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2022-02-14
L’incubo della guerra civile incombe di nuovo sulla Libia
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Fathi Bashagha (Ansa)
La Libia è nuovamente a rischio caos. Giovedì scorso, la Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk ha nominato come nuovo premier l'ex ministro dell'Interno Fathi Bashagha, che dovrebbe formare un nuovo governo nel giro di due settimane. La mossa rischia adesso di complicare ulteriormente il già turbolento contesto politico libico, anche perché l’attuale premier Abdul Hamid Dbeibah (che è recentemente sfuggito a un tentativo di assassinio) non sembra avere la minima intenzione di fare un passo indietro, sostenendo che lascerà il potere soltanto dopo le elezioni. “La scelta del parlamento di un nuovo governo è un altro tentativo di entrare a Tripoli con la forza”, ha non a caso tuonato, paragonando di fatto la nomina di Bashagha al tentativo di conquistare Tripoli condotto nel 2019 dal generale Khalifa Haftar. Quello stesso Haftar che ha dato il proprio endorsement alla designazione di Bashagha.
E’ del resto in questo contesto che, secondo Al Jazeera, battaglioni provenienti da Misurata, Khoms e Zlitan sono confluiti sabato a Tripoli con circa 300 veicoli armati per sostenere Dbeibah. “Naturalmente, il motivo della nostra presenza qui in primo luogo è preservare il percorso democratico in Libia. Abbiamo aderito alla rivoluzione nel 2011 a causa del governo dei militari, non accettiamo il governo dei militari. Siamo qui per difendere la legittimità internazionale e il nostro obiettivo è preservare la legittimità”, ha affermato il colonnello Ibrahim Mohamed, comandante sul campo della Joint Operations Force. Tra l’altro, sempre Al Jazeera ha riferito che sarebbe stato proprio Dbeibah a richiedere la mobilitazione di queste forze.
Insomma, sembra che stiano tornando a registrarsi profondissime spaccatura tra l’Est e l’Ovest del Paese, con il serio rischio che possa presto riesplodere una nuova guerra civile. Ricordiamo che le elezioni, originariamente previste per lo scorso 24 dicembre, sono naufragate. Tutto questo, mentre una nuova data per tenerle è ancora lontana dall’essere fissata (poche settimane fa, la Commissione elettorale libica aveva reso noto che fossero necessari alcuni mesi). Questa situazione sta avendo già delle ripercussioni internazionali.
L’Egitto ha quasi subito riconosciuto la nomina di Bashagha. In una dichiarazione, il portavoce del ministero degli Affari esteri egiziano, Ahmed Hafez, ha affermato che Il Cairo ha “fiducia nella capacità del nuovo governo libico di espellere dal Paese tutti i mercenari e le forze straniere, preservare l'unità e la sovranità della Libia e spianare la strada per tenere le elezioni”. Ricordiamo, sotto questo aspetto, che l’Egitto sia uno storico sostenitore del generale Haftar che, come abbiamo visto, ha a sua volta prontamente accolto con favore la nomina di Bashagha a premier. Le Nazioni Unite, dal canto loro, continuano invece a riconoscere –almeno per il momento– Dbeibah.
Più in generale, non è al momento troppo chiaro se l’ascesa al potere di Bashagha possa portare a un rimescolamento delle alleanze internazionali sul dossier libico. Secondo quanto riferito da Abc News, il premier designato dal parlamento di Tobruk godrebbe infatti di legami piuttosto trasversali. “Durante il suo mandato come ministro dell'Interno dal 2018 fino all'inizio del 2021”, riferisce la testata americana, “ha coltivato legami con Turchia, Francia e Stati Uniti, ma anche con Egitto e Russia”. Resta tuttavia il fatto che le sue connessioni più forti siano con il fonte pro-Haftar.
Bisognerà quindi vedere innanzitutto come si muoverà la Turchia, che – nonostante qualche timido tentativo di avvicinamento – non nutre simpatia per il generale della Cirenaica e che vanta invece legami abbastanza solidi con Dbeibeh. E’ tuttavia significativo che, secondo France24, a favore di Bashagha sembrerebbe essersi schierato anche il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Khalid al-Mishri: costui è un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, una formazione partitica legata ai Fratelli musulmani e quindi piuttosto vicina al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Insomma, la situazione al momento resta poco chiara. Bisognerà pertanto capire innanzitutto se le tensioni interne alla Libia siano destinate ad acuirsi. E, in secondo luogo, come deciderà di muoversi Bashagha sul piano internazionale. Un elemento, questo, che l’Italia deve monitorare attentamente. Anche perché, come abbiamo visto, il premier designato gode dell’appoggio di Haftar e di al-Sisi: due figure notoriamente molto vicine alla Francia.
