Quando, verso la fine del secondo decennio del nuovo secolo, si è imposto da noi il termine «sovranismo» come reazione alle politiche di austerity, all’emergenza migratoria e all’imposizione dei governi tecnici, esso aveva in Francia già una lunga storia. È sin dalla firma del trattato di Maastricht che alcuni partiti dell’Esagono avevano opposto al cedimento dei poteri nei confronti di Bruxelles un souverainisme che tracciava, attorno al perimetro dello Stato nazione, la trincea di ciò che non era delegabile né negoziabile.
Nel novembre del 1999, su un numero della rivista Éléments che recava in copertina un inequivocabile «Oui à l’Europe», Alain de Benoist si occupò di evidenziare, in un lungo saggio, «i limiti del sovranismo», spiegando che molti dei difetti denunciati nell’Unione europea erano sì reali, ma replicati su scala minore proprio in quegli stessi Stati nazionali che si volevano ergere a soluzione di ogni problema.
Successivamente, il pensatore francese ha manifestato un maggiore entusiasmo nei confronti del fermento sovranista, soprattutto per la sua capacità di superare lo spartiacque destra/sinistra, oltre a una crescente disillusione verso la capacità dell’Ue di evolversi in qualcosa di diverso da un mostro burocratico. Ora, nel saggio Sovranità nazionale e sovranità popolare, appena tradotto in italiano per La Vela, de Benoist fa un punto sulla questione che potremmo dire definitivo, con la consueta dose di lucidità cartesiana ed erudizione enciclopedica.
Le critiche del pensatore francese all’organismo di Bruxelles sono nette: «L’Unione europea», scrive de Benoist, «viola al tempo stesso il principio vestfaliano della sovranità dello Stato e il principio democratico della democrazia nello Stato». Come abbiamo anche recentemente visto nella richiesta di verifica sui «valori» del gruppo Esn, alla sovranità nazionale l’Ue «oppone ormai lo Stato di diritto (Rechtsstaat), nozione liberale che fa dello Stato un mucchio di norme politiche e soprattutto giuridiche. Lo Stato di diritto consacra, nei fatti, la superiorità dell’ideologia dei diritti dell’uomo».
Tutto questo ha delle conseguenze: «La prima è che le rinunce alla sovranità a vantaggio delle istituzioni europee non hanno affatto rafforzato un’improbabile sovranità europea che molti auspicano ardentemente, ma che non si vede mai apparire. Invece di rafforzare la potenza e l’autonomia dell’Europa, la sovranità tolta agli Stati si perde in una sorta di buco nero». È un punto cruciale: non è la delega delle funzioni e dei poteri a essere di per sé criticabile, quanto la difficoltà di Bruxelles nel mostrare che tali poteri e tali funzioni vadano realmente a finire da qualche parte. Gli Stati diventano più deboli senza che l’Ue diventi più forte.
Stando così le cose, de Benoist dichiara legittime molte delle istanze sovraniste: «Non si fatica a simpatizzare con alcune delle loro arringhe contro l’abbandono a false fatalità, il loro rifiuto di veder confiscati i mezzi dell’azione collettiva o il loro desiderio di essere i portavoce di un popolo che non è più padrone in casa propria. Per molti aspetti, attirano dunque simpatia. Si sbagliano, invece, a nostro parere, quando si ostinano a professare un giacobinismo senza difetti e a fare dello Stato-nazione la norma in superabile della vita pubblica». Non è una precisazione di poco conto.
Allo stesso modo, il pensatore francese contesta l’idea sovranista che la dialettica fra Stati e Ue sia vista come «un modello di gioco a somma zero: tutto ciò che è guadagnato dall’uno (l’Europa) non può che essere perduto dall’altro (la nazione). Ciò che rafforza l’Europa non può dunque mai giovare alle nazioni che la compongono». Idea che de Benoist contesta, ritenendo che lo Stato nazione sia ormai impotente nella gabbia d’acciaio della mondializzazione e degli imperi extra europei sempre più esuberanti.
«Oggi», scrive ancora, «i veri attributi della potenza e della sovranità possono essere solo il risultato di una sinergia su scala continentale. Il che equivale a dire che la sovranità perduta a livello nazionale deve potersi ritrovare a livello europeo, e che deve essere ripartita a tutti i livelli decisionali, dalla base al vertice. Che si tratti del piano economico e finanziario, del piano della protezione sociale, dell’ecologia, della lotta contro la criminalità o della politica estera, l’Europa deve unirsi secondo il principio della decisione al vertice e della più gran de diversità possibile alla base. Non ammettendo questa evidenza, il punto di vista sovranista non può che contribuire ad aggravare la situazione che pure deplora, ossia la dipendenza delle nazioni europee nei confronti dei mercati e della mondializzazione. Lo si vede molto bene quando i sovranisti denunciano l’“impotenza politica” dell’Europa, mentre essi sono i primi a rifiutare ogni integrazione politica dell’Europa – o quando denunciano l’egemonismo americano, facendo al tempo stesso di tutto per impedire l’emersione di una potenza che potrebbe prima arginarlo e poi soppiantarlo».
Insomma, il conflitto tra sovranismo e Ue va superato, modificando radicalmente entrambi i termini della contesa: un sovranismo più europeo, un’Europa più sovranista. In questo senso, molto opportunamente, in calce al libro è stato riprodotto lo scritto debenoistiano del 1995 sull’idea di impero. Si tratta del testo con cui l’autore proponeva di far uscire il concetto dal territorio del mito, della storia, della suggestione estetica o letteraria, per conferirgli la veste di una concreta proposta politologica, logicamente declinata in senso democratico e federale. L’impero come organismo politico garante della differenza al suo interno e della potenza al suo esterno. Perché non basta criticare l’Ue: bisogna pure vedere in nome di cosa lo si fa.
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