Permessi di soggiorno a pagamento grazie a pratiche fasulle: 18 arresti

Questa volta non era il Caf dietro l’angolo a organizzare il flusso di clandestini verso l’Italia. Non si tratterebbe delle solite violazioni amministrative finalizzate al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per gli investigatori c’era una catena di montaggio capace di trasformare i decreti Flussi, nati per regolare gli ingressi dei lavoratori stranieri, in uno strumento per regolare gli incassi.

Ogni pratica aveva il suo specialista: chi procacciava i clienti, chi reperiva le aziende, chi costruiva la documentazione, chi certificava requisiti inesistenti e chi, nel momento decisivo dei click day, premeva il tasto per inviare le domande.

È questo il sistema che la Direzione distrettuale antimafia di Salerno ritiene di avere ricostruito dopo mesi di indagini, durante i quali, in diverse operazioni, ci sono stati anche diversi sequestri preventivi di beni e di denaro. Proprio sui ruoli assegnati a ogni indagato si fonda l’accusa di «associazione a delinquere transnazionale» finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La differenza non è soltanto giuridica. Per la Procura antimafia, dietro centinaia di richieste di ingresso regolare in Italia avrebbe operato una struttura stabile, organizzata e capace di muoversi contemporaneamente in più territori. Ieri mattina i carabinieri del Nucleo tutela del lavoro e i finanzieri del Comando provinciale di Salerno hanno dato esecuzione alle misure cautelari emesse dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia: 22 gli indagati raggiunti dai provvedimenti (18 sono finiti agli arresti domiciliari, altri quattro sono stati sottoposti all’obbligo di firma). L’operazione ha interessato un’area geografica che va ben oltre la Campania, dove il numero eccessivo di domande inoltrate ha prodotto il primo «alert».

Le perquisizioni e le misure sono state eseguite anche a Campobasso, Roma, Ancona, Pisa, Savona e Brescia. Il quadro delineato dagli investigatori ha preso forma attraverso intercettazioni telefoniche e telematiche che, secondo la Procura, hanno consentito di ricostruire il funzionamento della presunta organizzazione e comprenderne il perimetro. Un sodalizio che sarebbe stato in grado di «generare un volume di affari illeciti di diversi milioni di euro». Una cifra che restituisce, almeno secondo l’accusa, la dimensione economica del fenomeno. Il cuore dell’inchiesta sono i decreti Flussi e le procedure di emersione. Strumenti pensati per consentire l’ingresso regolare di lavoratori stranieri, che secondo la ricostruzione accusatoria sarebbero stati sistematicamente piegati a finalità completamente diverse. La Procura contesta infatti agli indagati di avere organizzato, «in favore di centinaia di cittadini extracomunitari (provenienti prevalentemente dal Marocco, dal Bangladesh e dall’India), disposti a pagare elevate somme di denaro pur di ottenere un valido titolo di soggiorno in Italia», altrettante richieste di nullaosta al lavoro ritenute fittizie. Domande che avrebbero consentito di ottenere un titolo di soggiorno sfruttando gli strumenti previsti dalla normativa sui flussi di ingresso.

Secondo l’accusa, il sistema non avrebbe potuto funzionare senza una rete di imprese disponibili a prestarsi all’operazione: «Aziende compiacenti» oppure «create ad hoc». Datori di lavoro che, «dietro compenso», avrebbero «falsamente attestato il possesso dei requisiti previsti per l’inoltro delle domande». È uno dei passaggi centrali dell’ipotesi accusatoria, perché individua il momento nel quale la documentazione destinata alla pubblica amministrazione sarebbe stata costruita su presupposti non veritieri. Ma le aziende rappresenterebbero soltanto uno degli ingranaggi della macchina. L’ordinanza descrive infatti una vera divisione dei ruoli.

Ci sarebbero stati cittadini stranieri che, secondo la Procura, «avrebbero assunto la veste di intermediari nei confronti di connazionali desiderosi di giungere o permanere nel territorio dello Stato». Erano il punto di contatto con i migranti interessati a ottenere il permesso di soggiorno, individuando le persone da inserire nelle pratiche e raccogliendo le richieste. Un altro livello dell’organizzazione sarebbe stato occupato da «liberi professionisti ed intermediari», ai quali viene attribuito il compito di «reperire e formare la falsa documentazione per il buon esito delle istanze». Una funzione ritenuta «essenziale» nella predisposizione delle pratiche.

Con un ultimo passaggio: la domanda entrava materialmente nel sistema informatico del ministero. Secondo gli investigatori, durante i cosiddetti click day, altri soggetti, sempre «dietro compenso», avrebbero «inoltrato telematicamente le richieste di rilascio di nullaosta al lavoro in favore di cittadini extracomunitari». Ovvero il fenomeno denunciato dalla premier Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e che negli ultimi due anni ha permesso il moltiplicarsi di inchieste come questa.

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