2023-03-24
Lega e Terzo Polo a Transatlantico: confronto sulla politica internazionale
Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Paolo Formentini della Lega ed Ettore Rosato di Azione/Italia Viva.
Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Paolo Formentini della Lega ed Ettore Rosato di Azione/Italia Viva.
A poco a poco comincia a crollare il castello di carte costruito da Jennie e Dangene Enterprise attorno a The Core, il club privato per super ricchi promesso a Milano in corso Matteotti 14 e mai aperto.
Da più di sette anni le due fondatrici americane amiche di Jeffrey Epstein, hanno continuato a vendere l’idea (su quotidiani compiacenti) di un approdo imminente nel salotto buono milanese, con soci selezionati, quote di iscrizione altissime, business, benessere, medicina della longevità, eventi esclusivi e una nuova cittadella del lusso nel cuore della città. Ma dopo gli articoli della Verità e di altri quotidiani, però, sta emergendo una realtà molto diversa. La sede promessa ai soci è uscita ormai definitivamente dal perimetro del progetto, anche perché, come già raccontato dal nostro giornale, il rapporto contrattuale su quell’immobile è stato risolto per inadempimento il 6 febbraio 2026. Eppure, nonostante questo, il marchio continua a presentare Milano come una community viva, con iscrizioni aperte e centinaia di aderenti.
Più il quadro si chiarisce, più la situazione appare grave. Tanto che il 29 aprile 2026 Jennie e Dangene hanno sentito il bisogno di scrivere direttamente ai membri per rassicurarli. Nella mail, dal tono affettuoso e combattivo, che la Verità ha potuto vedere, attribuiscono la crisi a un inadempimento del soggetto incaricato dello sviluppo immobiliare e assicurano che il loro impegno per Core. Scrivono infatti: «Il nostro impegno per il progetto Core: Milano resta incrollabile», e aggiungono che è «il privilegio della nostra vita combattere per costruire il futuro di questa incredibile community di Core: Milano».
Il problema è che il quadro è già chiaro agli stessi soci che in questi anni hanno versato quote da migliaia di euro per qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà. La mail, quindi, non appare più come semplice ottimismo, ma come l’ennesimo tentativo di tenere in piedi la loro fiducia nonostante il crollo della base reale del progetto. Del resto, una parte dei membri si sarebbe già organizzata sul fronte legale. Lo studio legale Lexia ha confermato alla Verità che alcuni soci di The Core si sono rivolti al suo team, guidato dall’avvocato Silvia Cossu, per ricevere assistenza in relazione al fatto che la sede promessa anni fa non sia disponibile e sono in procinto di iniziare un’azione giudiziale con il loro patrocinio per richiedere il risarcimento dei danni. Il segnale è chiarissimo: il malcontento sta diventando materia da avvocati. E le cifre che circolano rendono la vicenda tutt’altro che marginale. La stessa società, tramite l’ufficio stampa, aveva spiegato di avere già 700 soci, «in continua crescita». Se anche solo una parte di loro avesse versato quote di ingresso comprese fra 8.000 e 26.000 euro più Iva, l’ammontare complessivo delle somme in gioco si collocherebbe facilmente in una fascia fra diversi milioni e oltre 15-20 milioni di euro.
È qui che la storia di The Core smette di essere una cronaca di costume e comincia a prendere un possibile rilievo giuridico. Se i fatti raccolti troveranno conferma, in Italia potrebbero entrare in discussione ipotesi di truffa, insolvenza fraudolenta e, a seconda dei flussi societari e della destinazione delle somme, anche altri profili. Il cuore del problema è semplice: continuare a raccogliere adesioni o a mantenere in vita quote già versate mentre il progetto perde la sede promessa potrebbe presto trasformare la vicenda in un fascicolo della procura milanese guidata da Marcello Viola. Per di più The Core non è un solo club, ma una galassia di holding, veicoli operativi, società di management, entità collegate a New York e San Francisco, e perfino strutture non profit legate alla sede di Fifth Avenue. In uno schema interno del marzo 2023, in mano alla Verità, il mondo Core appare come una macchina costruita per ricevere quote, quote di ingresso, ricavi operativi e farli transitare in una rete di soggetti diversi, dove il denaro rischia di scomparire. A rendere il quadro più delicato c’è anche il precedente americano: nel 2025 alcune società del gruppo Core hanno chiuso un contenzioso sui fondi Covid, dopo contestazioni per oltre 4,6 milioni di dollari, pagando 360.000 dollari in un quadro di capacità economica estremamente limitata, vicino al fallimento.
