chiesa nigeria cristiani
Un poliziotto fa la guardia davanti alla chiesa cattolica di San Francesco il giorno dopo l'attacco armato contro i fedeli durante la messa domenicale a Owo, nello stato di Ondo, in Nigeria (Ansa)

Il sangue dei martiri cristiani sembra essere diventato il liquido meno prezioso del pianeta. Scorre in Africa, in Asia, nelle chiese incendiate, nei villaggi assaltati, sulle strade dove uomini e donne vengono uccisi perché portano una croce, pronunciano una preghiera, rifiutano di rinnegare Cristo. Madri muoiono stringendo i figli al petto. Bambini vedono assassinare i genitori. Le loro grida arrivano al cielo; sulla terra, troppo spesso, incontrano il muro dell’indifferenza.

Ed è questa indifferenza che scandalizza. Perché non viene soltanto da governi distratti da interessi economici e calcoli geopolitici.

Viene anche da una parte delle gerarchie cristiane, capacissima di trovare parole, gesti, viaggi e telecamere quando si parla di migranti musulmani che attraversano il Mediterraneo, ma assai meno capace di trasformare in una grande battaglia pubblica il massacro dei cristiani perseguitati. A Lampedusa arrivano uomini vestiti di bianco e cardinali pronti a denunciare ogni tragedia del mare.

Giusto. Ma dove sono la stessa voce, la stessa ostinazione, la stessa indignazione quando le vittime sono cristiane? Dove sono quando cristiani vengono assassinati persino durante le rotte migratorie? Una vita umana non dovrebbe acquistare o perdere valore secondo la religione di chi la possiede. Eppure il silenzio pesa. Pesa quando comunità cristiane vengono massacrate da gruppi jihadisti e la notizia dura lo spazio di un titolo. Pesa quando la persecuzione diventa routine e quindi, mostruosamente, smette di fare notizia. Pesa soprattutto il silenzio di chi dovrebbe sentire quelle vittime come carne della propria carne.

Il silenzio delle gerarchie e il coraggio di rompere il tabù

Donald Trump ha avuto il merito politico di parlare esplicitamente della persecuzione dei cristiani e di porla nell’agenda internazionale. Si può discutere ogni singola misura americana, ma non il diritto di quelle vittime a essere finalmente nominate. E si potrebbe fare molto di più. Perché, per esempio, non proporre per il premio Nobel per la pace a uomini e donne martirizzati in Africa e in Asia? Perché non trasformare quei martiri dimenticati e i loro bambini nel simbolo mondiale della libertà religiosa?

I martiri cristiani dimenticati

Ma esistono vittime delle quali è sconveniente parlare, se esistono morti che commuovono e morti che disturbano, allora non abbiamo più una gerarchia della pietà. Abbiamo una gerarchia del valore degli esseri umani. E questa, per chi continua a pronunciare la parola cristianesimo, è una vergogna insopportabile.

La propaganda della sinistra

E arriviamo al Nobel. Nessuno propone il Nobel per la pace ai vescovi africani che dicono messa sapendo di poter essere sgozzati prima del Vangelo, né ai copti egiziani che battezzano i loro figli nonostante gli attentati alle chiese. Assistiamo invece alla proposta più oscena che la sinistra italiana potesse partorire: il Nobel per la pace ai bambini palestinesi. Ai 22.000 bambini palestinesi. Laura Boldrini ne ha parlato con la voce rotta dell’indignazione a comando: 22.000 bambini uccisi intenzionalmente dall’esercito israeliano.

Prendiamo i bollettini quotidiani del ministero della Sanità di Gaza, che è il ministero della Sanità di Hamas, la stessa organizzazione che il 7 ottobre 2023 ha decapitato bambini ebrei nella culla filmando la scena per Telegram. Sommateli uno per uno, senza fidarvi del totale finale: il conto complessivo dei morti a Gaza, miliziani, uomini, donne e bambini insieme, resta sotto i 10.000. La maggioranza sono miliziani armati, senza uniforme, perché Hamas si confonde con la popolazione civile per usarla come scudo. I bambini morti sono una frazione di quella cifra già ridotta.

