bambini gaza
Ahmed Abdulkarim Mustafa al-Saqili e sua moglie Hayaa, residenti a Gaza, visitano il cimitero di Al-Mamadani, dove sono sepolti i loro sei figli uccisi da Israele (Getty Images)

Il premio Nobel, a dispetto del nome tonitruante, è da tempo un’istituzione piuttosto screditata. E non si tratta soltanto del riconoscimento per la letteratura, che per lungo tempo ha di fatto esibito uno sgradevole miscuglio di antisemistimo e antiamericanismo ignorando platealmente un gigante come Philip Roth.

Persino peggio è il premio per la Pace, definitivamente sprofondato nel ridicolo quando fu assegnato preventivamente a Barack Obama, il quale si sarebbe poi rivelato un guerrafondaio almeno quanto i suoi predecessori e successori (escluso il primo Donald Trump, ampiamente compensato dal secondo).

Risulta insomma piuttosto ovvio a chiunque che i criteri di assegnazione dell’ambita coccarda siano ideologici e politici, persino negli ambiti che in teoria dovrebbero essere dominati dalla pura e disinteressata ricerca: non è sfuggito, a suo tempo, il peso che ebbe l’incoronazione di Katalin Karikó e Drew Weissman per il loro studio sulle modifiche delle basi nucleosidiche dell’mRna. Era un premio al vaccino anti Covid, e contemporaneamente l’ennesima condanna della scienza ufficiale e del mainstream nei riguardi di tutti coloro (Nobel compresi) che avessero osato criticare le imposizioni sanitarie.

Quindi sì, la proposta di dare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza è ideologicamente connotata, politicamente orientata, polemicamente arroventata nei confronti di Israele. È anche eccessivamente buonista e fastidiosamente retorica, oltre che discutibile sul piano pratico: chi si sceglierà quale rappresentante dei piccoli gazawi? E come verrà spartito il milione di euro circa assegnato dall’apposito comitato svedese?

Adulti, un po’ cinici e consapevoli di tutto ciò, possiamo serenamente tentare di svolgere alcune riflessioni. La prima, e più banale, è che il premio a qualcuno tocca pur darlo. E ci sarebbero senza dubbio molti candidati possibili, gran parte dei quali saranno esclusi per ragioni appunto politiche.

I vescovi africani e i martiri cristiani sono in cima alla lista. Sarebbero stati meritevoli anche gli armeni dell’Artsakh, che hanno subito nel silenzio del mondo (Italia compresa) una vergognosa pulizia etnica, l’ennesima della loro travagliata storia, nel 2023. Oltre 100.000 persone sono state cacciate dalle loro case e dalla loro terra – che è anche «la terra di Dio» – e i bravi europei hanno taciuto per non indisporre gli azeri ricchi di gas e i turchi alleati della Nato.

L’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma evitiamo di insistere perché il concetto è ormai chiaro. E altrettanto cristallino è il doppiopesismo di coloro che stabiliscono gli indirizzi della cultura e del senso comune a livello globale o per lo meno occidentale.

A Gaza i bambini muoiono davvero

All’interno di questa sgradevole e deprimente cornice si collocano tuttavia le altre impellenti riflessioni. Tra tutti coloro che sono papabili per il Nobel e politicamente adatti a riceverlo, i bambini di Gaza non sono certo tra i peggiori, anzi. Perché c’è un fatto, incontestabile: a Gaza i bambini muoiono. Di malattia, di fame, di stenti e di bombe. Secondo il ministero della Salute di Gaza, circa 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza dall’inizio della guerra, cioè dopo il tragico 7 ottobre. Di questi, circa un migliaio erano neonati di età inferiore a un anno.

Dice: il ministero della Salute di Gaza è gestito da Hamas, una organizzazione terroristica che fa propaganda. Certo. Epperò a confermare quelle cifre sono anche le Nazioni Unite, e varie agenzie umanitarie che agiscono in loco.

Dice: l’Onu è antisemita, le Ong sono di sinistra. Bene. Chi può verificare allora la portata dell’eventuale distruzione in corso? Forse qualche coraggioso inviato di guerra. Ma gli inviati a Gaza non possono entrare, se non accompagnati dall’esercito israeliano. Quindi come si fa? Si lascia che cali il silenzio o si accetta come buona la sola versione israeliana? Vogliamo davvero credere che anche Israele non faccia la sua propaganda, come tutte le nazioni in guerra?