Questa storia non è un caso isolato. A San Francisco, sempre il progetto Core nella Transamerica Pyramid è stato descritto nelle carte di una causa come un club raccontato come imminente, fino a essere considerato «non destinato ad aprire in un futuro prevedibile». Negli Stati Uniti, il Flyfish Club di New York ha raccolto circa 14,8 milioni di dollari vendendo l’accesso a un club ancora da costruire, finendo poi nel mirino della Sec, che ha contestato la vendita di strumenti assimilabili a titoli senza rispettare le regole del mercato finanziario. Nel Regno Unito AllBright ha continuato a vendere l’idea di community, eventi e appartenenza anche mentre la struttura concreta del club - le sedi e gli spazi - stavano per essere smantellate. Insomma, più che un’invenzione originale, somiglia a un copione già collaudato.
«Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre Cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay.
Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento. È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza, Augusta Montaruli.
All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre Cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato sia di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera, l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere, esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità».
Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.
La solita fiera all’italiana. Sul caso della grazia a Nicole Minetti ognuno scarica le colpe sull’altro e, alla fine, non ha sbagliato nessuno. Il Quirinale dà la colpa al ministero, il ministero fa cadere le responsabilità sulla Procura generale di Milano, la Procura generale di Milano sostiene di aver fatto tutto bene e riscarica sul Colle. E si riparte da capo.
Secondo il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, «parlare di scaricabarile è fuorviante: ogni istituzione ha operato nel rispetto dei propri ruoli e delle procedure. Il governo non ha alcuna responsabilità. Il ministero della Giustizia ha agito nel pieno rispetto delle norme». Una novità, però, c’è. Il Quirinale ha fatto retromarcia e assolve il ministero della Giustizia, parlando di nuovi accertamenti «d’intesa» con via Arenula. «Quando giunge al Quirinale una domanda di grazia accompagnata da parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia», spiegano dal Colle. «Successivamente sulla stampa sono state prospettate ricostruzioni di condizioni molto diverse. Il presidente ha, dunque, ritenuto necessario chiedere, d’intesa con il ministero della Giustizia, che gli organi giudiziari ne accertassero il fondamento».
Gli approfondimenti riguardano, innanzitutto, la veridicità della sentenza di adozione del bimbo malato e abbandonato in un istituto dai genitori biologici emessa dal giudice di Maldonado nel febbraio 2023 e recepita dal Tribunale per i minorenni di Venezia. A luglio 2024 il tribunale di Venezia ha riconosciuto e dichiarato efficace anche in Italia la sentenza di adozione uruguaiana «pronunciata sul presupposto che il minore si trovava in stato di abbandono sin dalla nascita, con separazione definitiva dai genitori biologici, i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale». I magistrati milanesi, adesso, vogliono verificare se quel presupposto sia veritiero, attraverso chiarimenti su padre e madre naturali: se siano vivi e reperibili, se abbiano mai presentato opposizione all’adozione, acquisendo tutti gli elementi utili a ricostruire la vicenda «sotto il profilo di fatti di rilevanza penale».
I controlli si estendono anche sulla morte violenta dell’avvocata dei genitori biologici e di suo marito, per sapere se coinvolgano in qualche modo Minetti e il suo compagno, Giuseppe Cipriani. I legali di Minetti parlano di «ricostruzioni mediatiche che ne hanno fornito una rappresentazione falsa, non aderente agli atti e gravemente lesiva» e che l’obiettivo adesso è la «piena collaborazione». Poi c’è da controllare di nuovo il certificato penale di Minetti e Cipriani: si vuole appurare che non abbiano procedimenti aperti in Spagna, dove lei ha fatto la deejay per lungo tempo, o in Uruguay, dove lui lavora da oltre trent’anni, anche se è residente negli Emirati Arabi Uniti.
