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2022-11-02
Liste d’attesa infinite e interventi negati. Il personale cacciato ora è indispensabile
A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure.
L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%).
Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%.
Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.
Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare
Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell.
Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica».
Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle.
Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
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Chi non vuole i camici non inoculati in ospedale dimentica che la sanità arranca: tempi biblici in dieci Regioni su 21.«The Atlantic» tifa per il colpo di spugna sul virus. Ma la verità deve essere accertata.Lo speciale contiene due articoli.A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax - che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili - basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure. L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%). Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%. Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liste-attesa-infinite-personale-indispensabile-2658584193.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-la-pandemia-arriva-lamnistia-la-ricetta-usa-che-dobbiamo-rifiutare" data-post-id="2658584193" data-published-at="1667358601" data-use-pagination="False"> Dopo la pandemia arriva l’amnistia: la ricetta Usa che dobbiamo rifiutare Sul ponte di Broccolino sventoli bandiera bianca. I truculenti accusatori si plachino. Avevano ragione? Se ne facciano una ragione. Li hanno insolentiti? Porgano l’altra guancia. Vaccini fallibili? Richiami inutili? Green pass discriminatorio? I cani da polpaccio si accuccino. Tutto dev’essere dimenticato. L’accorato appello viene vergato sulle pagine del magazine The Atlantic. Mica pizza e fichi. Ci scrivono professoroni e premi Pulitzer. È una delle riviste più radical (chic) del pianeta. Talmente prestigiosa da essere stata acquisita, anni fa, dalla vedova di Steve Jobs: la filantropa Laurene Powell. Ebbene, il titolo dell’articolo è già un programma: «Dichiariamo un’amnistia pandemica». L’occhiello suggella le caritatevoli intenzioni: «Dobbiamo perdonarci a vicenda per quello che abbiamo fatto e detto quando eravamo all’oscuro del Covid». L’autrice è Emily Oster, esimia docente di Economia alla Brown university. Testimonianza accorata. La professoressa denuncia: la foga con cui il figliolo di quattro anni si scagliava contro possibili untori in un bosco, le scuole chiuse per troppo tempo nonostante i rischi «relativamente bassi», la conseguente perdita di apprendimento «allarmante», i rivedibili vaccini Johnson & Johnson. Eppure, assicura The Atlantic, quasi sempre «gli errori sono stati commessi da persone che stavano lavorando seriamente per il bene della società». Ovvio. Chi sta dalla parte giusta può esigere clemenza. Certo, avverte la rivista, gli insolentiti miscredenti potrebbero cedere alla tentazione di «voler gongolare». Eh, no. Niente trionfalismi e «ve l’avevo detto io». Termini la guerra culturale. Serve una grazia. Anzi, «un’amnistia pandemica». Lo stesso perdonismo rischia di sbarcare in Italia. Il premier, Giorgia Meloni, dice «basta all’ideologia sul Covid». Ritorno alla normalità, dunque: fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, addio al bollettino quotidiano, stop alle multe da 100 euro per gli ultracinquantenni renitenti al siero. Ma il plotone dei rei non confessi rimane sterminato. I televirologi che hanno seminato panico a gettone. Le persecuzioni contro chi esitava di fronte al vaccino. L’allarmante bollettino giornaliero. Il record dei morti. Le scuole chiuse a oltranza. Gli inutili banchi a rotelle. Il governo adesso annuncia una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Ma la resa dei conti rischia di diventare propizia per chi vorrebbe invocare la pacificazione nazionale. Come dice l’eterno proverbio napoletano? «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Eh, no. Stavolta, meglio evitare la clemenza. Quella che, a parti rovesciate, i progressisti gonfi di sicumera mai concederebbero. Niente amnistia per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, già assessore all’Urbanistica di Potenza, ideologo del lockdown e del green pass. Per il suo più fido collaboratore, Gualtiero Ricciardi in arte Walter, che continua a evocare il modello cinese. Per Giuseppe Conte, artefice della deriva tecnocratica. Per Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi, inerti ex ministri dell’Istruzione. Per il deposto commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, con gli appalti sulle mascherine fallate e i ventilatori farlocchi. Per il Cts, che suggeriva il vaccination day di Astrazeneca. Per Andrea Crisanti, passato dalla tribuna televisiva a un seggio al Parlamento. Per Roberto Burioni: implacabile avvelenatore di pozzi, twittatore compulsivo, insolente seriale. Niente amnistia all’americana, nemmeno per lui. Eppure, nel suo esondante caso, potremmo intanto accontentarci di una tregua mediatica.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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