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Teheran sblocca lo Stretto: «Finché regge la tregua tra Tel Aviv e Beirut». Poi avvisa gli States: «Liberate pure voi il transito o richiudiamo». Trump ringrazia e si professa ottimista. Verso un altro round in Pakistan.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, annunciata ieri nel quadro della tregua in Libano e dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, segna un passaggio delicato in un contesto ancora carico di tensioni militari e diplomatiche. I fatti si sono susseguiti rapidamente, tra dichiarazioni ufficiali, smentite, minacce e aperture che restano, almeno per ora, parziali.
Il primo segnale arriva da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha scritto su X: «In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran». Una riapertura, tuttavia, con condizioni precise. La televisione di Stato iraniana ha chiarito che «il transito di navi militari attraverso lo Stretto di Hormuz rimane vietato. Solo le navi civili possono transitare lungo le rotte designate, previa autorizzazione della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche». E ancora: «Le navi civili devono transitare esclusivamente lungo la rotta designata dall’Organizzazione portuale e marittima iraniana». Sul fronte opposto, gli Stati Uniti rivendicano il controllo della situazione.
Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth: «Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Il tycoon ha anche risposto a modo suo al vertice dei volenterosi di Parigi: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla Nato in cui» gli alleati «mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta». In un altro passaggio, Trump ha aggiunto: «Gli Stati Uniti otterranno tutta la “polvere” nucleare creata dai nostri grandi bombardieri B2. Non ci sarà alcuno scambio di denaro in alcun modo, forma o maniera».
Il nodo centrale resta infatti il negoziato sul nucleare. Secondo fonti americane citate da Axios, Washington e Teheran avrebbero fatto progressi su un memorandum di tre pagine per porre fine alla guerra. Un alto funzionario iraniano ha smentito l’indiscrezione secondo cui Teheran starebbe trattando con Washington la consegna dell’uranio arricchito in cambio dello scongelamento di 20 miliardi di dollari di fondi bloccati. «L’annuncio di un’apertura temporanea dello Stretto di Hormuz e di un cessate il fuoco in Libano fanno parte dell’accordo», ha dichiarato la fonte alla testata qatariota Al-Araby Al-Jadeed, «ma l’annuncio di Trump di un accordo per la consegna dell’uranio arricchito è falso». Poi la stessa fonte ha aggiunto: «I negoziati continuano, ma non si intravede una soluzione chiara alla luce delle eccessive e illogiche richieste americane». In questo quadro si inserisce anche un nuovo avvertimento da Teheran. Secondo le agenzie Fars e Tasnim, vicine ai Pasdaran, « l’Iran è pronto a richiudere lo Stretto di Hormuz come ritorsione se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale».
Una linea che si scontra con quella di Trump, deciso a mantenere la pressione finché non sarà raggiunto un accordo con la Repubblica islamica. Lo stesso Trump ha comunque precisato: «Non ci sarà alcuno scambio di denaro, in nessuna forma. Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione libanese, ma gli Stati Uniti collaboreranno separatamente con il Libano e affronteranno la situazione di Hezbollah in modo appropriato». Sempre Trump ha rilanciato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!». E ancora: «L’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso o sta rimuovendo tutte le mine» per attaccare i media: «Il fallimentare New York Times, la Cnn che diffonde fake news e altri, semplicemente non sanno cosa fare… Perché non dicono semplicemente, al momento opportuno, “ottimo lavoro signor presidente”?». Sul dossier nucleare, Trump ha ribadito in più occasioni la propria linea. A NewsNation ha risposto «sì» alla domanda se l’Iran abbia accettato di smettere di arricchire uranio, aggiungendo: «Non mi sorprende nulla». In un’intervista a Bloomberg ha poi dichiarato: «Molti dei punti sono stati definiti. Procederà piuttosto rapidamente». E, alla domanda sulla durata della moratoria, ha chiarito: «Niente anni, illimitato». Poi ha spiegato a Reuters che gli Stati Uniti, in accordo con Teheran, entreranno in Iran «con calma» per recuperare l’uranio arricchito, utilizzando «grandi macchinari», ma gli iraniani hanno smentito questa eventualità.
