Last Ditch Bar
Alcune clienti del Last Ditch Bar, il locale per lesbiche di Greenfield, in Massachusetts

Sapevamo che il long Covid poteva provocare effetti devastanti. Ma non tanto così. Abbiamo scoperto infatti che a diversi anni dalla fine della pandemia c’è ancora un bar che impone a tutti di entrare con le mascherine. Lo dice il punto 4 del regolamento del locale: «È obbligatorio indossare in ogni momento una maschera respiratoria KN-95 o superiore ben aderente. Chiunque si rifiuti verrà invitato ad allontanarsi dalla struttura e gli verrà offerta l’opportunità di partecipare a un processo di responsabilizzazione».

Cioè: se dici che vuoi entrare nel bar a viso scoperto non solo ti sbattono fuori seduta stante. Ma ti obbligano pure a un «processo di responsabilizzazione». In pratica un campo di rieducazione. Roba da Pol Pot delle mascherine.

Adesso io lo so che voi state pensando che il titolare del bar sia uno fra Roberto Speranza e Roberto Burioni, al massimo Fabrizio Pregliasco o Silvio Brusaferro. Ma vi sbagliate: a imporre l’obbligo della mascherina non è uno dei talebani dell’italica dittatura sanitaria. È, invece, niente meno che un avamposto spregiudicato della comunità Lgbtq+ degli Usa. Proprio così: quella che è stata l’espressione più libertaria e scavezzacollo del pensiero occidentale ora si trasforma in un comitato di bacchettoni. Mettono culo e tette al vento per le strade del gay pride ma poi si coprono il volto con il burqa sanitario dentro il bar delle lesbiche. Il cortocircuito è servito. Mettete una mascherina nel vostro arcobaleno.

Il bar delle lesbiche in Massachusetts

Ma non è tutto. Il bello viene ora. Intanto vi dobbiamo dire dove siamo: a Greenfield, nel Massachusetts. Il locale si chiama Last Ditch, ed è per l’appunto un locale, come dice il punto 2 del regolamento, «creato pensando alla comunità lesbica come fulcro della sua missione». La missione lesbica, ecco. E che fanno? Organizzano karaoke, balli in maschera, attività sportive con cheerleader & C., e anche «toccamenti» ma solo «con consenso esplicito e verbale» (punto 5 del regolamento: «È fondamentale ottenere il consenso prima di toccare le persone»). Il fatto è che, evidentemente, sempre meno gente ha voglia di bere, mangiare, ballare e toccarsi con un bavaglio sulla bocca. E quindi, arriviamo al punto, i proprietari del bar hanno avuto la brillante idea di togliere l’obbligo della mascherina. Ma non per sempre: una volta a settimana. Il sabato sera. Hanno cominciato a fine agosto. Ed è successo il finimondo.

La rivolta contro il sabato senza mascherina

Infatti le lesbo mascherine addicted, talebane del travisamento facciale, si sono ribellate con violenza. La rabbia è esplosa: il bavaglio è mio e me lo gestisco io. Non una KN-95 di meno. Tremate tremate le FFP2 sono tornate. Sui social hanno cominciato ad arrivare messaggi deliranti. C’era chi definiva l’iniziativa del togliere la mascherina una volta a settimana un «evento invalidante di massa». Chi lo considerava un «attacco eugenetico». Chi invocava «una bomba nucleare» per distruggere tutto, chi accusava i proprietari di aver «derubato gli amici immunodepressi per guadagnare soldi dagli abilisti». Nota per il lettore: abilista è chi disprezza le persone con disabilità. Dunque: non mettere le mascherine in un bar di lesbiche significa disprezzare le persone con disabilità? Non capisco. Se c’è uno bravo che ci legge chiedo l’aiuto da casa. Altrimenti mi arrendo all’evidenza: il Covid è stata una malattia grave che ha colpito in modo serio i polmoni. E in modo irreparabile il cervello.

Il caso diventa virale

Comunque questo fatto, cioè le lesbiche che non possono fare a meno delle mascherine nel loro bar, è diventato un caso molto discusso negli Usa. Ne ha scritto prima il Boston Globe, poi i social, poi si sono scatenati alcuni dei podcast più ascoltati. Nel frattempo, nel mezzo della polemica, una delle fondatrici del lesbo-bar ha mollato tutto per iscriversi a una scuola di clown. Bella idea anche se dubito che riuscirà a trovare qualcosa che faccia più ridere di questa vicenda. Vicenda che poi, alla fine, ci lascia con una serie di domande irrisolte. Per esempio: come diavolo si fa a bere un’aranciata o una birra con un bavaglio sulla bocca? È più invalidante andare una sera a settimana a volto scoperto o tutte le altre a volto coperto? Il presunto attacco eugenetico sarà meglio o peggio del sicuro attacco d’asma? E soprattutto: si potrà mai dire «giù la maschera» alla comunità Lgbtq+?

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