Mister «Report» tiri fuori i dialoghi se è immacolato
Sigfrido Ranucci Gomes Clesio Tavares, Valter Lavitola (Ansa)

C’è una persona che dovrebbe avere un forte interesse a chiarire le ombre che si addensano sul pasticciaccio brutto dell’attentato a Sigfrido Ranucci. E questa persona è l’ex conduttore di Report, ossia colui che, dal giorno dell’arresto dei bombaroli e del loro mandante, ha subìto il maggior danno.

Nonostante nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Valter Lavitola il giudice per le indagini preliminari abbia definito il giornalista della trasmissione di Rai 3 una vittima, che è stata abilmente manipolata dal ristoratore del Cefalù Bistrot, il danno d’immagine per Ranucci è stato enorme, in quanto a essere distrutta da questa storia è la sua immagine pubblica. Già la frequentazione di un pluripregiudicato, definito amico fraterno, aveva fatto alzare il sopracciglio a molti. Ma scoprire che il segugio di fatti e misfatti d’Italia si era fatto incantare da un contafrottole che gli aveva fatto credere che avrebbe potuto diventare presidente del Consiglio, grazie a un consenso popolare che sfiorava il 70%, ha fatto crollare la considerazione che di lui aveva l’opinione pubblica. Perfino i suoi colleghi, quelli che hanno lavorato a lungo al suo fianco, lo hanno definito pubblicamente un fesso, e altri in privato dicono anche di peggio.

Finora Ranucci, che sta girando l’Italia per presentare il suo ultimo libro, del caso non parla. Nonostante i bagni di folla a cui si sottopone, quando si sfiora l’argomento dell’attentato, dei rapporti con Lavitola, dei consigli d’investimento che dispensava al noto pregiudicato e di quelli che questi elargiva a lui, l’ex conduttore di Report diventa muto come un pesce, limitandosi al massimo a negare di aver avuto l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni. Tuttavia, il silenzio stampa non si addice a Ranucci. E non soltanto perché da un giornalista non ci si aspetta il «no comment» che va tanto di moda fra i politici, ma perché dopo le ultime rivelazioni e la piega che hanno preso le indagini avrebbe tutto l’interesse a chiarire, mentre il silenzio rischia di diventare sospetto.

Chi conduce le indagini, infatti, vuole sapere che cosa si siano detti in chat Lavitola e Ranucci prima e dopo l’attentato, ma sui telefoni e gli altri strumenti elettronici in uso al gestore del ristorante di pesce tanto amato dalla stampa di quegli scambi di battute non c’è traccia, perché appena ha saputo di essere indagato, l’ex editore dell’Avanti!, riciclatosi come ristoratore, ha provveduto a cancellarli. Che cosa si sono scritti i due nei mesi attorno a ottobre dello scorso anno? E perché l’uomo che ha ammesso di aver fatto mettere una «bomba d’amore» sull’uscio di casa del conduttore, poi ha pensato bene di far sparire le conversazioni?

A queste domande Lavitola non risponde, e forse proprio per questo ieri giudici del Riesame hanno respinto la richiesta presentata dagli avvocati, i quali puntavano a un alleggerimento delle condizioni di carcerazione, con la concessione dei domiciliari. Ma se il gestore del bistrot che aveva nel menu le vongole sgusciate che tanto adorava Paolo Mieli tiene la bocca chiusa, Ranucci può parlare. Che cosa gli impedisce di rivelare agli inquirenti i contenuti di quelle chat? Perché non spiega, ai magistrati o ai giornali, come mai dopo l’attentato è stato oltre due ore al telefono con Lavitola e, successivamente, ha usato il telefono della sua fidanzata per inviare sul cellulare della convivente del faccendiere l’ordinanza di custodia cautelare contro gli esecutori dell’attentato (documento che per il pluripregiudicato era di vitale importanza, al fine di conoscere a che punto fossero le indagini, ma che con tutta evidenza non doveva conoscere)?

Insomma, il segugio di fatti e misfatti d’Italia dovrebbe spiegare ai pm e all’opinione pubblica non soltanto perché fino all’ultimo non ha creduto alle accuse contro il suo amico fraterno, preferendo inseguire altre piste fantasiose, ma addirittura lo ha aiutato. Insistere nel silenzio potrebbe risultare strano e aprire la strada al sospetto che lo stesso Ranucci abbia qualche cosa di inconfessabile da nascondere.

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