Conte fa l’illusionista e fa sparire la sua audizione in commissione Covid. Il leader del M5s aveva infatti indicato come giorni disponibili per testimoniare davanti alla bicamerale il 4 e il 5 agosto, due date che, guarda caso, coincidono con sedute parlamentari con votazioni. E quando l’Aula del Parlamento vota, le commissioni si fermano per regolamento.
C’è una novità nella lunga saga dell’audizione di Giuseppe Conte davanti alla commissione Covid. Dopo due anni passati a ripetere che lui, sì, era disponibilissimo a presentarsi, salvo trovarsi sempre nella curiosa condizione di non poter essere ascoltato, l’ex presidente del Consiglio ha finalmente fatto ciò che Fratelli d’Italia gli chiedeva da mesi: si è dimesso dalla Commissione.
«Intanto è una buona notizia: si è piegato alla nostra agenda. Vuoi farti audire? Devi dimetterti. Dopo due anni ci è arrivato», chiosa Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid. Il problema però è che l’audizione annunciata con tanto di fanfara non ci sarà: Conte è riuscito nell’unico numero di magia che Houdini non avrebbe mai tentato, sparire da un’audizione che lui stesso chiede da due anni.
Il motivo è tanto semplice quanto surreale: il leader grillino ha indicato come giorni di disponibilità il 4 e il 5 agosto, due date che, guarda caso, coincidono con sedute parlamentari con votazioni. E quando l’Aula vota, le commissioni bicamerali si fermano.
Non è un dettaglio procedurale: è il regolamento. «Ho dovuto sconvocare l’audizione di Giuseppe Conte», ha annunciato il presidente della commissione covid, Marco Lisei. «Già la scorsa settimana i miei uffici avevano contattato la sua segreteria anticipando che sarebbe stato difficile tenere l’audizione il 4 e il 5 agosto. Pertanto io stesso, nel corso dell’ultima seduta, avevo avvisato che sarebbe stato utile da parte del leader del M5S proporre altre date. Venerdì scorso i miei uffici hanno nuovamente contattato la segreteria di Conte, senza tuttavia ricevere disponibilità di altri giorni».
Eppure, l’ex premier ieri mattina, col tono del protagonista che finalmente entra in scena per spazzare via «tutto il fango» annunciava: «In vista dell’audizione di domani mattina (oggi, ndr) mi sono dimesso dalla commissione Covid… Se vorrete, potrete seguire il mio intervento in diretta streaming». Peccato però che il sipario si sia alzato su un teatro… vuoto.
Per capire il paradosso bisogna fare un passo indietro. Conte ha sempre sostenuto di voler essere ascoltato dalla commissione ma, essendone membro, era impossibile audirlo in qualità di testimone. Un ostacolo facilmente superabile: bastava dimettersi temporaneamente, essere ascoltato e rientrare subito dopo, come ha già fatto Bignami. Una procedura semplice, quasi banale, talmente banale che Conte ha impiegato due anni per accettarla. Alla fine, però, le dimissioni sono arrivate.
Fine della storia? Neanche per sogno. Anzi, il vero numero di prestigio è cominciato proprio ieri. Bignami lo ha raccontato come un illusionista che svela il trucco del collega. «Conte ha annunciato che si farà audire – ha osservato Bignami – il pubblico ha applaudito». Poi però si è accesa la luce dietro il palco e si è scoperto che il numero, con ogni probabilità, non potrà nemmeno iniziare perché il giorno scelto coincide con una seduta dell’Aula di Camera e Senato con votazioni. Tradotto: mentre il Parlamento vota, le commissioni bicamerali non possono lavorare. L’audizione, semplicemente, non può svolgersi.
Quello del leader del partito che voleva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» è insomma un capolavoro di geometria parlamentare: essere sempre a un passo dall’audizione senza arrivarci mai. «Sim salabim: Conte sparisce dalla Commissione e ricompare in Aula», ironizza Bignami. E’ il classico gioco delle tre carte. La carta dell’audizione c’è, almeno finché resta coperta. Quando la si gira, però, sotto non c’è nulla.
La pensa allo stesso modo Buonguerrieri, sottolineando il problema della «data-non data». «Giuseppe Conte si è dimostrato ancora una volta un bugiardo», attacca la deputata di Fratelli d’Italia, assicurando che l’organo parlamentare è pronto a convocarlo in qualsiasi momento, anche a Ferragosto: «È come se si fosse reso disponibile, sì, ma per domenica a mezzanotte».
Il risultato è un cortocircuito degno della migliore commedia italiana: la tanto annunciata audizione rischia di trasformarsi nell’ennesimo episodio di una farsa che va avanti da due anni. La sensazione è che il leader M5S continui a dichiararsi disponibilissimo, purché la disponibilità coincida con un momento in cui, per un motivo o per l’altro, l’audizione non possa andare in scena. Facile, no? In fondo è il vecchio trucco del prestigiatore: la mano destra indica il palco, quella sinistra nasconde la carta decisiva. Solo che, dopo due anni di rinvii, il pubblico sembra aver smesso di chiedersi quando inizierà lo spettacolo.
E a questo punto la domanda non è più quando Giuseppe Conte si presenterà davanti alla commissione Covid ma quanto pensa di poter tirare la corda. Perché i giochi di prestigio hanno una regola molto semplice: funzionano finché il pubblico non capisce dov’è il trucco. Dopo due anni, invece, il trucco è diventato il numero e continuare a riproporlo significa soltanto una cosa: essere convinti che gli italiani, compresi i propri elettori, siano così ingenui da scambiare ogni fuga per coraggio e ogni rinvio per disponibilità.
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