2024-05-05
Frignano per la libertà di stampa solo per blindare la loro egemonia
La semplice proposta di rivedere i programmi scolastici scatena la Cgil contro Valditara. Ed Ezio Mauro grida al «pensiero unico» per qualche giornalista non allineato in Rai. Per la sinistra il pluralismo resta un nemico.Quale sia la loro visione del mondo è piuttosto chiaro: esistono alcune minoranze intellettuali che, in virtù di una sorta di elezione divina, sono titolate a dominare la cultura, a regolare l’istruzione e a occuparsi dell’educazione. Solo queste piccole sette - depositarie di una conoscenza superiore e per questo moralmente e spiritualmente elevate - hanno il diritto di decidere che cosa si debba o non debba dire, che cosa si possa o non possa insegnare. Le intromissioni non possono essere tollerate. Piccolo esempio. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, decide di portare qualche modifica ai programmi dalla scuola primaria. Cosa che, essendo lui il ministro, sarebbe anche nelle sue facoltà. Valditara pronuncia parole condivisibili: «Arte e musica», dice, «possono avere sempre più spazio nei nostri programmi scolastici, per questo ho chiesto ad un gruppo di pedagogisti di riflettere sulle nuove indicazioni nazionali. Credo che sin dalle scuole primarie dovremmo dare uno spazio importante a queste materie». Evviva: arte e musica per tanti anni sono state ingiustamente considerate materie di serie B, superflue se non del tutto inutili. Invece sono fondamentali non soltanto per l’educazione dei fanciulli ma per la tutela dell’identità di un intero popolo. Il ministro fa sapere di avere nominato una commissione di esperti per iniziare il lavoro di revisione delle indicazioni nazionali per la scuola del primo e secondo ciclo. Secondo il Corriere della Sera, a guidare il gruppo sarà Loredana Perla, ordinario di Didattica e Pedagogia speciale all’Università di Bari e coautrice con Ernesto Galli della Loggia di Insegnare l’Italia, una proposta per la scuola dell’obbligo. Della commissione farebbero parte anche Francesco Magni, consulente del ministro, Laura Sara Agrati, pedagogista dell’Università telematica Pegaso, Paolo Calidoni, ex professore a Parma, Giuseppe Cappuccio, ordinario di Pedagogia sperimentale a Palermo, Massimiliano Costa, ordinario di Pedagogia Sperimentale a Ca’ Foscari, Evelina Scaglia, associato di Pedagogia a Bergamo, Alessia Scarnisci, ordinario di Pedagogia dell’Universitas Mercatorum, Viviana Vinci dell’Università di Foggia. Fin qui niente di strano. Eppure, in un lampo, ecco manifestarsi il sindacato (lo stesso che trascurava i docenti non vaccinati durante la pandemia). «Apprendiamo che, alla chetichella, il ministro Valditara avrebbe istituito una commissione per la revisione delle indicazioni nazionali e delle linee guida relative al primo e al secondo ciclo di istruzione», dichiara Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil. «Vorremmo capire quale sia l’urgenza e le motivazioni, su quali indicazioni si debba muovere la commissione e quali le finalità nel lavoro di revisione dei “programmi”».Curioso. La precedente revisione dei programmi risale al 2012. Anche lì fu nominato (dall’allora ministro Francesco Profumo) un gruppo di esperti per la gestione dell’intero percorso. Che cosa ha fatto di diverso Valditara? Assolutamente nulla. Ha fatto ciò che il suo ruolo gli consente e in fondo gli impone, cioè occuparsi dei programmi, e ha scelto persone a suo avviso adatte a farlo. Però non fa nemmeno in tempo a iniziare che subito partono le proteste. «Non è stato ancora formalizzato il decreto e dunque non è ancora stata registrata la commissione e già la sinistra e la Cgil si lamentano», dice il ministro alla Verità. «Tutto alla luce di una visione ideologica e quasi proprietaria della scuola italiana. Si rilassino perché partirà una consultazione molto ampia che coinvolgerà docenti, dirigenti scolastici, associazioni di categoria e degli studenti, sindacati, docenti universitari. Ovviamente ci saranno sottocommissioni con esperti delle varie materie. Si rilassino, perché ci sarà una consultazione che non finirà domani anzi durerà molti mesi. La sinistra impari a proporre e ad avanzare idee serie senza polemizzare su tutto: