
Cristina Comencini, romana, è regista, sceneggiatrice e scrittrice. Ha diretto 15 lungometraggi, tra i quali Va’ dove ti porta il cuore, tratto dal romanzo di Susanna Tamaro. Il suo ultimo film è Il treno dei bambini, visibile su Netflix. Figlia di Luigi Comencini, è laureata in economia alla Sapienza.
L’Italia ha avuto grandi produttori cinematografici: De Laurentiis, Ponti, Cristaldi, Lombardo, Rizzoli, Grimaldi… C’è chi dice che la figura del produttore che investe con fondi privati sia in via di estinzione.
«Sono parzialmente d’accordo, nel senso che è cambiata. I produttori sono simili agli editori. Scelgono materiali e talvolta mettono insieme talenti. La loro azione è creativa. Non che De Laurentiis, Ponti, Cristaldi non fossero creativi. Ma appartenevano a un mondo in cui il produttore rischiava in proprio, come un imprenditore. Oggi i produttori anticipano, presumendo che poi entrerà una piattaforma, la televisione o partner stranieri. E questo è già un loro rischio».
Il dilemma del botteghino. Per la realizzazione di parecchi film sono concessi lauti finanziamenti dallo Stato ma poi gli incassi, nelle sale, sono spesso ampiamente inferiori ai finanziamenti ottenuti. Che ne pensa?
«Vivo a metà in Italia e a metà in Francia. Penso che i finanziamenti dati in Italia siano molto più bassi di quelli della cinematografia francese e produciamo anche opere che vanno in tutto il mondo. È possibile che, nell’ambito dell’industria del cinema, ci siano stati troppi film prodotti e una parte non abbia ottenuto il risultato sperato. C’è da capire e da revisionare».
Tuttavia, in Francia il finanziamento come avviene?
«Da molti anni diciamo che anche in Italia serve il Centro del cinema, come in Francia, indipendente dalla politica e dallo Stato. La maggior parte dei soldi investiti nel cinema francese vengono dal biglietto. Viene presa una certa percentuale dal biglietto, utilizzata poi liberamente dal Centre national du cinéma, un organismo che appartiene al cinema. Cambiano i governi, una volta a destra, un’altra volta a sinistra ma è auspicabile che il cinema sia autonomo da tutto questo. Il nostro cinema va al di là dei governi che possiamo avere. Il caso del film di Paola Cortellesi C’è ancora domani è eccezionale. Vuol dire far conoscere l’Italia all’estero. Certo, ci sono anche delle deformazioni…».
Suo padre, Luigi Comencini (1916-2007), è stato uno dei padri della commedia all’italiana. Pane, amore e fantasia prodotto dalla Titanus, nel 1953 incassò 1 miliardo 413 milioni di lire. Sono immaginabili, oggi, più performance di questo tipo?
«Le commedie fatte da queste generazioni hanno incassato enormemente. Ma C’è ancora domani ha incassato più del film di mio padre perché la platea è stata internazionale. Una cosa che non si fa, in Italia, sono le sale, che in Francia sono tre volte di più. Fanno sì che ci sia un mercato per ogni cosa, dal film più popolare a quello più elitario. Quando gli imprenditori fanno sale particolari, come a Roma il cinema Troisi, il Quattro Fontane, il Barberini o, a Milano, l’Anteo, la gente ci va perché sono belle e fanno anche retrospettive. A Parigi si trovano retrospettive di tutti i registi. Poi ci sono i film che vanno in piattaforma, un altro canale molto importante, come per il mio, Il treno dei bambini».
Fellini faceva un cinema di alto livello, talvolta difficile, ma senza ideologie politiche. Forse è anche per questo che i suoi film, oltre alla forza della sua firma, erano finanziati?
«Fellini è un master, il cinema stesso. Ma le posso citare anche Francesco Rosi, ad esempio. Il cinema è libertà ed è importante come la creatività. Io posso amare un cinema non ideologico, che s’incarna nella sua propria storia, ma posso andare a vedere Le mani sulla città di Rosi e dico “Che meraviglia”. Otto e mezzo è geniale: racconta l’Italia attraverso la storia di un uomo. È importante che ci sia un’economia dell’arte ma può essere di tipi molto diversi».
Il produttore della Dolce vita disse che il film non avrebbe incassato una lira. Ma, già nei primi 15 giorni di proiezione, coprì gli 800 milioni di investimento del produttore. Oggi registi e attori hanno bisogno di un’«affiliazione» politica?
