C’è un aspetto dell’affaire Ranucci che non riesco a spiegarmi. L’ex conduttore di Report attacca tutti: il centrodestra, i vertici della Rai, i giornali e pure i colleghi candidati a prenderne il posto. Ma l’unico a cui non riserva staffilate è Valter Lavitola, ovvero l’uomo all’origine dei suoi guai.
Se il gestore del bistrot frequentato dal giornalista non fosse stato il mandante dell’attentato dello scorso ottobre, tutto ciò di cui oggi si lamenta Ranucci non sarebbe accaduto e lui sarebbe probabilmente ancora in sella, alla guida del programma della terza rete. Perché dunque, mi domando, il conduttore di Report non dice una parola su colui che fino all’altro ieri considerava un amico fraterno e che invece si è rivelato un nemico tremendo? Certo, può essere che preferisca tacere in attesa di essere sentito dai magistrati, che, a quanto pare, avrebbero intenzione di riconvocarlo dopo aver attentamente vagliato i risultati delle indagini e, soprattutto, le analisi su telefoni e computer di Lavitola. Però il silenzio totale su una persona che ha tradito l’amicizia e che, come sostiene il gip che ne ha disposto l’arresto, ha manipolato Ranucci fino a fargli credere di poter diventare premier e di essere nel mirino di servizi segreti stranieri, è piuttosto strano.
Il silenzio su Lavitola
Come reagirebbe, mi sono chiesto, chi scoprisse di essere stato ingannato non soltanto con la storia della trionfale discesa in campo ma anche con quella più grave della bomba messa davanti a casa? Poco prima che l’ordigno esplodesse, era rientrata la figlia e anche se la giovane non è stata coinvolta, comunque un padre non può certo ignorare il rischio che la banda di attentatori le ha fatto correre. E poi, come sostiene Giorgio Mottola, inviato di Report che insiste affinché ritorni alla guida della trasmissione di Rai3, il ristoratore del Cefalù ha fatto fare a Ranucci la figura del fesso. Dunque, come può il giornalista famoso per le sue inchieste non dire una parola su di lui?
Gli attacchi a Presutti e Piervincenzi
In un post assai aspro e criticabile, visto che si tratta di colleghi che fino a ieri lavoravano al suo fianco, l’ex conduttore si lamenta del voltafaccia di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, a cui sostanzialmente imputa di aver accettato di sostituirlo. Un «tradimento» che ritiene insopportabile e che lo fa insistere sul tema della lealtà che dovrebbe contraddistinguere i giornalisti in servizio a Report. «Giulia Presutti», scrive, «pur sapendo che sarebbe stata la nuova conduttrice ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi, tenendo nascosto l’accordo che aveva giù chiuso». Ebbene, io non so se la collega sapesse o meno, se fosse vincolata al silenzio fino a che non fosse stata ufficializzata la sua posizione: ognuno di fronte a un’offerta di lavoro valuta se sia conveniente o meno, per la carriera o per la retribuzione, e credo che la maggior parte di chi lavora a Report, se avesse ricevuto un’analoga proposta si sarebbe comportata allo stesso modo. Ciò detto, Presutti, che è messa nel mirino con ogni genere di accusa, non mi pare abbia commesso alcun reato, al contrario di Valter Lavitola. Con il quale però Ranucci non si dimostra altrettanto inflessibile. Non lo accusa di slealtà, di averlo tradito e di avergli nascosto per mesi di essere il mandante dell’attentato «d’amore». Non gli rimprovera di averlo illuso, con la storia della discesa in campo. E nemmeno di avergli raccontato un sacco di frottole sui servizi segreti stranieri intenzionati ad attentare alla sua vita.
Ranucci e il rapporto con Lavitola
No, il conduttore così critico nei confronti dei colleghi, non menziona assolutamente Lavitola, quasi non esistesse e non avesse disposto ciò che è all’origine di tutto. Anche nei giorni in cui il faccendiere era ancora in circolazione, ma già indagato, agli atti dell’inchiesta non c’è un colloquio chiarificatore, dove lui chieda a quell’altro: sei stato tu? Anzi: Ranucci sembra quasi soggiogato da Lavitola, al punto da ripercorrere i giorni antecedenti all’attentato per trovare la prova che dimostri come il compare di merende non c’entri nulla.
Le mie al momento sono perplessità che non hanno spiegazione. Ma credo che siano le stesse degli inquirenti. Non a caso lavorano per capire quale fosse la vera influenza del pluripregiudicato sul giornalista. Perché questa probabilmente è la vera chiave in grado di far luce su una storia che a vederla da fuori non ha né capo né coda.
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