Legare cittadinanza allegra e islam innesca il collasso dell’Occidente
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Gli attacchi si ripetono tutti uguali: lupi solitari a torso nudo, macchine lanciate sulla folla. Berlino come Modena, come Nizza nel 2016. Scorribande di maranza che occupano l’area del Colosseo cantando misteriose nenie arabe, per poi salire fino al paesino veneto di Bosco Chiesanuova, prendendo a botte perfino il sindaco (L’Arena di Verona, 31 luglio).

La spiegazione che dà il fronte immigrazionista soffre di una certa sonnolenza: si tratta o di casi isolati con problemi psichiatrici (?) o di ragazzi che si ribellano alla crassa società occidentale che li rifiuta ingiustamente. Vietato guardare più in là del proprio naso.

Vero è invece che questi episodi sono troppo uguali e costanti per non rimandare a qualcos’altro: è come se qualcuno avesse lanciato un segnale silenzioso d’inizio, perché a metterli tutti insieme l’incremento è lampante. Ogni attacco ne richiama uno uguale e successivo. Guanti di sfida agli infedeli e alla polizia che difende gli infedeli. Gesti di disprezzo verso la società occidentale lasciva e moralmente corrotta. Prove di forza e di coraggio, che suscitano e pretendono emulazione. In questo clima non è affatto da escludersi che l’assalto di Ceuta sia stato organizzato proprio perché la reazione europea ai vari «casi isolati» è apparsa debole e impacciata. E magari dopo che la maxi sanatoria di Pedro Sánchez in Spagna è stata interpretata e rilanciata dai social come l’apertura speciale delle frontiere. Tanto più che una sentenza della Corte suprema spagnola aveva appena detto (8 luglio) che l’arrivo dei migranti via mare non legittima i respingimenti immediati perché il mare non può essere considerato «barriera fisica». Sentenza ricollegabile a quella della Corte Cedu del 2017 (N.D. e N.T. contro la Spagna), che aveva ritenuto legittimi i respingimenti collettivi solo nel caso che i clandestini avessero utilizzato modalità violente e superato – appunto – barriere fisiche: in quel caso due clandestini avevano scavalcato le recinzioni dell’altra exclave di Melilla. La sentenza della Corte spagnola di luglio invece esclude che il mare possa essere considerato una barriera. Vedi cosa ti fanno certe sentenze? E comunque: una sentenza di qua e una sanatoria di là, et voilà: ecco l’invasione a nuoto.

In verità la politica complessiva del governo spagnolo appare perfettamente omogenea alle più vecchie predicazioni immigrazioniste, secondo cui i numeri degli ingressi non contano e i confini nazionali sono una cosa «superata». E invece – pensiamo noi cattivi – ciò che distingue una comunità integrata da una disintegrata è solo il numero: oggi in Inghilterra il nome più diffuso fra i nuovi nati è Mohammed; in alcune città inglesi gli islamici arrivano al 30-40% dei locali. In Spagna arrivano ormai al 5% della popolazione nazionale e a Barcellona sono più di mezzo milione. Con questi numeri non si è più ospiti tenuti a seguire le regole del territorio, ma si è già diventati una massa critica che può ambire a occupare uno spazio politico autonomo. E allora perché non formare una lista elettorale e una piattaforma politica? E infatti nel nostro Veneto, dove ormai sono il 3% dei residenti, alle precedenti elezioni sono circolate liste di candidati stranieri, con manifesti scritti in lingua araba, segno evidente che il messaggio era diretto soltanto al loro interno e aveva una portata separazionista rispetto ai veneti e agli italiani. Le piscine riservate sono solo il primo gradino rispetto alla pretesa prima o poi della sharia, magari – per cominciare – solo in alcune zone franche. Il resto verrà con il tempo.

I fatti di Ceuta sono quindi la nuova puntata di un destino che pare inesorabile. A proposito: per tornare alle sentenze, visto che l’invasione di Ceuta è stata accompagnata da atti di violenza (vedansi i mille video circolanti in Rete), ciò consente almeno – secondo la stessa Corte Cedu – il respingimento collettivo. Quanto ai respingimenti individuali, essi sono sostanzialmente impossibili. Lenti come certe malattie fatalmente destinate a far schiattare il paziente, essi continuano a infrangersi contro certe giurisprudenze nostrane e sovranazionali, nelle quali non è difficile scorgere i segni di un deprecabile politicismo attivo, oltre che di un’abnorme sottovalutazione del rischio.

