Deciso a dare la scalata al centrosinistra per diventarne il candidato premier alle prossime elezioni, Giuseppe Conte ha preso la palla al balzo. Visto che ultimamente negli Stati Uniti i democratici si dimostrano pentiti della degenerazione del «politicamente corretto», che impone alle persone di negare la propria storia per abbracciare «le grammatiche dell’inclusione», il leader del Movimento 5 Stelle ha scritto a Repubblica per dire che non si vince con la cancel culture (ovvero con la cultura che abolisce festività ritenute patriarcali e figure considerate troppo poco attente alla diversità e alle ingiustizie sociali).
«Il woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista, perché è una religione morale autoreferenziale», ha spiegato. Difficile dargli torto. Ma il problema è che negli ultimi anni questa è stata la politica che ha ispirato la sinistra, quella stessa sinistra che oggi Giuseppe Conte vorrebbe guidare per tornare a Palazzo Chigi. Finito il comunismo, i compagni hanno ritrovato una nuova fede nel wokismo, ovvero in una ideologia che non mette al primo posto i salari, la crescita delle aziende, lo sviluppo di un Paese, la sicurezza, ma la tutela del diritti Lgbt, la decolonizzazione (e di concerto dunque l’accoglienza nei confronti di qualsiasi persona immigrata dall’Africa), la lotta al razzismo e la promozione di un linguaggio inclusivo, dove le critiche al pensiero woke ovviamente non sono ammesse.
Oggi il leader pentastellato dice che bisogna cambiare e che la cancel culture, quella che vorrebbe cancellare oltre a Cristoforo Colombo anche tutti i simboli della società patriarcale, deve essere accantonata per dare «risposte specifiche alle diffuse inquietudini dei sottopagati, operai, piccoli imprenditori, classi medie che hanno un orizzonte senza più certezze». È lodevole che il due volte presidente del Consiglio si sia accorto che a forza di parlare di diritti il cosiddetto campo largo si sia dimenticato di affrontare quelli reali, dei lavoratori, degli artigiani e degli impiegati, ovvero di quelle classi che tengono in piedi l’Italia. Ed è interessante che dopo anni passati a discutere di adozioni gay, di negazionismo climatico, di razzismo, di accoglienza e fine vita qualcuno a sinistra si sia reso conto che per la maggioranza degli Italiani viene prima il fine mese. Tuttavia, l’appello di Conte si scontra con una realtà difficile da modificare e che Enrico Mentana ha sintetizzato dicendo che «il Pd non ha alcuna idea di futuro». Giudizio che ha esteso anche agli alleati, ovvero ai 5 stelle. Certo, è giusto accantonare – anche se con anni di ritardo – la cultura woke, ma il problema è con che cosa la si vuole sostituire. Conte dice che bisogna ridurre le diseguaglianze. Ma questo lo dicono anche Maurizio Landini e Elly Schlein. Il problema è come. E qui non basta buttare giù qualche pensierino, da inviare a Repubblica per formalizzare l’avvio delle primarie: servono delle idee. Anzi: un programma. E al momento questo non c’è.
La segretaria del Pd ha provato a mettere in fila delle proposte, ma l’intervista concessa a Milano Finanza appare piena di banalità. Sotto il titolo «Così si rilancia la crescita», infatti, non c’è nulla. O meglio: c’è l’ignoranza (in senso buono, ovviamente) dei problemi. Che senso ha dire che per risolvere le questioni legate al prezzo della bolletta «serve un piano strategico per le rinnovabili che riduca incertezze e tempi di attesa». Lo sa Schlein che alcune delle Regioni che più si oppongono alle rinnovabili sono guidate da governatori di sinistra? Sa che secondo il rapporto Terna i maggiori ritardi negli investimenti in energie alternative si registrano in Sardegna, Toscana, Puglia e Umbria, mentre tra le Regioni che hanno conseguito le performance migliori figurano Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia? Sa che Alessandra Todde, la governatrice della Sardegna, si oppone alle pale eoliche a 12 miglia dalla costa e per alimentare l’isola restano aperte due centrali a carbone, una nel Sulcis e l’altra a Fiume Santo, spente le quali la Sardegna rimarrebbe al buio? Sa che l’altra Regione che più si oppone alle rinnovabili è la Puglia, dove il Pd governa da 25 anni? E che dire del nucleare? Schlein è contraria, dice, «non per pregiudizio ma per i tempi e i costi di produzione, incompatibili con le esigenze del Paese». In realtà, il nucleare ha tempi e costi di produzione che sono compatibilissimi con le esigenze di una serie di Paesi europei, la Francia per prima, ma per pregiudizio politico la sinistra da 40 anni si oppone all’energia prodotta dall’atomo. Tuttavia, il meglio la segretaria del Pd lo dà quando propone di tassare gli extraprofitti delle industrie energetiche, senza sapere che a causa del blocco di Hormuz non stanno facendo alcun extra profitto, ma anzi, per tenere stabili i prezzi di gas e prodotti petroliferi rischiano perfino di perdere i profitti, come nel caso di Edison che nell’ultima semestrale ha dichiarato una flessione dell’utile di ben il 65%. E, seppur con risultati più contenuti, le altre aziende in Italia con il gas non hanno certo guadagnato.
Dunque, si può – anzi si deve – abbandonare la cultura woke, il politicamente corretto e la cancel culture, ovvero tutte le minchiate che negli ultimi 30 anni hanno annegato qualsiasi dibattito concreto nella sinistra. Ma poi, una volta spazzato via il conformismo con cui si sono ubriacati i compagni, con che cosa lo si sostituisce? Con un po’ di sano realismo o con le chiacchiere da salotto?
Per tornare a Mentana, il Pd e la sinistra non hanno un’idea di futuro del Paese e infatti, da Conte a Renzi (che pur di apparire e di ingraziarsi il leader dei 5 stelle per farsi accogliere nell’alleanza ne ha subito sposato le tesi), discutono di «una religione morale autoreferenziale». Ma non parlano di energia, salari, riforma fiscale, infrastrutture che rendano moderno questo Paese.
Se lo facessero, il campo largo si trasformerebbe in un camposanto, perché su green, imposte, politiche per incentivare aziende e stipendi, opere pubbliche e immigrazione il Pd e i suoi alleati finirebbero per massacrarsi.
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