La giustizia uruguaiana ha richiesto un esame approfondito dei registri di entrata e di uscita del nucleo familiare dall’Uruguay. La questione cruciale è se davvero Minetti abbia preso una «radicale distanza dal passato» con una «seria e concreta volontà di riscatto sociale», parole usate dal sostituto procuratore Gaetano Brusa, il magistrato che ha dato parere positivo alla richiesta di grazia. Il procuratore Brusa, con un lungo trascorso da magistrato di sorveglianza e, dunque, esperto di esecuzione delle pene, ha chiesto agli investigatori di raccogliere le testimonianze dei due specialisti, uno del San Raffaele e l’altro dell’ospedale di Padova, interpellati privatamente da Minetti per un parere sulla situazione di salute del figlio adottato e sta anche valutando di disporre una consulenza dopo che i due ospedali hanno fatto sapere che dai loro database non risulta alcun riferimento al bimbo. «È la prima volta che mi accade una cosa del genere in 40 anni di lavoro e non mi va di pensare di essere stato preso in giro, né mi voglio sentir dire di aver fatto provvedimenti lacunosi», sottolinea Brusa, precisando che mai nessuno però dal ministero ha sollevato rilievi alle sue osservazioni. «Ho gestito centinaia di richieste di grazia e a mio avviso il fascicolo era completo».
Gli inquirenti stanno acquisendo i documenti originali sulla procedura di adozione in Uruguay per capire se sia stata regolare o meno. Si attendono anche i risultati del capitolo che riguarda lo stile di vita di Minetti, che ha lavorato per parecchio tempo come pr nei locali di lusso del compagno, con verifiche ad ampio raggio nel Paese sudamericano e a Ibiza, per stabilire se i presupposti per concedere la grazia siano concreti e fondati, oppure fare marcia indietro e ribaltare il parere.
Secondo la tv uruguaiana Telenoche, prima di essere adottato da Minetti, il bambino ha vissuto per due anni, seppur a tempo parziale, con un’altra coppia di Maldonado che puntava alla sua adozione, poi negata dall’Inau (Istituto nazionale per bambini e adolescenti in Uruguay). La coppia smentirebbe, dunque, la tesi che il bambino non avesse alcuna famiglia disponibile ad adottarlo. Questa seconda coppia afferma di aver avviato la procedura di preadozione prima che l’Inau prendesse un’altra decisione.
Ovviamente le opposizioni cavalcano volentieri la questione. Per Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Pd, «Nordio si deve dimettere per mille ragioni».
E il premier, Giorgia Meloni, in conferenza stampa, si stizzisce all’ennesima domanda sul caso: «Ho già risposto. Adesso posso chiedervi ogni tanto di parlare anche di quello di cui io sono responsabile e mi sto occupando? Penso che agli italiani interessi di più sapere che cosa questo governo sta facendo per i loro problemi».
Avrebbe ucciso, da solo, Chiara Poggi, sorella del suo amico Marco, per un rifiuto sessuale. Nell’inchiesta della Procura di Pavia che prova a riscrivere il delitto di Garlasco l’accusa per Andrea Sempio restringe il cerchio, si qualifica, ma non si definisce ancora. L’avviso a comparire per rendere interrogatorio prova ad aggiungere una certa pressione sull’indagato con l’introduzione del movente («il rifiuto di un approccio sessuale») e di due aggravanti: «aver agito con crudeltà» e «per motivi abbietti».
Nella speranza, devono aver valutato gli inquirenti, che proprio durante l’interrogatorio, posto davanti agli elementi raccolti in fase di indagine e direttamente collegati alle nuove accuse, Sempio inciampi. O che, addirittura, possa crollare. Picchi di tensione, d’altra parte, durante gli interrogatori possono giocare brutti scherzi.