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Il “duello” tra Fathi Bashagha e Abdul Hamid Dbeibah rischia di spaccare ulteriormente il Paese. La Libia è nuovamente a rischio caos. Giovedì scorso, la Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk ha nominato come nuovo premier l'ex ministro dell'Interno Fathi Bashagha, che dovrebbe formare un nuovo governo nel giro di due settimane. La mossa rischia adesso di complicare ulteriormente il già turbolento contesto politico libico, anche perché l’attuale premier Abdul Hamid Dbeibah (che è recentemente sfuggito a un tentativo di assassinio) non sembra avere la minima intenzione di fare un passo indietro, sostenendo che lascerà il potere soltanto dopo le elezioni. “La scelta del parlamento di un nuovo governo è un altro tentativo di entrare a Tripoli con la forza”, ha non a caso tuonato, paragonando di fatto la nomina di Bashagha al tentativo di conquistare Tripoli condotto nel 2019 dal generale Khalifa Haftar. Quello stesso Haftar che ha dato il proprio endorsement alla designazione di Bashagha. E’ del resto in questo contesto che, secondo Al Jazeera, battaglioni provenienti da Misurata, Khoms e Zlitan sono confluiti sabato a Tripoli con circa 300 veicoli armati per sostenere Dbeibah. “Naturalmente, il motivo della nostra presenza qui in primo luogo è preservare il percorso democratico in Libia. Abbiamo aderito alla rivoluzione nel 2011 a causa del governo dei militari, non accettiamo il governo dei militari. Siamo qui per difendere la legittimità internazionale e il nostro obiettivo è preservare la legittimità”, ha affermato il colonnello Ibrahim Mohamed, comandante sul campo della Joint Operations Force. Tra l’altro, sempre Al Jazeera ha riferito che sarebbe stato proprio Dbeibah a richiedere la mobilitazione di queste forze. Insomma, sembra che stiano tornando a registrarsi profondissime spaccatura tra l’Est e l’Ovest del Paese, con il serio rischio che possa presto riesplodere una nuova guerra civile. Ricordiamo che le elezioni, originariamente previste per lo scorso 24 dicembre, sono naufragate. Tutto questo, mentre una nuova data per tenerle è ancora lontana dall’essere fissata (poche settimane fa, la Commissione elettorale libica aveva reso noto che fossero necessari alcuni mesi). Questa situazione sta avendo già delle ripercussioni internazionali. L’Egitto ha quasi subito riconosciuto la nomina di Bashagha. In una dichiarazione, il portavoce del ministero degli Affari esteri egiziano, Ahmed Hafez, ha affermato che Il Cairo ha “fiducia nella capacità del nuovo governo libico di espellere dal Paese tutti i mercenari e le forze straniere, preservare l'unità e la sovranità della Libia e spianare la strada per tenere le elezioni”. Ricordiamo, sotto questo aspetto, che l’Egitto sia uno storico sostenitore del generale Haftar che, come abbiamo visto, ha a sua volta prontamente accolto con favore la nomina di Bashagha a premier. Le Nazioni Unite, dal canto loro, continuano invece a riconoscere –almeno per il momento– Dbeibah. Più in generale, non è al momento troppo chiaro se l’ascesa al potere di Bashagha possa portare a un rimescolamento delle alleanze internazionali sul dossier libico. Secondo quanto riferito da Abc News, il premier designato dal parlamento di Tobruk godrebbe infatti di legami piuttosto trasversali. “Durante il suo mandato come ministro dell'Interno dal 2018 fino all'inizio del 2021”, riferisce la testata americana, “ha coltivato legami con Turchia, Francia e Stati Uniti, ma anche con Egitto e Russia”. Resta tuttavia il fatto che le sue connessioni più forti siano con il fonte pro-Haftar. Bisognerà quindi vedere innanzitutto come si muoverà la Turchia, che – nonostante qualche timido tentativo di avvicinamento – non nutre simpatia per il generale della Cirenaica e che vanta invece legami abbastanza solidi con Dbeibeh. E’ tuttavia significativo che, secondo France24, a favore di Bashagha sembrerebbe essersi schierato anche il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Khalid al-Mishri: costui è un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, una formazione partitica legata ai Fratelli musulmani e quindi piuttosto vicina al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Insomma, la situazione al momento resta poco chiara. Bisognerà pertanto capire innanzitutto se le tensioni interne alla Libia siano destinate ad acuirsi. E, in secondo luogo, come deciderà di muoversi Bashagha sul piano internazionale. Un elemento, questo, che l’Italia deve monitorare attentamente. Anche perché, come abbiamo visto, il premier designato gode dell’appoggio di Haftar e di al-Sisi: due figure notoriamente molto vicine alla Francia.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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