queste proteste sono stucchevoli. Non sanno neanche di che cosa si parlerà e come si svolgeranno i lavori e già si lamentano. Lo ribadisco: è una concezione ideologica e proprietaria della scuola: la scuola è loro e guai a chi si permette di toccarla».Difficile dargli torto, perché in effetti la vicenda è surreale. Il gruppo scelto dal ministro non ha nemmeno scritto una riga e già ci sono rabbiose polemiche. Motivo? Secondo il Manifesto, uno dei problemi sarebbe il contenuto del libro firmato da Loredana Perla con Galli Della Loggia. I due autori si propongono di «dare un significato nuovo al senso dei programmi di alcune materie d’insegnamento dei primi due cicli della scuola dell’obbligo e, forse, all’intero ambito dell’istruzione nel nostro Paese». E pensano di farlo a partire dal concetto di «identità italiana». Che cosa ci sia di male nel valorizzare l’identità italiana all’interno della scuola (cioè il luogo in cui tale identità dovrebbe formarsi) non è dato capire. Quel che si capisce, in ogni caso, è che una visione del mondo diversa da quella progressista semplicemente non è ammissibile. Nel 2012, gli esperti ministeriali sentenziarono che tra i compiti della scuola ci sarebbe quello di «sostenere attivamente la conoscenza della nostra e delle altre culture», e si premurarono di produrre un bel pippone sui vantaggi dell’inclusione delle culture alte. Quella visione andava bene, poiché obbediente rispettosa dei parametri del globalismo. Una visione differente, magari più rispettosa della tradizione di un popolo, deve essere osteggiata a prescindere. Di più: deve essere contestata ancora prima di essere formulata, dato che - appunto - a occuparsi della scuola e della educazione possono essere soltanto i pochi eletti liberal. Gli stessi che pretendono di stabilire che cosa possa o non possa entrare nel discorso pubblico, che cosa si possa o non possa dire. Gridano alla lesa maestà se qualcuno tocca la scuola, si stracciano le vesti se nelle emittenti pubbliche entra qualcuno non affiliato alla loro setta. Si permettono addirittura di frignare per la presunta cancellazione della libertà di stampa, come ha fatto Ezio Mauro su Repubblica vaneggiando di un «pensiero unico di destra» che verrebbe imposto dall’attuale governo tramite inserimento di giornalisti amici nei posti che contano (comportamento, per inciso, che nei decenni la sinistra ha elevato ad arte). Mauro trasforma il risentimento per il (poco) potere perduto in dissertazione filosofica: «La moderna forma di censura è dunque l’ostruzione degli spazi, il divieto di entrare nella pubblica agorà, il passaggio dalla lottizzazione all’occupazione della principale macchina del consenso, la televisione», scrive. «Il risultato è un’atrofizzazione del dibattito, per forza di cose mutilato e asimmetrico, con le posizioni critiche espunte e un controllo rigido degli accessi a quello spazio comune in cui si formano le correnti d’opinione. Come se il cittadino dovesse essere custodito, preservato, messo al riparo da quelle correnti, per essere poi esposto soltanto al flusso benefico e benedetto del pensiero dominante. Si immiserisce fin qui la grande sfida per l’egemonia culturale lanciata dalla destra estrema, bestemmiando Gramsci: semplicemente, siamo davanti all’eterna paura della parola da parte del potere, che prova a cancellarla sperando di annullare così anche il concetto da cui nasce, che lo spaventa». Semplicemente meraviglioso: l’editorialista di Repubblica è uno dei principali rappresentanti di una cultura che ha fatto della cancellazione, della censura e della discriminazione del dissenso uno stile di vita. Mauro lavora per un giornale il cui direttore è stato sfiduciato dalla redazione per aver tolto di mezzo un articolo, un giornale posseduto da un gruppo di potere che - dietro il paravento progressista - non ha mai smesso di regolare i destini dell’Italia: epperò si mette a dare lezioni di libertà di espressione. È uno spettacolo quasi commovente, e un filo ingannevole. Sembra che i progressisti si agitino per via della rabbia, ma a ben vedere sono scossi dagli ultimi rantoli della loro morente egemonia culturale.
L'Assemblea Nazionale Francese (Ansa)
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