Per inquadrarla bene. Nella tensione tra Italia e Spagna, giocano gli stati di salute dei due leader: Giorgia Meloni sta saldamente in sella, mentre Pedro Sánchez vacilla tanto da poter essere il terzo a uscire di scena dopo il tedesco Scholz e il britannico Starmer.
La crisi politica di Sánchez e i sondaggi in Spagna
I sondaggi spagnoli più recenti mostrano un quadro difficile per il socialista: il Partito popolare è al 31,9%, il Psoe al 27%, Vox al 17,5% – con Pp e Vox che insieme supererebbero ampiamente la maggioranza assoluta. Il Psoe ha perso circa 5 punti rispetto al 2023.
A questo si aggiunge una maggioranza parlamentare sempre più fragile: Sánchez guida un governo di minoranza, costantemente in bilico, con sconfitte parlamentari già incassate su dossier come il tetto agli affitti, bocciato da Pp, Vox e Junts insieme.
E poi pesano i forti scandali giudiziari che coinvolgono famiglia e partito. La questione migratoria, anche in Spagna, sta montando e i fatti di Ceuta hanno scosso l’opinione pubblica, assai critica verso il governo.
Il successo e la stabilità del governo Meloni
Diverso è il caso italiano. La Meloni si avvia a tagliare il traguardo storico di stabilità: è davvero questione di poche settimane ed entrerà per la seconda volta nella storia della Repubblica (primo presidente del Consiglio donna e capo del governo più longevo in assoluto).
In un continente dove Sánchez è in crisi, Emmanuel Macron zoppica e altri leader (Friedrich Merz in Germania e Keir Starmer nel Regno Unito, giubilato poche settimane fa…) affrontano consensi in pesante erosione, la Meloni imposta il suo gioco con sicurezza.
L’intesa Meloni–Piantedosi sul controllo dell’immigrazione verte sui numeri, sui dati e ora anche sulla narrazione degli stessi: si tratta del miglior tandem sulla scena. I numeri che il Viminale può mettere sul tavolo nel confronto con il governo Renzi (il calo degli sbarchi durante il Conte 2 non fanno testo perché c’era il Covid: era tutto bloccato) sono totalmente a vantaggio dell’attuale maggioranza.
Con questi risultati, Piantedosi ha avuto gioco facile nel ribaltare le accuse – infantili – del collega spagnolo contro l’Italia, anche rispetto a Lampedusa, dove ora non c’è alcuna emergenza.
Gestione migranti: le scelte della Spagna e il caso Ceuta
Fuori dai confini nazionali, l’immagine del governo Meloni è di un governo solido circa le politiche migratorie, intransigente in quanto a gestione degli sbarchi e dei rimpatri, e sperimentale nella proposizione di nuove vie come quella dei centri in Albania, criticati in Italia da sinistra e parte della magistratura, mentre oggetto di attento studio fuori dai nostri confini.
La stessa fermezza invece non caratterizza il governo Sánchez, che sembra giocare una partita isolata, spericolata e pure disperata. Disperata perché con l’affanno di chi è in evidente crisi politica; isolata e spericolata perché le scelte del premier iberico sono privi di senso logico.
Se è vero che la crisi di Ceuta ricorda all’Europa che l’immigrazione è ormai anche una questione geopolitica, Sánchez farebbe bene a ricordare la precedente lezione del 2021 quando, appunto, nell’exclave spagnola si riversarono migliaia di nordafricani.
Non tutti sanno che Spagna e Marocco hanno, per intese pregresse che riguardano la delicata area del Sahara Occidentale, un accordo dove Rabat garantisce uno scudo che protegge la Spagna dalla emigrazione fronte Nordafrica, per lo più dalle popolazioni musulmane. Aver recentemente strizzato l’occhio all’Algeria è stato visto dal Marocco come un dispetto di Sanchez. Che ora paga e pagherà.
Il nuovo realismo europeo su Schengen
Tra l’altro l’Unione europea aveva già avvertito Madrid: nessuno ha voglia di rivedere il film che andò in onda nel 2015 quando Angela Merkel invitò oltre un milione di siriani e iracheni all’insegna di un miope e distruttivo «Ce la faremo». Oggi sappiamo che quella scelta ha prodotto tensioni a rilascio lento.
Se Sánchez crede di vincere la prova muscolare contro l’Italia a botte di Schengen, deve sapere che in Europa il vento che soffia non è nel segno dell’accoglienza ma del controllo e del realismo, come dimostra l’intesa promossa dalla Meloni e dalla danese Mette Frederiksen (socialista) e che ha visto coagulare in tutto 22 Paesi (dei quali due a guida socialdemocratica).
Questo dimostra che la scelta di Madrid di dare permessi di residenza temporanei e rinnovabili a mezzo milione di immigrati senza documenti non è stata affatto apprezzata. Anche se poi dal 17 ottobre 2025 la Spagna ha aperto due centri per migranti in Mauritania sotto la supervisione della propria polizia: una decisione in contrasto con le dichiarazioni pubbliche di Sánchez contro i return hub del «modello Meloni». Insomma, uno strano prestigiatore.
L’Italia aveva sospeso Schengen dopo Ceuta e ha tirato con sé altri 21 Paesi; i controlli che il governo spagnolo ha invece ordinato di fare alle dogane sono il peggior fallo di reazione, anche se giustificato e «coccolato» dalle nostre solite anime pie.
Se Sánchez non la tensione, rischia di far esplodere una tensione politica che potrebbe segnare tutta la Ue e fare il gioco di chi, alla vigilia delle elezioni, giustamente condurrà la propria partita.
A Ceuta sono andate in scena le prove generali di una nuova guerra geopolitica, dove – e noi lo sappiamo bene – gli esseri umani sono usate come bombe a orologeria dalla convergenza di interessi e opportunismi che stanno sotto le pelle del Mediterraneo e di un Continente africano che l’Europa non solo non conosce più (e per come lo conobbe oggi ne paga pure le conseguenze, come sanno bene Francia e Spagna).
Migranti come armi di guerre ibride, armi usate per destabilizzare un Paese o per creare difficoltà a un governo considerato ostile e da punire: la posta in gioco è alta, troppo alta per permettersi di giocare a fare i buonisti. Ecco perché è meglio lasciare in panchina sinistri di ogni risma, da Sánchez a Elly Schlein.
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