
Uno dei pilastri del piano Mattei, presentato lunedì a Palazzo Madama dal nostro governo alle delegazioni dei Paesi africani, è la sicurezza alimentare. Attorno alla questione dell’autosufficienza dell’Africa si gioca molta parte della riuscita di questo ambizioso progetto, che ha l’obiettivo di portare sviluppo e di rimuovere a monte le cause di fenomeni come le migrazioni illegali di massa. Al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida abbiamo chiesto di illustrarci i dettagli di quanto emerso dalla Conferenza Italia-Africa, senza trascurare questioni «calde» come il cibo sintetico o la protesta dei trattori.
Ministro, il piano Mattei prevede una significativa azione anche per l’agroalimentare: quali sono i punti cardine del progetto?
«Nel corso dei lavori della Conferenza abbiamo rilevato la grande anomalia del continente africano, che ha il 60% delle terre arabili, la forza lavoro più giovane del mondo, ma non è in grado di essere autosufficiente a livello alimentare. Noi vogliamo convincere l’Ue e i Paesi del G7 a guardare all’Africa come una potenzialità non solo per la quantità ma anche per la qualità del cibo, e per risolvere a monte problemi come immigrazione illegale e malnutrizione, che poi i Paesi europei sono costretti ad affrontare a valle. Abbiamo messo a punto una strategia complessiva, che si va a sovrapporre ad altri investimenti di aziende italiane come Eni e Bf, che hanno iniziato ad agire in senso virtuoso in Africa, nell’ottica dello sviluppo dei territori in cui operano. Sono convinto che a questi investimenti si sommeranno gli apporti delle aziende italiane che, sotto la garanzia del governo italiano a livello diplomatico, seguiranno l’esempio delle aziende più grandi, non avendo più timore per il troppo rischio. Le nostre imprese vogliono più certezze».
L’Africa ha un’enorme disponibilità di terra fertile e una bassissima resa agricola: come si riesce a esportare il modello agricolo italiano e come da uno scambio con l’Africa si può incrementare il valore agricolo?
«All’Africa mancano anzitutto una serie di elementi formativi. Ciò che per noi spesso è dato per scontato, a partire da come si coltiva, per tradizione e per storia lì non ha avuto una codificazione. Poi mancano tutte le filiere di valore: molto spesso le produzioni sono per l’autosostentamento. Manca l’impostazione commerciale e mancano le tecnologie, anche le più basilari, che in Europa si possono trovare anche presso una famiglia di campagna. Mancano i sistemi di irrigazione. Noi possiamo fornire la tecnologia, perché siamo all'avanguardia da questo punto di vista, possiamo fornire formazione per aiutare a produrre qualità. Infine, noi siamo una Nazione che ha produzioni di qualità ma spesso siamo deficitari nella quantità. La partnership con l’Africa potrebbe dunque dare frutti importantissimi nelle filiere di approvvigionamento di prodotti di qualità. Noi siamo una Nazione trasformatrice, anche per produzioni che non abbiamo sul nostro territorio. Basti pensare al caffè. Questo eviterebbe anche la concorrenza sleale su una serie di prodotti che nei Paesi in via di sviluppo hanno costi di produzione infinitamente minori, come ad esempio succede per i pomodori».
Come detto, ci sono già in corso progetti di Eni e Bf in Africa. È possibile un’espansione anche dell’agricoltura non food per la produzione di bioenergie, visto anche che Eni sta aprendo la terza bio-raffineria? Insomma pensiamo a un petrolio-verde?
«Certo, l’agricoltura non è solamente cibo o cibo umano: produce foraggi per animali, produce filiere per la vivaistica e mille altre declinazioni. Per avere una vera sovranità, anche su questo terreno è necessario avere delle catene di approvvigionamento stabili, che non siano condizionate da eventi contingenti quali conflitti, guerre o fornitori unici che ti tolgono energia e fertilizzati da un giorno all’altro».
Pensa che questa leadership italiana nel rapporto con l’Africa contribuirà a consolidare la visione dell’agroalimentare di qualità in sede Fao, Onu e Oms? Anche per stoppare l’aggressione che i colonizzatori alla Bill Gates a colpi di cibo sintetico hanno tentato in Africa?
«Ne sono convinto. Sento delle frasi che vengono pronunciate da alcuni scienziati e alcuni politici con una leggerezza sconcertante. Quando i sostenitori della carne coltivata spiegano come questa potrà essere prodotta a basso costo, la cosa assurda è che lo dicono dando per scontato che queste cose loro non le mangeranno. Loro continueranno a mangiare la bistecca fiorentina o il latte di mucca, ma dicono che per le persone che non possono permetterselo (la gran massa degli africani e gli asiatici) ci sarà questa roba qua. È disarmante immaginare che il mondo del futuro possa essere diviso tra persone che per censo hanno diritto a mangiar bene e altre che sono destinate a mangiare schifezze che qualcuno non è disposto a mangiare ma vuol far mangiare agli altri in nome del profitto. È in corso un’operazione di greenwashing per cui si sta tentando di convincere la gente che questa è una cosa buona. Noi però in Europa stiamo assumendo una leadership nell’indicare come mantenere alti gli standard qualitativi, e le nazioni in buona fede si stanno fidando di noi».
Cosa pensa della protesta dei trattori? Il modello italiano può diventare, magari mutando gli equilibri in Europa, il nuovo fondamento di Pac e Farm to fork?
«È la ribellione di un mondo che non capisce la logica di quello che è accaduto e che all’inizio è stato illuso che qualcuno fosse così generoso da pagarlo per produrre meno, per non coltivare. Con dei risultati drammatici: in Italia abbiamo perso negli ultimi 30 anni il 35% delle imprese agricole, con aree desertificate in termini di popolazione e di manutenzione della natura. Io però voglio leggere in positivo quello che sta accadendo, perché tutto il mondo dell’agricoltura trova una speranza: il governo italiano è andato a dire che in Europa non ha senso questo tipo di ragionamento: diminuire le produzioni e comprare prodotti da Paesi terzi che non sono tenuti a rispettare le regole che la stessa Europa impone. È una follia che l’Italia ha denunciato dal primo giorno. Sono convinto che tutte le associazioni degli agricoltori italiani si rendono conto di quello che stiamo facendo, e io rispetto la protesta anche dei più esasperati, purché non sconfini nella violenza. Di certo non lo stanno facendo contro il governo italiano, che ha mantenuto le leggi e le agevolazioni che altri governi europei hanno tolto, come è successo in Germania e Francia. Noi abbiamo fatto esattamente l’opposto».






