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2022-11-02
Liste d’attesa infinite e interventi negati. Il personale cacciato ora è indispensabile
A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure.
L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%).
Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%.
Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.
Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare
Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell.
Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica».
Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle.
Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
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Chi non vuole i camici non inoculati in ospedale dimentica che la sanità arranca: tempi biblici in dieci Regioni su 21.«The Atlantic» tifa per il colpo di spugna sul virus. Ma la verità deve essere accertata.Lo speciale contiene due articoli.A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure. L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%). Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%. Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liste-attesa-infinite-personale-indispensabile-2658584193.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-la-pandemia-arriva-lamnistia-la-ricetta-usa-che-dobbiamo-rifiutare" data-post-id="2658584193" data-published-at="1667358601" data-use-pagination="False"> Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell. Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica». Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle. Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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