Ventiduemila bambini uccisi intenzionalmente da Israele? Non ci sono i cadaveri. Non ci sono le foto. Non ci sono le fosse comuni. Per seppellire 22.000 bambini servono fosse enormi, scavatrici, giorni di lavoro documentabili dai satelliti che sorvolano Gaza ogni ora. Nessuno di questi elementi esiste. Ventiduemila è un numero uscito da una tastiera di Hamas, ripetuto da funzionari Onu compiacenti, sventolato da Boldrini come dato scolpito nella pietra.

Dalla calunnia medievale alla realtà del terrorismo islamico

E c’è di più. La signora Boldrini accusa l’esercito israeliano di sterminio deliberato di minori. Un soldato israeliano che uccida intenzionalmente un civile, a maggior ragione un bambino, viene processato: le forze armate israeliane hanno una magistratura militare che apre inchieste e condanna. È la differenza radicale tra una democrazia occidentale e una dittatura teocratica. A Gaza, sotto Hamas, un miliziano che getta un omosessuale dal tetto di un palazzo riceve applausi. Confondere volontariamente i due sistemi non è ingenuità, è calunnia. La stessa calunnia con cui nel Medioevo si accusavano gli ebrei di uccidere bambini cristiani per il pane azzimo.

I bambini israeliani e il 7 ottobre

Proviamo l’operazione inversa. I bambini israeliani uccisi il 7 ottobre 2023 esistono. Hanno un nome, una foto, una tomba. Sono stati bruciati vivi nei kibbutz, decapitati nella culla, torturati davanti ai genitori legati con il filo di ferro. Le neonate rapite hanno un nome: Kfir Bibas, nove mesi, e suo fratello Ariel Bibas di quattro anni, strangolati dai carcerieri di Hamas. Dei 22.000 palestinesi immaginari non abbiamo un solo nome. Eppure il primo elenco domina la stampa occidentale e il secondo viene rimosso con imbarazzo appena qualcuno prova a nominarlo.

La barbarie celebrata e il coraggio di dire la verità

Poche voci in Italia hanno raccontato la realtà del 7 ottobre. Lucia Annunziata è una di queste: ha descritto la gioia, non l’incidente, non la strage collaterale, ma la gioia, con cui i miliziani di Hamas hanno ucciso i bambini israeliani. Le Go pro legate al petto hanno registrato le risate mentre sparavano a una bambina di sei anni nascosta in un armadio, le grida «Allahu akbar» davanti al corpo di una nonna sventrata, la festa. Uccidere ebrei, donne, bambini e vecchi indistintamente è per la dottrina di Hamas un atto di adorazione religiosa, non un incidente di guerra. È scritto nella sua carta fondativa. In Italia raccontarlo è pericoloso per la carriera; ripetere dei 22.000 bimbi palestinesi uccisi è la via maestra per la standing ovation in convegno.

Una contro-proposta per rovesciare la gerarchia del valore umano

Ecco la contro-proposta. Il premio Nobel per la pace non va assegnato ai bambini palestinesi per delegittimare Israele. Va assegnato ai sacerdoti nigeriani che continuano a celebrare messa nonostante Boko Haram bruci le loro chiese; ai vescovi copti che seppelliscono i loro morti dilaniati dalle bombe dell’Isis; alle religiose rapite in Burkina Faso; ai cristiani della piana di Ninive tornati nei loro villaggi dopo il genocidio dello Stato Islamico del 2014, quando il mondo ha guardato altrove. E va assegnato anche alle poche voci che hanno rifiutato di lasciare i bambini di Kfar Aza senza un nome nella coscienza europea.

Abbiamo accettato la gerarchia del valore degli esseri umani capovolta: in cima chi urla più forte, in fondo chi porta la croce. Finché non troveremo la forza di rovesciare questa piramide, non avremo il diritto di pronunciare né la parola cristianesimo né la parola civiltà.

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