A dirla tutta, qualche giornalista quei dati sui bambini morti li ha presi per buoni. Il quotidiano israeliano Haaretz, per esempio. Che ha pubblicato anche alcuni nomi, storie e foto dei morti ammazzati. Per esempio quella dei gemelli Ayser e Aysal Abu al-Qumsan, di 4 giorni, uccisi a Deir al-Balah il 13 agosto 2024. O quella di Youssef Abu Moussa, 7 anni, ucciso a Khan Yunis il 15 ottobre 2023, mentre guardava i cartoni animati grazie alla tv che suo padre – tecnico di radiologia – aveva faticosamente sistemato.

Il fatto è che si può (e forse anche si deve) dire il peggio possibile dell’insopportabile mondo pro Pal e dei suoi portavoce in Italia e nel pianeta. Ripetono slogan a pappagallo, vedono una ingiustizia e ne dimenticano o addirittura sostengono mille altre, si accompagnano ad antagonisti violenti e alla solitamente ottusa gioventù sinistrorsa. Spesso non si rendono conto delle bestialità che dicono o, peggio, se ne rendono conto e insistono a parlare, a chiedere la cancellazione di Israele e a usare toni concilianti con Hamas. Diciamo, ripetiamo il peggio su questi militanti orbi e rabbiosi.

Criticare Hamas non significa ignorare le vittime

Ma, oltre a ciò, c’è comunque la necessità di rispondere a una domanda: dal 7 di ottobre a oggi le bombe su Gaza e sulla Palestina sono cadute oppure no? Non sono forse cadute anche su Libano, Siria, Yemen, Iran? E chi le butta queste bombe? Forse Hamas? O magari Israele? Dice: Israele lotta per la sua sopravvivenza. Beh, i palestinesi invece no?

Ancora: quale è il confine della difesa nazionale? Perché se in nome dell’autodifesa si può colpire chiunque a piacimento, a dispetto di tregue, accordi internazionali, trattati di pace e diritti umani, allora vale tutto, vale la legge del più forte. E sia pure: ma allora ognuno colpisce come può, e dove fa più male. Se ci si arroga il diritto di spargere fuoco e fiamme, non ci si deve stupire – sempre sulla base del sacrosanto realismo – se gli altri agiscono allo stesso modo.

Conosciamo, come no, e raccontiamo ogni giorno le atrocità commesse da alcuni (o molti) musulmani. Ma non per questo siamo ciechi su tutto il resto. Non pensiamo che l’Occidente sia origine e causa di ogni male, anzi. Non cediamo alle scemenze woke. Però ci permettiamo – proprio perché occidentali e liberi – di osservare con onestà la complessità del mondo. Sorvoleremo sul sostegno surrettizio che alcune autorità israeliane hanno offerto ad Hamas allo scopo di frantumare il fronte palestinese.

Sorvoleremo sul contributo offerto dall’Occidente all’islamizzazione di quella che era una lotta nazionale. Sorvoleremo pure sul supporto che viene offerto dall’Occidente di cui sopra ad alcune tirannie islamiche non molto più liberali di Hamas, o ai talebani. Ma anche sorvolando su tutto ciò, rimangono alcune questioni aperte. Ad esempio il comportamento dei coloni israeliani in Cisgiordania, che gli stessi Stati Uniti hanno appena definito terroristico.

Ebbene, se i coloni sono terroristi, e se il governo di Israele li difende, che conseguenze dobbiamo trarne? Non dovremmo giudicare Israele con il metro con cui si giudicano i gazawi? Se questi ultimi sono tutti terroristi perché governati da Hamas, beh, concludete l’equazione.

Il problema dei civili e della proporzionalità

Non tiriamola in lungo, non serve. Il punto è uno e uno solo: le bombe cadono, e uccidono. Non si può fingere che solo quelle israeliane non lo facciano. E non si può nemmeno fingere che queste bombe siano state una reazione giustificata e proporzionata alla strage indegna del 7 ottobre. Tra coloro che quelle bombe uccidono ci sono gli uomini di Hamas, come no.

Ma ci sono anche musulmani innocenti. E poi ci sono i cristiani di Betlemme. E quelli del Libano. E i bambini di Gaza. Non sono gli unici morti del mondo, né gli unici sofferenti. Hanno degli sponsor pessimi, e dei falsi amici che spalleggiano i loro oppressori. Ma sono comunque vittime, oltre che di Hamas, di una violenza che ha superato la misura, di un governo – quello israeliano – che ha mostrato inaudito disprezzo per la vita e la dignità umana.

Il Nobel è degradato, la retorica pro Pal è melassa stantia, il mondo è pieno di martiri dimenticati. Tutto vero. Ma è vero anche il sangue versato «dall’unica democrazia del Medio Oriente». Che sarà pure una democrazia, ma il vizio della macelleria mediorientale lo ha contratto eccome.

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