parabola ranucci
Sigfrido Ranucci (Ansa)

Ho letto tutte le 198 pagine dell’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Iole Moricca, ha disposto l’arresto di Valter Lavitola e del suo socio Clesio Tavares Gomes ritenendoli, rispettivamente, il mandante e l’organizzatore dell’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci.

Molte delle prove che hanno indotto il gip a firmare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere erano già emerse nelle scorse settimane. E alcune di queste, come ad esempio il progetto politico che secondo i pm costituirebbe il movente alla base dell’operazione, erano già state riportate in esclusiva dalla Verità.

Dunque, che cosa c’è di nuovo in quelle quasi duecento pagine predisposte dalla Procura e usate dal giudice Moricca per mettere agli arresti il faccendiere salernitano riciclatosi come ristoratore e predisporre quelli per il suo factotum camerunense, peraltro tuttora latitante?

La risposta sta nelle circa trenta pagine in cui i magistrati passano in rassegna i rapporti fra Ranucci e Lavitola, ricostruendo decine di conversazioni via messaggio, a cominciare da quella di due anni prima, quando l’uomo che sussurrava a Silvio Berlusconi cominciò a instillare nel giornalista, che si lamentava per come a suo dire sarebbe stato trattato in Rai, l’idea di una candidatura alla presidenza del Consiglio. A Ranucci che gli comunica i successi d’ascolto del suo programma, il condannato per estorsione e bancarotta replica: «Sarebbe il momento di andarsene». E il conduttore, proseguendo il suo sfogo, aggiunge: «Sì, infatti, stanno facendo tutto per mandarmi via».

Una frase a cui Lavitola si aggrappa facilmente: «Faresti Bingo!!!» Con «una buonuscita da botti e tra due anni fai il presidente». Ecco, nell’estate del 2024, secondo i pm, l’ex editore dell’Avanti! finito nei guai per la compravendita di senatori comincia a tessere la sua tela e a coltivare il progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi. Il rapporto tra i due è solido ed è dimostrato dal numero quasi quotidiano di messaggi e telefonate. Si frequentano anche con le rispettive compagne. E non solo con loro: agli atti è riportata pure una fotografia del 2022 dove oltre al giornalista e al proprietario del ristorante Cefalù di Roma, c’è Clesio Tavares Gomes, il factotum, l’uomo che secondo la magistratura avrebbe arruolato gli autori dell’attentato.

«Lavitola e il progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi»

Giorno dopo giorno Lavitola insiste, commentando la presenza di centinaia di persone alle presentazioni del libro di Ranucci («Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti»), parlandogli del monumento equestre che dovrebbero costruire in suo onore, del discorso di Capodanno che, quando sarà presidente, dovrà tenere, dei numerosi appuntamenti su e giù per l’Italia («Giri come un candidato presidente»).

Battute scherzose? Certamente, ma con l’obiettivo di adulare il conduttore di Report e di convincerlo a candidarsi. E quando l’altro gli confida di sentirsi nel mirino per le critiche e le denunce che riceve, Valter gli risponde: «Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente». Un anticipo di ciò che succederà? Mah, chi può dirlo. La realtà è che ogni frase serve a stuzzicare l’ego di Ranucci, che infatti comincia a inviare i messaggi Whatsapp di utenti sconosciuti che lo spronano a candidarsi: «Ranucci premier». «Milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese». «Nei sondaggi di Youtrend per La7 di oggi la Meloni contro Conte finisce 50,1 a 49,9. Figurati tu quanto prenderesti, minimo il 70 per cento».

«Il sondaggio per la discesa in campo»

Il tarlo di Lavitola, dunque, fa breccia nella vanità del conduttore, il quale non liquida le frasi dell’amico come sciocchezze, ma sembra dargli corda. E il gestore del Cefalù, tra un sauté di cozze e qualche frittella di neonata (vietate), ad attentato ormai avvenuto non solo si preoccupa di lasciar filtrare presunte responsabilità della camorra nella bomba a casa Ranucci – inviandogli poi copia degli articoli da lui stesso ispirati – ma prepara il sondaggio della discesa in campo del conduttore.

Cioè il pregiudicato che sussurra a Sigfrido, dopo averne parlato con Stefano Cappellini (attuale direttore pro tempore di Repubblica) e Paolo Mieli (ex direttore del Corriere), vuole testare il conduttore. Lavitola insiste per giorni affinché SIG – nel privato lo chiama così (sic) – gli mandi la griglia delle domande. E Ranucci, pur essendo molto impegnato, gli risponde che vanno fatte bene, «altrimenti non servono». Dimostrando, scrive il gip, «di aver preso sul serio le intenzioni dell’amico». A maggio di quest’anno, sette mesi dopo la bomba, i due commentano il numero di follower del conduttore sui social network. Ranucci invia le visualizzazioni e le percentuali di interazioni, che nella settimana lo collocano al quarto posto, dopo Donald Trump, Nicole Minetti e Giorgia Meloni: «Negli ultimi 28 giorni ho avuto 21,4 milioni di visualizzazioni e aumentato di 14.000 i follower».

Però negli scambi tra i due c’è tempo anche per altro. Un giorno, frustrato per le critiche all’interno della Rai, Ranucci chiede a Lavitola di prestargli Clesio Tavares Gomes, e il gip conclude che la battuta dimostra come «l’attività di guardaspalle» dello spiccia-faccende di Lavitola gli fosse nota. E per questo pensasse scherzosamente di usare il factotum contro coloro che lo stavano mettendo in difficoltà. Non solo: a maggio di quest’anno, Ranucci gira all’ex carcerato diventato ristoratore la mail di Paolo Corsini, ovvero del suo diretto superiore, rendendo partecipe un estraneo, per di più dal curriculum non proprio immacolato, di una serie di comunicazioni interne ai vertici della tv pubblica.

«Il giornalista che si fida dell’uomo sbagliato»

Che altro aggiungere? In questa faccenda, il punto non chiaro, che a leggere le carte balza all’occhio, è come un giornalista di razza, segugio esperto nello scovare scoop e nello svelare loschi intrecci della politica e dell’economia, sia potuto cadere vittima della tela tessuta da Lavitola. Come si sia lasciato irretire dall’adulazione di un collaudato marpione, il quale goccia dopo goccia ha scavato un tunnel nell’animo del conduttore di Report, fino a raggiungere il suo scopo.

Vi dirò una cosa: quando arrestarono il quartetto e accusarono Lavitola di essere il mandante dell’attentato, qualcuno, senza avere il coraggio di dirlo apertamente, sospettò che la vittima fosse d’accordo e cioè che si trattasse di una bomba che il conduttore di Report si era fatto mettere. Beh, l’ordinanza di ieri dimostra che tutto è stato fatto alle sue spalle. No, Ranucci non è un criminale. Al massimo, è solo un po’ fesso, per essersi fidato di un simpatico imbroglione come il gestore del Cefalù. Il che, a pensarci bene, forse è anche peggio.

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