ma provvedimenti disciplinari. Il datore di lavoro sospende lo stipendio, ma deve conservare il posto al lavoratore. Può sostituirlo, ma con un contratto massimo di 20 giorni. E non è detto che il sostituto sia vaccinato. E che succede con i contratti a termine? Il presidente del Consiglio perciò sarebbe tentato dall’obbligo vaccinale. Ci sono però due ostacoli: lo Stato deve assumersi la responsabilità degli eventi avversi e la durata dei vaccini (per decreto si è stabilito che dopo quattro mesi va fatta la terza dose). Il governo può imporre il siero solo se assicura la terza puntura a tutti: 30 milioni in contemporanea. Ma per Mario Draghi e il suo fido ministro Roberto Speranza conta solo l’obbligo, se poi gli italiani non sanno come fare e l’economia va in pezzi non è affar loro.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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