C’era una volta un serio professore della Bocconi, che essendo stato allievo del premio Nobel James Tobin, era ascoltato quasi fosse il portavoce dell’illustre economista americano. Il docente, quello italiano non quello a stelle e strisce, grazie al curriculum era riverito e omaggiato di importanti cariche, tra le quali quella di commissario europeo alla concorrenza e successivamente di presidente del Consiglio. Poi, allo sciagurato insegnante, venne l’idea di fondare un partito e affondare la sua carriera. Perse le elezioni e in breve perse anche tutti i suoi compagni di viaggio, ossia gli onorevoli che grazie al suo cognome aveva contribuito a portare in Parlamento. Rimasto solo soletto, fu per anni ignorato dalla grande stampa, la quale (…)

(…) dopo averlo incensato, lo considerò ingessato al pari di quella statua che sta all’interno del cortile di Palazzo Madama. Furono anni tristi, in cui il professore fu dimenticato sui banchi del Senato, con l’unica consolazione dell’indennità parlamentare.

Poi, però, venne il governo pentastellato e il docente sedotto e abbandonato dalla politica venne riesumato insieme al suo loden. Così da mesi Mario Monti passa da una trasmissione all’altra, inframmezzandole solo con delle brevi pause per concedere interviste ai giornali. Ovviamente il tema dei suoi interventi riguarda la situazione economica e la manovra dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Dall’alto della sua cattedra, il nostro non si tira indietro e mena giudizi a destra e manca. L’ultimo deve però essergli scappato di bocca senza che si rendesse conto di ciò che stava dicendo. Già, perché nell’enfasi di bocciare le misure governative, Monti ha dichiarato che sono state dettate direttamente da Bruxelles e, senza che gli venisse da ridere perché si prende sempre molto sul serio, ha aggiunto: «Una cosa mai vista». Ora, è possibile che al povero docente sia improvvisamente mancata la memoria, ma negli archivi di sette anni fa sono rintracciabili alcune cronache di giornale che testimoniano la gita a Strasburgo di un presidente del consiglio di nome Mario Monti il quale, come uno studente al primo anno di università, si presentò al cospetto di due docenti del calibro di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per superare l’esame. Davanti agli esaminatori, il candidato giurò di aver fatto i compiti a casa, promettendo che l’anno successivo avrebbe fatto meglio e chiedendo di non essere bocciato.

Per ottenere clemenza dai due occhiuti professori, il Mario Monti studente si era premurato di ripetere senza sbagliare ciò che gli era stato indicato dagli assistenti, tali Trichet e Draghi, i quali avevano indicato come prioritaria per poter passare l’esame la riforma Fornero, oltre naturalmente a una vagonata di tasse. Monti eseguì tutto sotto dettatura, applicando alla lettera ogni cosa e alla fine la professoressa Angela Merkel lo gratificò di un buffetto, lodando le misure che l’esaminando aveva promesso di attuare.

Tornato a casa, lo scolaretto che aveva fatto i compiti, dopo aver fatto lacrimare la compagna di studi Elsa Fornero, promise che la laurea sarebbe arrivata in fretta e organizzò la festa. In quei mesi la sua frase preferita era: intravedo la luce in fondo al tunnel. Che fosse un po’ miope o avesse le allucinazioni, in seguito se lo sono chiesti un po’ tutti. Sta di fatto che l’ex allievo di Tobin si convinse egli stesso di essere candidato al premio Nobel, e in attesa che il comitato di Stoccolma si decidesse ad attribuirgli il dovuto riconoscimento, pensò di riempire il tempo fondando un partito, che ad altro non doveva servire se non a fargli da piedistallo per essere nominato presidente della Repubblica. Il nome voluto per il movimento fu Scelta civica, quasi che votare per altri partiti fosse una scelta poco civica. Come compagni di viaggio Monti si portò Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, due promesse della politica. Come sia finita si sa. Fondato a gennaio del 2013, il partito affondò ad ottobre dello stesso anno, con le dimissioni da segretario dello stesso Monti. Seguì una girandola di capi e capetti, salvo poi sparire nei marosi delle elezioni di quest’anno.

Quanto al suo fondatore, l’aspirante Nobel e presidente della Repubblica, come si diceva, viene riesumato nelle occasioni come le attuali. Il problema è che nonostante quel che dice, essendo una statua, non fa ridere.

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