I «poveri» del Reddito di cittadinanza grillino: 46 milioni ad assassini e terroristi in carcere
Il messaggio con il quale è stata comunicata ad alcuni la revoca del Reddito di Cittadinanza, Roma, 01 agosto 2023 (Ansa)

Quasi 5.800 beneficiari con condanne o detenzioni non dichiarate, oltre l’80 per cento dei casi concentrato tra Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. E una cifra che consegna definitivamente alla storia il fallimento della misura che non doveva lasciare indietro nessuno, il Reddito di cittadinanza: 46 milioni di euro di potenziale indebito. Per ottenere le informazioni contenute in questa inchiesta della Verità l’Inps ha opposto qualche resistenza: i nomi restano coperti.

Ma le cronache degli anni d’oro della misura ideata, sognata e voluta dal Movimento 5 stelle e nata nel 2019 durante il primo governo di Giuseppe Conte, restituiscono una vasta galleria di boss, latitanti, trafficanti, condannati ed estremisti che il sussidio lo hanno percepito. Non sempre illegalmente. Ed è proprio questo uno dei paradossi. L’istituto della previdenza certifica che le verifiche hanno riguardato «le posizioni pregresse degli anni 2019-2021», che non erano state intercettate con i controlli avviati dopo il protocollo d’intesa sottoscritto con il ministero della Giustizia nel 2022. In pratica, per migliaia di beneficiari prima è arrivato il sussidio e soltanto dopo è arrivata la verifica capace di vedere ciò che altri archivi dello Stato già contenevano.

L’Inps lo spiega senza girarci troppo intorno: l’attività sulle annualità pregresse è stata compiuta attraverso l’incrocio delle banche dati «in una fase successiva» rispetto ai controlli operativi dal 2022 sulle domande in istruttoria e in erogazione. E quel lavoro sul passato si è concluso soltanto nel luglio 2025.

È difficile trovare una rappresentazione più efficace dei limiti della macchina originaria dei controlli. Un’amministrazione dello Stato conosceva condanne e detenzioni. Un’altra erogava il beneficio. Quando le informazioni sono state incrociate sulle vecchie annualità sono saltati fuori 2.196 soggetti con stato detentivo non dichiarato e 3.571 con condanne pregresse non dichiarate. E più passava il tempo, più il fenomeno cresceva. L’Inps conferma che il numero delle posizioni intercettate è aumentato nel triennio, con un «incremento marcato nel 2021». E con una geografia piuttosto confinata: la Campania conta 2.288 posizioni, la Sicilia 1.217, la Puglia 637 e la Calabria 518. Più di otto casi su dieci sono concentrati lì. Dove personaggi dalle biografie giudiziarie decisamente ingombranti o molto controverse incassavano.

Il 16 settembre 2022, per esempio, i carabinieri arrestano a Casavatore Antonio Pezzella, 67 anni, ritenuto affiliato al clan Amato-Pagano. Era latitante dal gennaio precedente, si era sottratto a un ordine di custodia cautelare in carcere ed era ritenuto gravemente indiziato dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere di Gaetano De Pascale, cugino del boss Paolo Di Lauro, ucciso nel novembre 2004 durante la prima faida di Scampia. Pezzella percepiva il Reddito di cittadinanza. Per arrivare a lui gli investigatori avevano monitorato anche i flussi bancari. Lo Stato lo cercava e, contemporaneamente, gli versava il sussidio. Il 26 gennaio 2021, a Palermo, un’inchiesta della Procura antimafia porta invece alla luce quello che è stato definito dalla stampa come il «welfare mafioso» dello Zen. Giuseppe Cusimano, indicato come capo della neocostituita famiglia mafiosa del quartiere, durante il lockdown avrebbe fatto arrivare alimenti alle famiglie indigenti per raccogliere consenso sociale. Nemico dello Stato, ma pronto a sfruttarne l’aiuto: Cusimano percepiva il Reddito di cittadinanza.

L’1 dicembre 2022 il Tribunale di Marsala condanna Nicolò Mistretta a 24 anni per traffico internazionale di droga sotto l’egida, secondo l’accusa, di Matteo Messina Denaro (in quel momento ancora latitante). Mistretta dall’aprile 2019 percepiva 500 euro al mese di Reddito di cittadinanza, nonostante due condanne subite nel 1998 e nel 2001. Il 20 ottobre dello stesso anno Domenico Tramontana viene condannato a Palermo a 5 anni e 4 mesi per traffico di droga. I finanzieri lo avevano fermato a Brancaccio e nell’automobile avevano scoperto 4 chili e 200 grammi di cocaina dal valore di quasi 400.000 euro. Anche Tramontana percepiva il Reddito di cittadinanza. Il 28 settembre 2023, nel processo sulla presunta ricostituzione di una locale di ’ndrangheta a Rho, compare invece Gaetano Bandiera, già condannato a oltre 13 anni. Nell’agosto 2020 il nucleo familiare Bandiera, su domanda di uno dei figli, aveva chiesto e ottenuto il Reddito di cittadinanza. Il campionario attraversa persino l’eversione. Il 31 marzo 2022 viene arrestato F. B., un quarantasettenne considerato vicino all’area eco-estremista che si sarebbe dedicato alla raccolta di criptovalute. Durante i controlli sui flussi di denaro è saltato fuori il Reddito di cittadinanza. Ma sarebbe scorretto mettere tutti nello stesso calderone. Perché mentre alcune vicende riguardano ipotesi esplicite di indebita percezione, altre dimostrano che persone con pesanti storie giudiziarie ricevevano il bonus non per una falla nei controlli. Era la legge a consentire l’accesso.

Il 29 luglio 2020 emerge che Pietro Maso, condannato a 30 anni per avere ucciso i genitori nel 1991, aveva ricevuto il Reddito di cittadinanza. La sua condanna non rientrava tra quelle che impedivano di beneficiarne. Come per Raimondo Etro: il 19 aprile 2019, agli esordi della misura, l’ex terrorista delle Br, condannato definitivamente a 20 anni e 6 mesi per concorso nella strage di via Fani e nell’omicidio del giudice Riccardo Palma, dichiara di aver «già ritirato la carta del Reddito di cittadinanza», spiegando di aver «approfittato di una legge del governo» e di aver «fatto una richiesta che è stata accettata». Tra le tante. Quelle che hanno prodotto il conto da 46 milioni di euro di «indebito potenziale», riferite alle posizioni individuate e alle sole domande che hanno ricevuto almeno un pagamento. E qui comincia un’altra storia che meriterebbe di essere raccontata fino all’ultimo euro. Sui nomi, infatti, l’Inps alza il muro: sostiene di non poterne fornire l’elenco, né il dettaglio dei reati, richiamando la disciplina sulla protezione dei dati personali. Precisa inoltre che quelle informazioni non sono memorizzate nei propri sistemi. La riservatezza, però, non può diventare il sipario dietro il quale scompare il denaro pubblico. Tanto più che l’istituto conclude dichiarandosi «disponibile a valutare ulteriori richieste di dati aggregati compatibili con la protezione dei dati personali» e con la «trasparenza amministrativa». È proprio quella trasparenza che va pretesa. Ora che il controllo sulle annualità pregresse si è concluso, che le segnalazioni sono state inviate all’autorità giudiziaria e che l’Inps ha quantificato il potenziale indebito, i nominativi dei 5.767 furbetti permetterebbero di capire come sia stato possibile che il sistema li individuasse soltanto dopo e, soprattutto, dove siano finiti i soldi. Quarantasei milioni di euro. Che ora bisognerà recuperare.

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