
Si tratta di Chiara Foglietta (che è la madre biologica), consigliere comunale torinese del Pd, e della sua compagnia Micaela Ghisleni. Era stata proprio la Foglietta, pochi giorni fa, a sollecitare l'intervento dell'Appendino. Quando l'esponente del Pd si è presentata all'anagrafe per registrare il figlio (nato con fecondazione assistita), i funzionari le hanno risposto che non si poteva. Così, la donna si è scatenata sui giornali: «Mi sarei aspettata che la sindaca, che mi ha inviato un mazzo di fiori in ospedale, o l'assessore alle Pari opportunità, Marco Giusta, che conosco da dieci anni, risolvessero la questione come gesto politico». Dopo la gentile richiesta, a strettissimo giro è arrivato l'annuncio del sindaco: «La città di Torino», ha dichiarato, «ha la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano».
L'Appendino ha mantenuto la promessa, e la mano l'ha forzata eccome. Non solo il sindaco ha scavalcato l'ordinamento italiano, secondo cui il bambino dovrebbe essere registrato come figlio del solo genitore biologico. Ma, di fatto, nel caso della coppia omosessuale maschile, ha avallato la gestazione per altri, che in Italia è ancora un reato, punito con la reclusione da 3 mesi fino a 2 anni e con multe che vanno da 600.000 fino a un milione di euro.
Alla prima cittadina pentastellata, però, tutto questo non importa. Anzi, l'Appendino è apparsa fierissima di avere benedetto «il primo bambino nato in Italia da due mamme a poter risultare fin dalla nascita come figlio di due madri» (così lo ha definito Chiara Foglietta). Nessun giudice si è espresso, nessuna legge in materia è stata discussa in Parlamento. Semplicemente, il sindaco di Torino ha fatto di testa sua.
Ed è proprio qui che si cementa l'intesa con il Pd. Non solo perché parliamo del figlio di un consigliere comunale dei democratici. Ma pure perché il gesto dell'Appendino ha un precedente. Lo scorso gennaio, il sindaco di Milano Beppe Sala (in quota Pd), ha fatto trascrivere all'anagrafe il certificato di nascita di due gemellini di una coppia gay. Un maschietto e una femminuccia nati in California grazie alla «gestazione per altri», cioè l'utero in affitto. L'unica differenza con quanto accaduto a Torino sta in una sentenza della corte d'Appello di Milano, che nel 2017 ha imposto al Comune di trascrivere i certificati di nascita dei due figli di un'altra coppia gay (anch'essi nati in California). C'era una sentenza di mezzo, insomma. L'Appendino, invece, ha agito spontaneamente, senza scomodare i tribunali.
Il rispetto della legge italiana, a quanto pare, è un valore soltanto quando è utile alle anime belle progressiste. Da mesi associazioni e politici di area Pd si sgolano ripetendo che in alcune zone d'Italia il «diritto all'aborto» non è tutelato, che la legge 194 viene disattesa perché negli ospedali ci sono troppi obiettori di coscienza. Alcune regioni, come il Lazio, hanno addirittura bandito concorsi specifici per trovare medici che pratichino aborti. Se difende e promuove l'aborto, la legge va bene. Ma se proibisce l'utero in affitto o la registrazione dei figli di una coppia gay, allora va allegramente ignorata. Curioso, no?
Resta, in ogni caso, il dato politico. Su questi argomenti, Pd e 5 stelle sembrano convergere. Proprio il sindaco Sala, tra l'altro, pochi giorni fa ha invitato i democratici a riaprire il dialogo con i pentastellati. Se un'eventuale alleanza dovesse produrre frutti come quelli visti ieri a Torino, non c'è molto di cui gioire...






