È la fine dei tribuni della plebe. La vicenda di Sigfrido Ranucci mi ricorda molto quella di Michele Santoro, che per un lungo periodo ha goduto della stessa popolarità del conduttore di Report per poi essere pensionato per raggiunti limiti di età e, soprattutto, per sopraggiunti limiti di faziosità.
Ranucci non è ancora pensionato, ma molto probabilmente lo sarà presto con una nomina ad personam per aver aggiunto, alla carriera di irreprensibile fustigatore della malapolitica, l’amicizia fraterna con un pluripregiudicato. Santoro e Ranucci: entrambi di sinistra, entrambi applauditi dal popolo di sinistra ed entrambi accomunati da un destino che si assomiglia molto, Lavitola a parte.
Due uomini simbolo del giornalismo d’assalto, che in tv hanno imperversato per anni, e che a un certo punto si trovano a fare i conti con una realtà mutata. Certo, nei talk show resistono alcuni epigoni, come Corrado Formigli, che ha provato a prendere il posto di Santoro senza riuscirvi, o Lilli Gruber, che su La7 ogni giorno apparecchia un teatrino con ospiti rigorosamente di sinistra, ma nella sostanza si capisce che la stagione dei grandi comizi in tv, delle puntate costruite come un processo pubblico a una sola parte politica, dei pm da talk show, volge al termine, tanto che perfino Lucia Annunziata si è ritirata a Bruxelles.
Paradossalmente, la crisi di un format con l’istrione di sinistra che tiene l’arringa settimanale contro la destra non è dovuta al governo fascista che con qualche editto bulgaro vuole tappare la bocca ai conduttori. Ma alla consunzione del modello in formato 55 pollici. Samarcanda, Il raggio verde, Il rosso e il nero, Anno zero: per anni i programmi di Santoro hanno infiammato la politica, dettando la linea alla sinistra e processando la destra. Ogni puntata era un atto d’accusa contro il governo e un’occasione per fare polemica contro la dirigenza della tv pubblica.
Un gioco scoperto, cominciato fin dai tempi di Gianni Pasquarelli, il funzionario che la Dc aveva messo a guardia della Rai. Santoro capì che fare il martire e accusare la propria azienda di volergli tappare la bocca era un modo formidabile per generare ascolti. Lui contro tutti. Prima contro lo scudocrociato. Poi contro Berlusconi, che lo spinse a emigrare su La 7.
Anche nel suo caso, a un certo punto cominciò a circolare l’idea di una discesa in campo, di un partito che radunasse le forze progressiste, anzi comuniste, andando oltre il Pd e i cespugli vari. Soprattutto dopo quella specie di atto di disubbidienza che divenne Raiperunanotte, un programma andato in onda dal PalaDozza di Bologna dopo lo stop ai programmi politici deciso dalla tv pubblica: un evento che lo stesso Santoro definì «una scossa tellurica per il sistema radiotelevisivo italiano». Nonostante il successo, il progetto politico prese corpo solo nel 2023, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma non finì benissimo. Sebbene Santoro fosse capolista in quattro circoscrizioni, la lista Pace terra e dignità portò a casa appena il 2,2%, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento.
Non so se anche il Michelone popolar nazionale, che per qualche puntata cedette alla vanità tingendosi i capelli come un Berlusconi qualsiasi, abbia avuto un Lavitola a titillargli l’ego. Sta di fatto che anche lui, come probabilmente Ranucci, pensò di poter tradurre lo share in consenso elettorale. Un errore che un vero politico non farebbe mai.
È sufficiente pensare a quel che diceva un leader di sinistra come Pietro Nenni, il quale, quando ancora i dibattiti si facevano girando i paesi e non gli studi televisivi, coniò la famosa massima: piazze piene, urne vuote, per dire che con gli applausi delle manifestazioni non sempre si generano voti.
A dire il vero, lo storico segretario del Psi coniò anche un’altra famosissima massima: a fare i puri si trova sempre uno più puro che ti epura. Forse Ranucci e compagni dovrebbero ripensare un po’ a queste frasi, perché i tribuni della plebe e da salotto televisivo sembrano averle dimenticate.
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