Il quadro si intreccia con il fronte libanese. Trump ha scritto: «Gli Stati Uniti lavoreranno separatamente con il Libano e affronteranno la questione di Hezbollah in modo appropriato; Israele non bombarderà più il Libano: gli è proibito farlo dagli Stati Uniti». Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha confermato: «Su richiesta del Presidente Trump abbiamo concordato un cessate il fuoco temporaneo in Libano». Ma ha avvertito: «Non abbiamo ancora finito, lo smantellamento di Hezbollah non avverrà dall’oggi al domani. La strada verso la pace è ancora lunga, ma l’abbiamo intrapresa. In una mano impugniamo l’arma, l’altra è tesa in segno di pace». Nonostante la tregua, le tensioni restano elevate. Hezbollah ha affermato che i suoi combattenti sono «pronti ad attaccare» qualora Israele violasse la tregua di dieci giorni entrata in vigore la notte precedente. Sul fronte americano, Donald Trump ha scritto su Truth: «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo importante periodo di tempo», riferendosi al cessate il fuoco fra Israele e Libano. Per Donald Trump l’intesa tra Stati Uniti e Iran «renderà Israele più sicuro», sottolineando che «Israele ne uscirà alla grande» al termine del conflitto. Trump ha inoltre chiesto lo stop ai raid israeliani in Libano nell’ambito del cessate il fuoco: «Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria edifici. Non lo permetterò».
Infine, secondo il presidente, Teheran sarebbe pronta al dialogo: «Vogliono un incontro e un accordo». Un vertice potrebbe tenersi già nel fine settimana, secondo Axios domenica a Islamabad, con la possibilità di chiudere l’intesa «entro uno o due giorni». Trump ha infine ribadito che tra le parti «non ci sono punti di disaccordo». Speriamo sia davvero così.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il cessate il fuoco in Libano (e 20 miliardi da Washington) spingono Teheran a sbloccare lo Stretto. Anche Giorgia Meloni pronta a inviare navi. L’Europa invece prepara il lockdown: domeniche a piedi, smart working, bici e luci spente.
Non andate in vacanza e possibilmente guidate piano, senza correre in autostrada. Abbassate di qualche grado il riscaldamento e indossate la maglia di lana. Insomma, la ricetta della Ue per affrontare la crisi energetica si traduce in una raccomandazione: state in casa e copritevi bene. Fin lì ci sarebbe arrivata anche mia nonna, nonostante fosse una povera contadina che viveva in una cascina riscaldata da un grande camino.
Non c’era bisogno di un commissario all’Energia e neppure di una pletora di funzionari ben pagati: per indossare vestiti più pesanti e risparmiare sui consumi bastava il buonsenso, di cui in genere sono dotati padri e madri di famiglia. Ma a Bruxelles a quanto pare il buonsenso non va di moda.
Perciò la Commissione europea, invece di prendere decisioni in grado di assicurare le forniture di gas e petrolio indispensabili a non far piombare il Vecchio continente nella crisi più nera, escogita una serie di pannicelli caldi, tipo le domeniche a piedi, le giornate di telelavoro, la riduzione della temperatura in salotto. Misure che verranno proposte come raccomandazione a tutti i 27 Paesi dell’Unione. La bozza del piano, che dovrebbe essere una risposta ai problemi creati dal blocco dello Stretto di Hormuz, con una buona dose di ironia si chiama «Accelerate Eu». In realtà, visto che le persone rischiano di venir appiedate, più che parlare di un’accelerazione sarebbe il caso di definirlo un rallentamento. Da ieri, dopo l’annuncio della riapertura da parte dell’Iran del transito delle petroliere, la questione parrebbe non essere più così urgente. Ma la strategia europea per limitare l’uso dell’energia, spegnendo la luce nelle città e riducendo i consumi, anche se non immediatamente applicata perché superare Hormuz a quanto pare per i prossimi giorni non sarà un problema, resta comunque un esempio di quanto poco senso pratico abbiano a Bruxelles.
Noi non sappiamo quanto durerà la tregua dichiarata da iraniani e americani e dunque non possiamo immaginare se il passaggio delle navi di greggio sarà garantito per sempre o soltanto per una settimana. Tuttavia, ci è chiaro che famiglie e imprese non possono restare senza gas e carburante.
