campo largo
I leader di Pd, M5s, Avs: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Ansa)

La cosa positiva – se così la si può definire – della grottesca discussione sul campo largo è che ha permesso di manifestare una verità finora sottaciuta. E cioè che con i cosiddetti putiniani non solo si può parlare, ma ci si può addirittura alleare, si può perfino pensare di costruire una alleanza che governi la nazione.

Per anni ci hanno ripetuto che le presunte quinte colonne russe andavano scovate e perseguite con ogni mezzo, eliminate a ogni costo. Abbiamo ancora memoria delle prime pagine di alcuni grandi giornali con gli elenchi dei reprobi, delle liste di proscrizione stilate da questo o quel politico di centrosinistra (e pure da qualcuno di destra). Ci ricordiamo non solo gli sputtanamenti a mezzo stampa ma pure i conti correnti chiusi, i misteriosi report di intelligence, e tutto l’apparato censorio-repressivo che i sedicenti liberali non perdono occasione di scatenare ogni volta che possono.

Ma ora, signori, è tutto dimenticato, tutto sacrificato sull’altare dell’alleanza elettorale. Due componenti su tre del cosiddetto campo largo, infatti, se si applicassero le categorie discriminatorie utilizzate dai progressisti potrebbero a buon diritto essere descritte come putiniane.

Le parole di Conte sul dialogo con Putin

E non certo da oggi. In realtà fa sorridere lo sconcerto con cui sono state accolte, domenica scorsa, le parole pronunciate da Giuseppe Conte quando gli è stato chiesto di immaginarsi premier. «Dovessi essere investito di questa grande responsabilità», ha detto, «chiamerei Zelensky, lo incontrerei. Lo rassicuro: lui è aggredito. Ma un attimo dopo chiamerei Putin per imprimere una svolta negoziale».

La reazione del Pd e di Schlein

Brivido, terrore, raccapriccio: queste frasi hanno scatenato un putiferio nel Partito democratico e altrove, per altro del tutto immotivato. Conte dice cose simili da molto tempo, e si tratta probabilmente delle sue idee più sensate. Ma una buona fetta dei dem, di fronte a certe uscite, deve affettare sgomento e montare una ridicola pantomima sul sostegno a Kiev. I più moderati fra i dem si sono affrettati a ribadire che bisogna stare con l’Ucraina senza se e senza ma, hanno diffuso comunicati che ostentavano irritazione per la «fuga in avanti» di Conte.

Qualcuno dell’area riformista ha paragonato il leader pentastellato al generale Vannacci e via straparlando. È intervenuta pure Elly Schlein per rimettere le cose a posto: «Non funziona così», ha detto riguardo alle affermazioni di Conte. «Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione». Poi ha aggiunto, comprensiva: «Ma ora non perdiamoci in discussioni tra noi». Ed è esattamente qui che emerge la feroce ipocrisia sinistrorsa.

Che cosa pensino su Kiev i Cinque stelle e Avs lo sanno tutti, e da tempo. Angelo Bonelli, interpellato da Luca Telese a poche ore dalle sparate contiane, ha cercato – in imbarazzo – di sviare il discorso. Poi, incalzato dal sottoscritto, ha dovuto dichiarare che i suoi sono assolutamente a favore del dialogo. Cioè pensano che sia giusto parlare con i russi (e lo è, per inciso). Ne dobbiamo concludere che, tra i tre principali azionisti del campo largo, almeno due sono putiniani. Quanto agli altri si dividono fra i pasdaran di Kiev, che ora sono costretti a sbraitare inutilmente, e i furboni che evitano il discorso sulla guerra parlando di «riarmo», come se gli italiani fossero cretini e non cogliessero la reticenza.

Le posizioni di Avs e il nodo del campo largo

Da un certo punto di vista ha ragione Pina Picierno, da sempre vestale del fanatismo pro Ucraina: «Se guardo alle dichiarazioni dei leader di partito del campo largo, da Bonelli a Conte, le posizioni espresse da Schlein su Kiev sono minoritarie», ha detto al Foglio. «Non parliamo più di soci minoritari riottosi, ma di un campo in cui prevale il punto di vista dell’aggressore». Secondo la Picierno serve «una nuova offerta elettorale perché non bisogna arrendersi alla deriva populista di destra e di sinistra», ma fortunatamente anche le sue sono parole al vento.

Il dialogo con Mosca divide l’opposizione

Quale sia il nodo della questione è fin troppo chiaro, ma giova ribadirlo. Cercare di favorire una trattativa anche tramite dialogo con Mosca è non solo sacrosanto, ma probabilmente inevitabile. E probabilmente sarebbe stato fatto molto prima senza le pressioni delle élite internazionali di cui il Pd e derivati si sono felicemente fatti portavoce. Di questa cristallina verità sono molto consapevoli in tanti anche a sinistra, ma hanno sempre dovuto parlare a mezza bocca per non suscitare scandalo. Conte ha ripetuto con più vigore posizioni note, e in Avs hanno fatto lo stesso.

Sapete come finirà? Come sempre. I riottosi del Pd si chiuderanno a riccio in attesa che ci si dimentichi del pasticcio, ed è facile che la stampa dia una mano. La Schlein ha già dettato la linea: tutti zitti e andare avanti. Gli oltranzisti pro Kiev grideranno un po’ più a lungo di altri, poi si rassegneranno al loro (per fortuna) minoritario destino. Quanto ai putiniani di sinistra, beh, anche per loro il destino è segnato.

Ieri a segnare il confine ci ha pensato Elisabetta Piccolotti di Avs: siamo contro il riarmo, ha detto, ma la priorità è battere la destra. Tradotto: abbiamo opinioni diverse su quasi tutto, ma siamo pronti a rinunciare alle nostre idee, anche quelle giuste, perché ci importa solo di provare a conquistare il potere. È la solita vecchia storia: meglio comandare che fottere. E pur di comandare sono pronti a fottersi fra loro e a fottere tutto il resto, compresi i loro valori.

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