Autogol della Aprile sui morti in mare. Strapazza i numeri e dà ragione a Fdi

«I parametri di grandezza per un giornalista sono tre: tanto, poco, abbastanza». Più che nei big data, Indro Montanelli non credeva nella capacità dei suoi cronisti di elaborarli senza fare danni. Infatti in riunione aggiungeva: «Tutti gli altri numeri lasciateli al commercialista, non è il nostro mestiere maneggiarli». I

l grande vecchio amava provocare esagerando ma davanti alle altitudini algoritmiche dell’ultima polemica televisiva avrebbe scosso il capo, convinto di averci azzeccato. La battaglia delle Midway a colpi di percentuali ha visto protagonista la anchor woman de La7 Marianna Aprile, co-conduttrice con Luca Telese del programma In Onda; lei così deliziosamente progressista da meritare una candidatura nel Pd per qualsiasi cosa (magari tranne l’economia). La faccenda è semplice e surreale insieme. Durante una trasmissione, non avendo argomenti concreti per contestare l’effettivo calo degli sbarchi di migranti clandestini e non, lei dichiara che la percezione della presenza «di persone straniere in Italia è terribilmente più alta rispetto alla presenza reale, aggiungo che ne arrivano di meno perché ne muoiono di più in mare». Una bordata generica ma niente male, che vorrebbe incrinare l’orgoglio meloniano su un tema cruciale per la maggioranza degli italiani. L’uscita a fil di caviglia infastidisce Fratelli d’Italia che replica con un post sui social nel quale definisce senza mezzi termini «falsa» la dichiarazione.

La spiegazione è antipatizzante: «Curioso il modo con cui nei salotti tv della sinistra si prova a spiegare il crollo degli sbarchi. L’ultima trovata è quella di associarlo a un fantomatico aumento delle morti in mare. Peccato che i dati dicano esattamente il contrario: da quando si è insediato il governo di Giorgia Meloni si sono ridotti sbarchi e morti in mare». Il finalino è montanelliano: «Anche stavolta i numeri non collaborano con la propaganda». A supporto della tesi, il partito di maggioranza pubblica la tabella degli ultimi anni presa dal cruscotto statistico del ministero dell’Interno: nel 2022 su 105.131 arrivi, 1.417 morti. Nel 2023 157.651 sbarchi e 2.526 morti. Nel 2024 66.617 sbarchi e 1.754 morti. Nel 2025, 66.296 sbarchi e 1.330 morti. Nel 2026, primi otto mesi: 18.545 sbarchi e 914 morti. Al di là della legittima tristezza per le tragedie in mare, almeno stando ai numeri il crollo è incontestabile.

Poiché Marianna Aprile non può avere torto – in certi casi la ragione è un assunto antropologico – ecco che arriva a stretto giro la controreplica, che consiste nella pubblicazione della medesima tabella con le percentuali a fianco. Sono ovviamente in crescita per il rapporto inverso, materia sulla quale il sottoscritto e Telese dovrebbero andare a braccetto a ripetizione da Carlo Cottarelli. Travolta da pulsioni keynesiane, invece la vice Gruber tira dritto: «Piccola precisazione. L’account di Fratelli d’Italia si è dedicato a questo programma per dire che avevo detto una falsità quando ho detto che arrivano meno migranti perché ne muoiono di più in mare. Nei primi otto mesi del 2026, i morti in mare sono già 914 con una percentuale che sfiora il 5% degli sbarchi. E qui mi taccio». Geniale. Se gli sbarchi fossero stati quattro e i morti due, per lei la riduzione non sarebbe stata per niente significativa perché la percentuale sarebbe balzata al 50% dei deceduti. Roba da criminali, non solo della statistica.

Numeri in viaggio. Galleggiano nell’aria sospinti dal vento, si scompongono e si ricompongono, alla fine confermano ciò che vogliamo dimostrare. È la sindrome di Milena Gabanelli. Una malattia digitale individuata parecchi anni fa da Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia (almeno lui), che davanti alla forza fantozziana dei big data non si stancava di ripetere: «Se torturi i numeri abbastanza a lungo confesseranno qualsiasi cosa». In questi casi la diffidenza rispetto ai «dati funzionali» è un valore. Noi avventizi da liceo classico con immancabile debito in matematica l’abbiamo maturata durante la pandemia quando i virologi da prime time tentavano di dimostrare la qualunque su virus e vaccini. E ne abbiamo conferma ogniqualvolta Mario Tozzi e Luca Mercalli provano a convincerci che sta per arrivare la fine del mondo climatica. Ma, come direbbe Woody Allen, non domani.

Scegliere un numero e coccolarlo come un gatto certosino. Gli americani lo chiamano «cherry picking», letteralmente scegliere le ciliegie più buone dal cesto. È il punto di partenza della fake truth, la falsa verità. Due vecchi marpioni della prudenza erano il primo ministro inglese Benjamin Disraeli che diceva: «Ci sono tre specie di bugie: le bugie, le sfacciate bugie e le statistiche» e il presidente americano Ronald Reagan che sottolineava: «Un numero per dimostrare la tua tesi preferita si trova sempre. E se non si trova lo si manipola». Chiariamo: il data journalism resta un valore primario nell’informazione di oggi. Ma solo se evitiamo di strumentalizzarlo politicamente. Andrew Anker, ex direttore della sezione news di Facebook, è arrivato ad ammettere: «Negli Stati Uniti solo il 53% degli utenti si fida delle fonti che vengono usate».

Tornando al tema migranti, vale la pena aggiungere che – pur con tutte le palle al piede giudiziarie – sono aumentati i rimpatri: dai 3.900 dei 2025 ai 5.200 di quest’anno. Meno schiavi a farsi brutalizzare dal caporalato nei campi di pomodori, meno disperati a pedalare per portare le pizze ai divanati dei centri storici. E questo, ammettiamolo, per lady Marianna e i suoi affezionati fans radical è uno spiacevole fastidio.

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