«No, non credo. Penso che l’arte, la cultura, il cinema spesso siano stati contro il potere. Ma contro il potere in generale. Può succedere che i governi si sentano attaccati ma perché si tende a mettere l’accento su cose che i cineasti vedono. Effettivamente, se parliamo di sinistra e destra, si può riscontrare una grande quantità di cineasti italiani, francesi e forse anche europei, che sono più a sinistra che a destra. Ciò non toglie che ce ne siano anche a destra, come i governi che si eleggono. Questa è la democrazia. Io non ho mai conosciuto qualcuno, di una posizione politica o di un’altra, che mi abbia osteggiato».
Renzo Martinelli, regista con idee di centro-destra ma non ideologico, non riesce a farsi finanziare il suo film sulla strage alla stazione di Bologna. Argomento scomodo?
«Sono convinta che, accanto a Martinelli, potrebbero esserci vari altri registi, anche molte donne, con soggetti per film che non hanno trovato finanziamento. In ogni caso non è giusto sia così, nel senso che credo lui debba potere fare il suo film».
Suo padre che, oltre a film e sceneggiati, fece anche documentari di ricerca sociale, come le inchieste sui bambini e sull’amore in Italia, nel 1982 diresse Cercasi Gesù. Protagonista Beppe Grillo, all’epoca ancora attore, che dava il volto a un Gesù cercato per un romanzo a puntate. Finirà in una clinica psichiatrica, dove un bambino paralitico, vedendolo, riprenderà a camminare. Come interpreta questo film drammatico che sarebbe utile rivedere?
«Quel film parlava di un paradosso che possiamo amare o meno. Ossia che se tornasse Gesù, oggi, sulla Terra, sarebbe colpito dalle cose che vedrebbe intorno a sé. Dunque era una metafora della figura di Gesù confrontata con la modernità».
Qual è stata la posizione di Luigi Comencini nei confronti della religione?
«Mio padre era sposato con una donna cattolica. Sposati in chiesa. Lui era valdese, ma aveva acconsentito al matrimonio nella Chiesa cattolica per rispetto di mia madre. Aveva un rispetto enorme della Chiesa e della religione. Quando fece le inchieste sui bambini in Italia lavorò moltissimo con le organizzazioni cattoliche».
Come nacque l’idea, in suo padre, di realizzare l’intramontabile Le avventure di Pinocchio, per la Rai?
«Amava moltissimo Collodi e riteneva che Pinocchio fosse un capolavoro. E riconosceva una cosa che ha sempre fatto in tutto il suo cinema, ossia il punto di vista del bambino, come quello di Gesù. Raccontava la società e le sue follie. Non solo le ingiustizie ma anche il rovesciamento della verità. A Pinocchio pensava da tantissimo tempo. Ha formato una generazione di bambini che corrono».
È impossibile non ricordare Cuore, sempre con la regia di suo padre, miniserie Rai del 1984, dal romanzo di De Amicis. Lei fu co-sceneggiatrice. E, curiosità, lo scolaro Enrico Bottini fu interpretato, a 11 anni, da suo figlio, Carlo Calenda. Le chiediamo un ricordo.
«Anch’io ho fatto a 16 anni una parte in un film di mio padre, Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova. Siamo una famiglia con numerosi bambini e bambine. Molti hanno partecipato a film con piccoli ruoli, comparse. In quel caso prese Carlo, il quale non aveva nessuna intenzione di fare l’attore, solo perché i bambini erano lì… Papà, nella scuola Montessori a Roma dove andava Carlo, fece molti provini. Capitò così. E poi per Carlo fu un’occasione per stare di più con il nonno…».
Nel 1996 lei ha trasposto in un film, il best-seller di Susanna Tamaro Va’ dove ti porta il cuore, con Virna Lisi, pluripremiata. Come ebbe questa idea?
«Venivo da un film che non era andato molto bene, nonostante penso sia uno dei film più belli che ho fatto, La fine è nota. Siccome sono anche scrittrice, conobbi Susanna Tamaro al Premio Calvino. Eravamo arrivate tutte e due seconde. Quando il produttore Parenzo comprò i diritti del libro, lei disse: “Vorrei che lo facesse Cristina”. Le sono riconoscente perché quel film era una grande sfida. Il libro aveva venduto così tanto… E questo mi ha aperto la strada ad altri film. L’incontro, importantissimo, con Virna segnò tutta la mia vita».
Quale giudizio immagina darebbe suo padre sulla tv italiana attuale?
«Scoprirebbe che oggi si propongono miliardi di cose, mentre prima c’era solo la Rai. Sarebbe molto colpito dalla quantità di film e di serie. Credo troverebbe alcune produzioni belle e altre meno. Lui andava avanti con i tempi. Il cinema cambia sempre. È un’arte della modernità. Sarebbe d’accordo sul fatto che bisogna aumentare le sale».






