Giorni fa ho invitato Sigfrido Ranucci a fare un passo indietro, cioè a rinunciare alla conduzione di Report, perché è difficile andare in onda con il proposito di svelare i misteri italiani quando non si è in grado di svelarne uno in casa propria.
Però forse un passo indietro lo dovrebbero fare anche altri, per non trasformare il conduttore del programma di Rai3 in una specie di martire, alimentando la convinzione dello stesso Ranucci di essere vittima non di «cattive frequentazioni», cosa a quanto pare sempre più evidente, ma di un complotto ordito dalla solita destra. Mi spiego. Giorni fa Angela Camuso, che talvolta collabora con il nostro giornale, ci ha inviato un articolo per denunciare di essere stata oggetto di gravi avance da parte del conduttore di Report. I fatti svelati dalla collega sono avvenuti sette anni fa ma lei, nonostante il tempo trascorso, dice di conservare ancora intatto il disagio per approcci ritenuti inappropriati e, dunque, ha deciso di raccontare tutto al nostro giornale.
Ho letto l’articolo e prima di prendere la decisione se pubblicarlo o meno ho chiesto di vedere i messaggi e di ascoltare i vocali inviati dal collega. Non per mancanza di fiducia in Camuso, ma perché quando c’è il rischio di una denuncia i controlli sono di routine, dato che i direttori rispondono penalmente e civilmente di ciò che pubblicano anche quando non sono loro a scrivere. Presa visione degli sms e delle registrazioni, alla fine però ho deciso che non ci fosse nulla di così grave da meritare una denuncia a sette anni di distanza.
Intendiamoci, Ranucci poteva risparmiarsi frasi tipo «stai in formissima», dopo aver visto la foto del profilo WhatsApp della collega, o «avevi gli occhi luminosi oggi. Più delle altre volte». Di certo poteva evitare di scrivere: «Mi reputi incapace di sentimenti» e, in risposta ad Angela che gli dice «sei così serio al lavoro… anche se molto umano, ma succede anche a me. Sembro dura», poteva rinunciare a farsi sfuggire una banalità come «non lo sei. Intuisco le tue fragilità». Però a leggere i messaggi io non ho trovato «un abuso di potere» o il «tentativo di approfittarsi del proprio ruolo» e nemmeno «uno sfruttamento dei sogni» di una donna, come ha scritto nel suo articolo-denuncia Camuso. La frase più scivolosa degli scambi via WhatsApp è: «Ti ho scritto perché mi sono accorto che dopo la seconda giornata di merda di seguito l’unica cosa bella che mi porto dietro è stata il tuo sguardo luminoso. Tutto qui. Buona serata». Una frase a cui Angela ha replicato «sei molto gentile. Buona serata anche a te». I messaggi sono stati scambiati tra le 21.30 e le 22.15 di sette anni fa, mentre Ranucci usciva da via Teulada dopo una giornata di lavoro. E a questi sms ne sono seguiti altri, sollecitati da Camuso, nel tentativo di fissare un incontro per mostrare a Ranucci dei servizi video. Il giorno dopo il conduttore di Report risponde dicendole che, se vuole, dal primo pomeriggio fino a sera inoltrata sarebbe stato disponibile e Angela propone le 15.30 in un posto vicino a casa. E Ranucci ribatte con un «ok, ti chiamo appena arrivo a Roma». L’incontro non c’è più stato? Succede. Di certo nello scambio di messaggi non si intuisce una vera e propria molestia. Non c’è l’insistenza, tanto che spesso è Angela a inviargli sms. E leggendo e ascoltando i vocali non ho intravisto il tentativo di trattare la collega come «l’Olgettina» di turno e nemmeno ho percepito lo sfruttamento del ruolo, quello di vicedirettore, per altri scopi. Camuso dice di aver fatto finta di nulla all’epoca. «Non replicai. Non mi ribellai. Non mi indignai. Non ebbi il coraggio di andarti contro».
La replica però arriva ora, con sette anni di ritardo. Il coraggio è ritrovato e anche l’indignazione. Intendiamoci, le donne vittima di violenza spesso hanno bisogno di tempo per elaborare il proprio dolore. Ma in questo caso non c’è stata violenza e nemmeno molestie. Forse c’è stata qualche frase fuori luogo, ma anche il renderle pubbliche con tanto ritardo è altrettanto fuori luogo. Non mi piacciono le modalità di Report, le allusioni al posto delle prove, i processi senza appello e senza difesa, le condanne già decise prima ancora del dibattimento tv. Ma allo stesso tempo non mi piace neppure che, siccome un tizio è in disgrazia o si pensa che lo sia, si regolino i conti del passato. Per questo non ho pubblicato l’articolo di Angela Camuso. Le avance mi sembrano davvero poca cosa e non certo tali da suscitare indignazione. E il ritardo con cui sono state svelate credo dimostri come la stessa collega alla fine non le abbia ritenute così gravi. Naturalmente, liberi altri colleghi di pubblicare, ma temo che facendo inchieste approfondite nel nostro settore, in politica e nel mondo dello spettacolo si scoprirebbe di peggio. Detto ciò, piuttosto che occuparci dell’uomo che sussurrava frasi sdolcinate a Camuso, sulla Verità, come potete leggere qui a fianco, preferiamo parlare dell’uomo che «alterava» le frasi di Borsellino, salvo poi usare il giudice per accreditarsi vittima di un’aggressione a mezzo stampa.
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