Sotto questo profilo, avvisiamo che c’è uno scorpione nascosto nella sabbia e si chiama articolo 8 della Cedu. Per farla breve: l’articolo è composto da due commi. Il primo riconosce che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare; il secondo dice che l’autorità pubblica non può «spezzare» il radicamento personale, familiare e sociale eventualmente già formatosi nel luogo di arrivo, salvo che non sia necessario per la sicurezza pubblica. Sarebbe semplice, se non fosse che nel corso degli anni la giurisprudenza Cedu ha allargato a dismisura il concetto di «radicamento», fino a farci rientrare un po’ di tutto. E molti salterebbero sulla sedia se sapessero quanto sia difficile in ogni singolo caso dimostrare in giudizio che il clandestino non ha una vita privata già radicata sul territorio europeo e pertanto può benissimo essere espulso. Per giunta i tempi delle procedure giudiziarie e amministrative sono sempre più lunghe: dopo mesi o anni, vuoi che non mi sia già trovato una morosa o un amico o un mezzo lavoro in Italia? Stiamo usando un po’ l’accetta, ma questa è di fatto la ragione per la quale il dl 20/23 (il cosiddetto decreto Cutro) aveva provato a cancellare il divieto di espulsione per generiche questioni di vita privata o legami familiari e affettivi. La Cassazione italiana però ha fatto spallucce (sentenza 43082/24), ricordando che l’art. 8 Cedu restava comunque norma sovraordinata a qualsiasi legge interna e che quindi le morose, magari bianche, continuano a essere una formidabile prova di radicamento antiespulsione. Il ragionamento della Cassazione è correttissimo, ma è un po’ la prova del pasticcio nel quale ci siamo cacciati. In questi decenni di clima aperturista generalizzato e di sostanziale desensibilizzazione dei governi europei, la Corte Cedu – portandosi appresso tutte le giurisdizioni nazionali – ha allargato a dismisura la portata dell’art. 8, costruendo una vera e propria barriera metallica rispetto alle ipotesi di espulsione degli irregolari. Una scelta ermeneutica finalizzata solo ad «adattare» la convenzione del 1951 ai tempi nuovi, che però ha finito paradossalmente per disvelarne ulteriormente l’inadeguatezza storica, visto che quella convenzione di 70 anni fa si riferiva a uno scenario che non aveva questi numeri di massa. Oltretutto, una lettura interpretativa tanto dilatante e gigantesca è stata di per sé una scelta politica, compiuta però al posto dei legittimi governi elettivi, i soli a cui spetterebbe gestire decisioni di così enormi implicazioni sociali.

Insomma, come se ne esce? Se ne esce rimettendo in ordine le cose, magari i buoi davanti al carro e non viceversa. In questo senso, l’iniziativa italiana di chiedere un nuovo tavolo europeo può servire a cominciare finalmente la revisione delle normative internazionali, vecchie di quasi 100 anni e del tutto fuori asse rispetto alle insopportabili cifre umane di oggi. È difficile, ma non c’è ostacolo che non possa essere superato da una fermissima e assoluta determinazione a uscire da questa trappola.

Ultima cosa: inutile discutere di questi aspetti con i guru immigrazionisti capalbiesi. Per misteriose ragioni, infatti, secondo loro l’unica ricetta possibile sarebbe la regolarizzazione facile e la cittadinanza facilissima, che risolverebbe d’un fiato ogni problema sociale e regalerebbe felicità a tutto l’orbe terracqueo. Una soluzione da fumetto, che si scontra con un dato insuperabile: non per tutti i popoli la cittadinanza ha lo stesso valore, visto che nelle società teocratiche ciò che conta non è lo Stato, ma l’appartenenza a una comune famiglia religiosa. Conta la fede, non la cittadinanza. Ed è questo che spiega l’impossibile integrazione di gran parte delle seconde o terze, o ennesime generazioni. L’unico legame che sentono veramente è la Umma, cioè la partecipazione a un’unica comunità religiosa che prescinde dai confini di qualsiasi Stato. La cittadinanza è un concetto che si è potuto sviluppare solo nella storia cristiana, che fin dalle origini ha tentato di distinguere fra Cesare e Dio.

La cultura islamica invece non prevede alcuna distinzione fra diritti civili e vincoli religiosi, sicché la cittadinanza allegra non solo non ha alcun effetto automatico di integrazione, ma rischia di ridurre il sistema di garanzie civili connaturate a uno Stato laico ed europeo, con conseguenze incalcolabili per tutti noi. Tanto più che l’islam ha una concezione guerriera e dominatrice che non si concilia certo con il pacifico dialogo pluriconfessionale. Ma per i radical chic tutto ciò è acqua che scivola su marmo. Refrattari alla ragione e alla storia, la loro sicumera è pari solo al vuoto concettuale che diffondono, illusi che i loro eleganti salotti li terranno al riparo dalla crisi che stanno alimentando e che prima o poi esploderà anche sulle loro altezzose teste.

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