Lui, ha spiegato il suo difensore, l’avvocato Liborio Cataliotti, si presenterà, «perché non farlo sarebbe antigiuridico», ma «valuterà a cosa rispondere». Al momento, infatti, la ricostruzione della Procura di Pavia fissata nel capo d’imputazione provvisorio, per quanto suggestiva, appare ancora fumosa. Spariscono potenziali «concorrenti» nell’omicidio (quindi Alberto Stasi, che per l’accusa è fuori dalla scena del crimine, e, come lui, anche tutti gli altri nomi sui quali aveva tentato di incidere il circuito mediatico).
È per questo che il cerchio si è ristretto. La ricostruzione, rispetto al precedente avviso a comparire e ai decreti di perquisizione, ora presenta una dinamica: «Iniziale colluttazione»; colpi reiterati sulla vittima; il trascinamento «verso la porta d’accesso alla cantina»; la spinta «lungo le scale»; altri colpi fino al decesso. Questa parte, che insieme al movente qualifica la ricostruzione, deve trovare fondamento nelle consulenze e nell’incidente probatorio.
Cosa manca? L’arma del delitto: «Colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente», è scritto nel documento. L’oggetto, quindi, non è stato ancora identificato. Nemmeno in via ipotetica. Un vuoto che, non in un interrogatorio, ma in un dibattimento sarebbe terreno per la difesa. Anche la ricostruzione, però, presenta qualche gap: in poche righe si ripete per tre volte la parola «almeno». Il primo step: quando Chiara Poggi prova a reagire, secondo la Procura, Sempio «la colpiva con almeno tre-quattro colpi in regione parieto-temporale sinistra». Secondo step: dopo averla fatta scivolare per le scale, «la colpiva con almeno quattro-cinque colpi in regione parieto-occipitale sinistra». E infine: agendo con «crudeltà» le avrebbe procurato «almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto».
Anche la dinamica, quindi, nonostante le consulenze tecniche, non può ancora dirsi certa. La Procura, però, potrebbe aver deciso di non svelare troppo. Ma la scelta di interrogare l’indagato con le indagini preliminari quasi scadute appare come un tentativo estremo di raccogliere proprio da Sempio qualche elemento che possa piazzare i tasselli mancanti. Se i magistrati in questa fase avessero in mano indizi gravi, concordanti e precisi non l’avrebbero convocato. Avrebbero chiesto, in un procedimento per accuse gravi e con una doppia aggravante, una misura cautelare, oppure l’avrebbero portato a giudizio.
Di certo, l’inchiesta è particolarmente complicata. Le precedenti indagini, scientifiche e tradizionali, hanno trasmesso a chi indaga oggi un quadro confuso e con pochi punti fermi. Scena del crimine devastata, analisi parziali delle macchie di sangue, elementi non valutati, testimonianze contraddittorie e, in alcuni casi, false. Il tutto condito da potenziali condizionamenti ambientali, dalle relazioni corte della Lomellina e, per il procedimento su Sempio archiviato nel 2017, pure dai sospetti di corruzione sulla conduzione delle indagini. Con i carabinieri della «Squadretta», quelli finiti negli atti dell’inchiesta Clean, che davano del tu all’indagato e che hanno perfino trascritto in modo parziale le intercettazioni. Ieri, coincidenza, a Pavia i pm hanno chiuso le indagini dell’inchiesta Clean 3: otto indagati tra politici, imprenditori e altri quattro carabinieri. Il protagonista è un brigadiere in servizio (all’epoca dei fatti) al Nucleo ispettorato del lavoro di Pavia, del quale La Verità si era occupata. «Per anni», secondo le nuove accuse, avrebbe chiesto denaro agli imprenditori «dietro la minaccia di lunghe sospensioni nei cantieri», per la riduzione «di sanzioni» o per «evitare» denunce.
Soldi che sarebbero girati anche per garantire «immunità». Richieste «per migliaia di euro», sotto forma di minacce: «La rovino»; «non vi faccio più lavorare»; «con me non deve sgarrare». Illeciti non solo amministrativi ma, secondo l’accusa, capaci di «alterare anche le attività d’indagine della Procura». Proprio quest’ultimo passaggio è il punto di connessione con le precedenti puntate della saga Clean ma anche con l’inchiesta che a Brescia sta cercando di accertare se per l’archiviazione del fascicolo su Sempio nel 2017 girarono dei soldi.

