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2022-11-02
Liste d’attesa infinite e interventi negati. Il personale cacciato ora è indispensabile
A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure.
L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%).
Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%.
Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.
Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare
Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell.
Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica».
Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle.
Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
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Chi non vuole i camici non inoculati in ospedale dimentica che la sanità arranca: tempi biblici in dieci Regioni su 21.«The Atlantic» tifa per il colpo di spugna sul virus. Ma la verità deve essere accertata.Lo speciale contiene due articoli.A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure. L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%). Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%. Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liste-attesa-infinite-personale-indispensabile-2658584193.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-la-pandemia-arriva-lamnistia-la-ricetta-usa-che-dobbiamo-rifiutare" data-post-id="2658584193" data-published-at="1667358601" data-use-pagination="False"> Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell. Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica». Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle. Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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