Ogni volta che vado in giro per partecipare a incontri pubblici – un dibattito, la presentazione di un libro – sempre, al termine dell’evento, c’è qualcuno che mi avvicina e mi mormora più o meno queste parole: «Grazie, grazie di esserci stati durante la pandemia, quando venivano prese decisioni assurde senza che nessuno dicesse niente. Mi pareva di essere diventato matto, poi per fortuna leggevo La Verità o guardavo qualche vostro intervento in televisione e mi rinfrancavo: il pazzo non ero io».
Spesso queste parole sono pronunciate da una donna cui salgono ancora le lacrime agli occhi al pensiero. E questo basta da solo a dare un significato all’incredibile avventura cominciata dieci anni fa, quando tutti ci guardavano come alieni e i colleghi ci pronosticavano, con malcelato compiacimento, tre mesi di vita.
Invece siamo ancora qua. E ci siamo proprio grazie a quei colleghi, che ci hanno lasciato lo spazio per fare giornalismo anziché accontentarci delle veline del potere. Questo era il nostro proposito quando fondammo La Verità: non nutrirci delle notizie prefabbricate, dubitare dell’unanimismo, ragionare in maniera contro-intuitiva e verificare quanto ci veniva propinato in via ufficiale. Il Covid non è stato, in questo senso, il nostro primo banco di prova. Avevamo già cantato fuori dal coro in diverse occasioni e ci eravamo già costruiti un piccolo, prezioso patrimonio di lettori affezionati. Ma in quegli anni di puro delirio, il conformismo di tutti gli organi di informazione su come i nostri governanti avevano deciso di affrontare la pandemia è risultato talmente clamoroso da renderci unici. Gli unici che avevano qualcosa da obiettare quando chiudevano bar e ristoranti alle sei di sera, quasi che il virus avesse abitudini da bohémien e uscisse solo dopo il tramonto. Gli unici a protestare per gli assurdi lockdown e i ridicoli coprifuoco. Gli unici a contestare la strategia «Tachipirina e vigile attesa». Gli unici a chiedersi che senso avesse portare le mascherine all’aperto. Gli unici a fare una battaglia contro l’incostituzionale obbligo di vaccino travestito da green pass. Gli unici a dimostrare, dati alla mano, che i vaccini non prevenivano affatto la malattia, checché ne sproloquiasse Mario Draghi. Gli unici a denunciare l’uso della paura per ridurre i cittadini a sudditi. Gli unici a insorgere contro misure liberticide di cui ancora paghiamo le conseguenze economiche, di salute e sociali.
Ricordo quando, durante un talk show, gridai contro provvedimenti che toglievano a bambini e adolescenti tutto: gioco, amici, scuola, sport. Giovani che col Covid non rischiavano nulla, ridotti a prigionieri nella stupida convinzione che così avrebbero salvato i nonni: «Che cosa vi aspettate che faranno tra qualche anno? Andranno fuori di testa, li troveremo a girare armati di coltello per le strade». Non era una profezia, ma una facile previsione alla portata di chiunque non avesse mandato il cervello all’ammasso. Fui sommerso dagli improperi di chi ora lancia l’allarme baby-gang.
Per ragioni familiari, ho sempre frequentato medici. Parlavo con loro e mi accorgevo che erano sbalorditi quanto me dalle follie a cui assistevano. A partire dallo scandalo delle cure negate. L’assunto di base, «cinese», era infatti che, di fronte a una malattia sconosciuta, non ci fossero altre misure che il distanziamento (cioè la reclusione) e la messianica attesa del preparato che Big Pharma stava perfezionando e avrebbe presto messo a disposizione dell’umanità in cambio di liberatorie senza precedenti e, ovviamente, vagonate di miliardi. La natura stessa della medicina è stata stravolta. Su disposizione del ministero retto dall’incapace Roberto Speranza, non si sono fatte autopsie per capire come agisse il virus; si sono intubate persone che di tutto avevano bisogno meno che di ossigeno che bruciasse i loro polmoni infiammati; soprattutto si è proclamato che nessuno dei farmaci esistenti poteva essere di qualche utilità per soccorrere i malati. Quindi, paracetamolo (in realtà controproducente) e vigile attesa, ossia pregare e sperare che il proprio organismo fosse abbastanza forte da evitare un ricovero nel girone dantesco in cui si erano trasformati gli ospedali.
Un pugno di medici ha dimostrato che con i farmaci di uso corrente si poteva invece fare qualcosa, anzi molto. Ma invano hanno prodotto prove dei risultati ottenuti nella guarigione di infetti con l’uso di anti infiammatori, piuttosto che di plasma iperimmune o di idrossiclorochina: si sono trovati di fronte a un muro. E gli organi di informazione italiani hanno avallato senza battere ciglio questa fallimentare linea di condotta. Anzi, hanno fatto di più e di peggio: vi hanno aderito con entusiasmo, direi con frenesia, attaccando con violenza chiunque non si uniformasse ai diktat e creando la figura del Virologo, l’Infallibile rimasto tale agli occhi dei giornalisti anche dopo aver toppato una, due, tre, dieci volte.
Anni e decine di migliaia di evitabili morti dopo, un imponente studio dell’Istituto Mario Negri ha stabilito che sì, in effetti l’utilizzo precoce di anti infiammatori non steroidei avrebbe ridotto del 90 per cento le ospedalizzazioni dei malati di Covid. Una rivelazione che in un Paese normale avrebbe dovuto provocare un pandemonio, ma che è caduta invece nel silenzio più totale. Perché ora è troppo difficile tornare indietro, ammettere di aver sbagliato e riconoscere che le battaglie sostenute da questo piccolo giornale erano sacrosante. E coraggiose. Perché non era affatto facile andare contro la narrazione ufficiale nel caos che era stato generato: un virus sconosciuto, il terrore sapientemente alimentato che si diffondeva favorito dalla suggestione dei film catastrofici che avevano preparato il terreno, la saldatura tra stampa e «scienza». Come detto, nel suo complesso la classe medica non poteva che essere incredula di fronte a quanto accadeva. Ma gli interessi in gioco erano enormi e così, per convenienza o per quieto vivere, si lasciò che la comunicazione finisse in mano ai Burioni, ai Bassetti, ai Pregliasco e ai Crisanti. I quali, per difendere il proprio indifendibile operato, ora negano persino che ci siano persone rimaste seriamente danneggiate da quel vaccino a cui inneggiavano con atroci canzoncine natalizie. E, colmo di idiozia e arroganza, hanno il coraggio di chiamare no vax chi si è rovinato la vita per essersi fidato dello Stato sottoponendosi all’inoculazione di un siero sperimentale.
Ecco, di tutto questo molti italiani hanno potuto sapere solo grazie alla Verità e a poche voci sul web. E ai miei occhi è più che sufficiente per farmi benedire la scelta di 10 anni fa: seguire Maurizio Belpietro e fondare un giornale libero.
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