L’energia da fonte fossile, per ora, è indispensabile per far funzionare aziende e tenere in piedi il sistema. Dunque, che serietà può avere una Ue che invita i propri cittadini a spegnere la luce e abbassare il termostato perché è necessario risparmiare e consumare meno? Fino a ieri ci veniva spiegato non soltanto che l’Intelligenza artificiale è indispensabile per poter consentire alle aziende di restare competitive, ma ci veniva pure detto che per far funzionare i grandi cervelloni dell’Ia bisognava disporre di molta energia. Dunque, noi europei di fronte a queste necessità che facciamo? Non cerchiamo forniture alternative, riaprendo le centrali nucleari o riavviando gli scambi commerciali con la Russia, ci limitiamo a spegnere la luce e tanti saluti allo sviluppo e alla crescita. Che questa non sia la direzione giusta lo hanno capito in tanti e qualcuno comincia persino a manifestare insofferenza di fronte a vertici europei che invece di risolverli, i problemi li aggravano.
A Genova, a margine di un convegno dedicato all’economia del mare, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini se n’è uscito con uno sfogo, dicendo che di fronte alla crisi energetica e alle mancate risposte di Bruxelles forse «è giunta l’ora di cambiare chi ci sta governando in Europa». Per il capo degli imprenditori c’è una miopia che spaventa. «Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro. Io credo che su questo sarà necessario fare una riflessione». Che intende, gli hanno chiesto i giornalisti, vuole riaprire al gas russo? La risposta non è stata un no. «Credo si debbano fare dei ragionamenti, bisogna avere una visione complessiva». Insomma, il suicidio della Ue - ma soprattutto di imprese e famiglie - si può evitare, immaginando soluzioni che non siano la maglia di lana.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Le lacrime per Kiev e Gaza contraddette dal sostegno all’interruzione di gravidanza.
Non esiste alcuna giustificazione circa le parole usate dal presidente Donald Trump all’indirizzo del Santo Padre, Leone XIV. Sono espressioni offensive e prive di ogni elementare buon senso, rivolte alla più alta autorità morale universalmente riconosciuta. La guerra - cioè morti, distruzioni, dolori infiniti, violenze e nefandezze di ogni genere - non può e non deve mai essere un’opzione per raggiungere scopi anche positivi.
Che il regime iraniano grondi sangue innocente dai mantelli dei suoi ayatollah, che pasdaran, Hamas, Hezbollah siano il covo del terrorismo più crudele, non può e non deve giustificare massacri di bimbi, famiglie, uomini e donne, anziani la cui unica «colpa» è di vivere in luoghi in cui la pietà è scomparsa da anni. Il «male» è e resta sempre male e anche un giusto fine non può mai giustificare mezzi di violenza e di morte. Certamente il nucleare iraniano è un drammatico incubo da contrastare, ma non a prezzo di morti innocenti. Questo è la civiltà. Il contrario è barbarie. Chiunque ne sia l’artefice.
Bambini, famiglie, innocenti non hanno colore; che vivano a Gaza o in un kibbutz, a Beirut piuttosto che a Gerusalemme non fa differenza: la vita - ogni vita - è sacra e non può essere sacrificata né sull’altare della geopolitica, né su quello delle leggi delle «vite indegne di essere vissute». La profezia di suor Teresa di Calcutta si sta compiendo: fino a che la vita di un bimbo nel grembo materno verrà considerata carta stracciata, il mondo non avrà mai pace. Non è ciò che sta accadendo e che stiamo vivendo? Questa è l’integralità del messaggio del Papa: il rispetto e la difesa totale della vita. In questi giorni stiamo assistendo al festival dell’ipocrisia: quegli stessi che oggi osannano il Papa perché mette un freno al delirio trumpiano, sono da sempre i primi ad attaccare il Papa e la Chiesa cattolica perché condanna aborto e eutanasia.
E sono gli stessi che - paladini della libertà, della democrazia, del rispetto del pensiero di chiunque - negarono la parola a papa Benedetto XVI vietandone l’ingresso all’Università «La Sapienza» di Roma nel 2007. E non si tratta semplicemente di due pesi e due misura, si tratta del «lupo che si veste da agnello», si tratta di «lacrime di coccodrillo» per Gaza o per l’Ucraina, e di crudele e vergognosa indifferenza per la vita nascente e per la vita al termine.
