conte schlein campo largo
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa)

Dev’essere la disperazione. Dopo aver cantato vittoria per aver battuto Giorgia Meloni al referendum sulla giustizia, ora il campo largo scopre che può perdere, perché non ha né un leader né un programma. Anzi, si rende conto che l’incertezza fa il gioco di un abile trasformista come Giuseppe Conte, il quale pretende le primarie sapendo che, senza avere in precedenza concordato un programma comune con Pd e Avs, avrà le mani libere e potrà vincere facile contro Schlein o Salis.

Ovviamente anche gli sponsor della segretaria con tre passaporti e del sindaco di Genova che ama più le feste in piazza dei rifugi per anziani sanno che se concederanno all’ex presidente del Consiglio di correre per la premiership senza vincolarlo a un programma, il leader pentastellato giocherà tutte le sue carte, stuzzicando il popol di sinistra sui temi a esso più cari, come il disarmo, l’antiamericanismo (che da quando Donald Trump è ritornato alla Casa Bianca ha ripreso vigore), il giustizialismo.

Le primarie del campo largo diventano il terreno di scontro

Dunque, per fermare Conte c’è chi ha pensato di rispolverare l’idea di schierare Mario Draghi contro l’avvocato di Volturara Appula. Per Giuseppi, l’ex presidente della Bce è un po’ come l’aglio per i vampiri: basta agitarlo e si ottiene l’effetto di mettere in fuga il pentastellato. Del resto, il banchiere dei banchieri gli ha soffiato il posto e questo è uno sgarbo che il Camaleconte non perdona, così come non dimentica l’uomo che ha architettato la sua caduta, ovvero Matteo Renzi. Il fondatore di Italia Viva, peraltro, è al centro pure dell’ultimo intrigo, che vede il recupero dell’agenda Draghi (per quattro anni la sinistra ha evitato di parlarne, ma siccome ora è nei guai il decalogo dell’ex governatore torna d’attualità, così almeno i compagni possono rivendicare uno straccio di programma). Il senatore semplice di Scandicci minaccia di capitanare una lista che porti il nome del grand commis buono per tutte le stagioni: dopo aver lanciato la Casa riformista, Renzi pare infatti già essersi stancato del progetto e dunque medita di creare una specie di contenitore con cui accogliere tutti i cespugli centristi: oltre al suo, magari quello di Ernesto Maria Ruffini, a lui legato fin dai tempi in cui lo nominò alla guida dell’Agenzia delle entrate.

L’ipotesi Draghi e il ruolo di Renzi tra i riformisti

Insomma, siamo alla disperazione se, per presentarsi alle elezioni, la sinistra sposa il profilo di Draghi, ovvero di un tecnico, di un banchiere che sui temi cari ai compagni in stile Schlein, Bonelli e Fratoianni è lontano anni luce. La realtà è che una mossa simile dimostra ancor di più, se ce ne fosse bisogno, che il campo largo è un campo minato che sta per esplodere. Niente altro che un cartello da usare in campagna elettorale ma, non avendo proposte unitarie, non può certo essere una coalizione adatta a governare. Ve le immaginate quattro forze politiche così diverse (centristi, sinistra radicale, 5 stelle e riformisti all’acqua di rose come Graziano Delrio, Giorgio Gori e Pina Picierno) andare d’accordo per decidere il da farsi sui soldi all’Ucraina o sui fondi per le grandi opere e sulla Nato? La storia finirebbe come è sempre finita quando la sinistra con qualche escamotage è riuscita a vincere le elezioni, ovvero con una crisi di governo a metà strada.

Perché il campo largo rischia di non diventare una coalizione

Inoltre, in questi mesi si è parlato molto di Futuro nazionale, la formazione creata da Roberto Vannacci, gruppo che rischierebbe di far perdere le elezioni al centrodestra, sottraendo voti alla Lega e a Fratelli d’Italia e mettendo in difficoltà anche Forza Italia, che fatica a digerire le posizioni più estreme del generale. Ma pure a sinistra hanno il loro Vannacci e non è Alessandro Di Battista, come i giornaloni ci vogliono fare credere, bensì Giuseppe Conte. Le cui posizioni rischiano di spaccare la coalizione prima ancora di metterla insieme. Non a caso a sinistra si interrogano se davvero convenga allearsi con i 5 stelle.

Per evitare la rottura una strada ci sarebbe, ma prevede che il Pd s’inchini al Camaleconte. Una scelta che rappresenterebbe la sua fine e a cui nessuna agenda Draghi consentirebbe di porre riparo.

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