Giuseppe Conte non è mai stato l’avvocato del popolo, come disse il giorno in cui si insediò a Palazzo Chigi per la prima volta, ma sempre e solo l’avvocato di sé stesso. E il primo a rendersene suo malgrado conto fu Matteo Salvini, costretto nell’estate del 2019 a sedergli accanto mentre l’allora premier celebrava il famoso voltafaccia con cui da presidente del Consiglio di un governo giallo-verde si trasformò in presidente del Consiglio di un governo giallo-rosso.
Mai si era vista, nella pur travagliata storia politica italiana, una piroetta tanto repentina, una giravolta così spregiudicata. Ma Giuseppe Conte è così: abile, cinico e spregiudicato. Mi faccio vanto, insieme al collega Antonio Rossitto di Panorama, di avergli dedicato – prima della pandemia, dei Dpcm e di Domenico Arcuri – un libro dal titolo significativo: Il trasformista. Altro che marionetta nelle mani del leader della Lega e del capo politico dei 5 stelle: il professore ha sempre giocato una sua partita, senza guardare in faccia a nessuno e senza essere eterodiretto da altri. Bisognerebbe rileggere gli articoli che scrissero su Repubblica i vari Francesco Merlo e Massimo Giannini per avere prova di quanto poco abbiano capito di lui, di come non si siano neppure accorti di quale CamaleConte si fosse affacciato sulla scena politica e quale ipoteca sinistra si preparasse a mettere questo quasi sconosciuto professore di diritto abituato a parlare in giuridichese invece che in politichese.
Su tutto vale il commento dal titolo Il quasi quasi, che Merlo vergò all’inizio di dicembre di otto anni fa, quando ancora Conte non era stato abbracciato dal Pd e da Matteo Renzi e dunque veniva considerato ancora un avversario da screditare con ogni mezzo. «È la figura più drammatica, il quasi presidente, quasi giurista, quasi leader, che incarna “la quasità” e il pressappochismo italiano. È il burattino (“Luigi, questo lo posso dire”) che quasi quasi lascia trapelare che non ne può più (“ora basta”) e quasi quasi diventa Pinocchio. Ha un curriculum quasi vero e si è quasi presentato a un concorso quasi truffato. E da furbo arciitaliano – lo ha raccontato il Financial Times – durante le trattative internazionali, come Ninì Tirabusciò che inventò la mossa, Conte premette, per fare paura, “sono un avvocato”, che solo in Italia vuol dire padroneggiare pure i cavilli, pure quello di Troia».
Mi fermo qui, per carità nei confronti di un così illustre collega. Tuttavia, il giorno in cui qualcuno vorrà cercare di capire la complessa stagione della cosiddetta seconda Repubblica, non si potrà non partire che da certe analisi che non analizzarono nulla, ma riversarono solo un po’ di bile sui protagonisti di una mutazione politica che liquidò forse per sempre le speranze della sinistra di diventare maggioranza nel Paese. I commenti sarcastici del 2018, quando poi Conte fu abbracciato dalla sinistra e da Renzi sparirono e nel 2020 addirittura lasciarono il posto all’adorazione nei confronti di un presidente del Consiglio capace di affrontare come pochi altri una pandemia. Insieme a diritti costituzionali come la libertà di uscire di casa e di lavorare, in quel periodo fu sospeso anche il diritto di critica. Parlare delle immense sciocchezze che consentivano di vendere scarpe da bambino ma non da adulto, che permettevano di comprare cibo ma non piatti o pentole per consumare o cucinare quello stesso cibo, non era possibile. Così come non era contemplato nei suddetti giornali criticare quella altrettanto grande scemenza del green pass, che non garantiva affatto di non contagiarsi e di non contagiare, come fu detto. In quegli anni, oltre ai diritti fu sospesa la ragione, con il risultato che i Merlo, i Giannini e tutta la compagnia bella del conformismo di sinistra neppure si accorsero di ciò che stava accadendo sotto i loro occhi, ovvero la crescita di un animale politico che intendeva conquistare il potere per il potere.
Giuseppe Conte oggi – lo abbiamo scritto per primi e ora vediamo che perfino dentro il Pd se ne stanno capacitando – si appresta a una scalata ostile nei confronti di ciò che resta del più importante partito della sinistra. Come i rider che in America negli anni Ottanta prendevano di mira i colossi di Wall Street, l’ex premier ha capito le debolezze del vecchio pachiderma progressista (nonostante il Pd sia nato meno di vent’anni fa, quando vide la luce era vecchio, in quanto nato dalla fusione dei resti di due reperti archeologici del secolo scorso: il Pci e la Dc, entrambi già condannati dalla storia), e così ora si appresta a divorarlo in un boccone.
Paradossalmente, lo strumento per divorare il Partito democratico lo hanno fornito gli stessi vertici del Pd. Parafrasando la celebre frase attribuita a Lenin («I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo»), sono le primarie, ovvero lo strumento che avrebbe dovuto consentire agli elettori di scegliere da chi farsi rappresentare, il mezzo con cui Conte sgominerà i candidati della sinistra in corsa per la guida di Palazzo Chigi. E la consultazione popolare non potrà certo avvenire dopo la trattativa sul programma.
Conte, dicono, sta occupando lo spazio che un tempo era dominato dai vertici del Pd. Ovvio, ma a consentirgli tutto ciò sono stati proprio coloro che per anni lo hanno sottovalutato, considerandolo un burattino i cui fili stavano nelle mani di Luigi Di Maio, Matteo Renzi e cosi via. Conte non ha mai ballato per altri, ma sempre da solo. E ora qualcuno comincia ad accorgersene, ma è tardi.
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