Papa Leone XIV è davvero un «gigante» della pace, ma non si deve dimenticare che i suoi piedi camminano sicuri sulle orme dei suoi predecessori, da Pio XII a Francesco. I Papi non sono leader politici, i Papi sono «servitori» di un messaggio che non appartiene a loro, perché è divino e si è incarnato di Gesù Cristo: servitori di Cristo, dunque, vuol dire difensori della sacralità della vita umana, perché ogni vita è «sacra», dal concepimento alla morte naturale, dato che Dio stesso si è fatto uomo. L’orrore nel vedere i corpicini avvolti nel panno bianco a Gaza o in Ucraina, non può essere diverso dall’orrore per i bimbi cui viene negato di nascere. Forse, almeno sul piano storico, può essere utile ricordarci che chi si mette contro il Papa non finisce bene. Napoleone imprigionò Pio VII, Adolf Hitler organizzò di rapire Pio XII, Stalin si prese burla dello stesso Papa («Quante divisioni ha il Papa di Roma?») e massacrò preti e suore, l’Urss sappiamo come è andata a finire. Uomo avvisato, mezzo salvato … da Trump ai green-radical-chic del diritto all’aborto.
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La sede di Banco Bpm a Milano (Ansa)
Mani forti sui titoli con sguardo a Generali. Unicredit tratta coi regolatori per Commerz.
C’è un filo invisibile che attraversa Piazza Affari in questi giorni. Parte da Siena, fa tappa a Milano a Piazzetta Cuccia, strizza l’occhio a Piazza Meda e arriva fino a Francoforte. È il filo, resistentissimo, delle «mani forti». La caccia è aperta: chi sta comprando davvero Montepaschi ieri in rialzo del 4,17%. Mediobanca (+5,2%) e Banco BPM (3,3%)? Non sono solo operazioni di mercato. C’è qualcosa che assomiglia a una regia.
C’è da blindare un assetto di controllo che al momento è disperso in molti rivoli. C’è da affidare le deleghe del nuovo cda. La riunione rappresenta un primo banco di prova per saggiare i nuovi equilibri a Siena, dove la lista della famiglia Tortora ha ottenuto otto consiglieri, quella del cda, votata dal gruppo Caltagirone sei e Assogestioni uno. 8 a 7. Se la presidenza appare appannaggio della lista vincente, che ha candidato Cesare Bisoni, per le vice presidenze sono circolati i nomi di Flavia Mazzarella, (lista di Plt) e Corrado Passera, eletto dalla minoranza. Dopodiché bisognerà trovare l'accordo sulla composizione dei comitati, alcuni dei quali centrali nella governance.
Non è escluso che ci possa essere qualche rinuncia alla carica di consigliere. «Siamo soddisfatti e onorati di aver restituito la banca nell'interesse di tutti i contribuenti italiani», si è limitato a dire il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, interpellato sul ritorno di Lovaglio, a margine dei lavori dell'Fmi. Il Tesoro, che detiene ancora una quota del 4,86% nella banca, non ha partecipato all'assemblea per il nuovo cda. Il mercato torna a speculare sulla possibile creazione del «terzo polo», con la mai tramontata ipotesi di aggregazione tra Mps e Bpm che a Siena ha votato a favore di Lovaglio. Un voto «di logica industriale» per la continuità, ha spiegato l'amministratore delegato Giuseppe Castagna. Dal risiko però si chiama fuori un protagonista di primo piano. UniCredit si concentra sulla Germania. Sul tavolo c’è il controllo di Commerzbank. L’amministratore delegato Andrea Orcel deve convincere i regolatori che una partecipazione può essere «strategica» senza diventare una camicia di forza patrimoniale.
La Bce osserva, misura, pesa. Superare il 30% è una soglia psicologica oltre che tecnica: non basta dire «non controllo» se poi, nei fatti, nessuno si oppone davvero.
E qui si apre il vero nodo: se controlli, devi consolidare. Se consolidi, devi mettere capitale. Se metti capitale sei il padrone.
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