danni no tav
I danni dei No Tav al cantiere di Chiomonte (Ansa)

La rivendicazione arriva online, attraverso uno dei siti dell’area antagonista. Il linguaggio è quello della vittoria militare. Il cantiere di Chiomonte viene descritto come «uno dei fortini più inespugnabili della storia», conquistato dalla mobilitazione no Tav, che ha «dimostrato che la Val di Susa è tutt’altro che pacificata». Il campo di battaglia, però, presenta il conto: 143 appartenenti alle forze dell’ordine feriti (85 poliziotti, 48 carabinieri e dieci finanzieri); quattro camionette incendiate; un cantiere devastato e una prima stima dei danni che raggiunge quota 1 milione di euro.

Nelle ore successive gli investigatori lavorano senza interruzione. I rilievi proseguono per tutta la notte. E viene avviata la ricostruzione dell’assalto. Il corteo, partito da Venaus durante il Festival dell’Alta felicità, si è poi diviso in due tronconi, raggiungendo i cantieri di San Didero e Chiomonte per l’Alta devastazione, seguendo un copione già visto. La spocchiosa deriva antagonista riparte da qui. Alla vista del dispositivo predisposto a protezione dei cantieri è comparsa la falange nera dei black bloc: caschi, maschere antigas, occhiali protettivi e scudi. Un equipaggiamento non improvvisato, funzionale ad affrontare uno scontro prolungato con le forze dell’ordine. Partono sassaiole, lanci di bottiglie, bombe carta e razzi. Vengono utilizzati anche mortai artigianali. Le forze dell’ordine rispondono con lacrimogeni e idranti, ma una parte dei manifestanti riesce comunque a raggiungere l’obiettivo.

Qui, nella narrazione eroica degli assalitori, «diverse centinaia di no Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori». A Chiomonte, però, il perimetro del cantiere è stato violato. I nuclei più violenti sono entrati nell’area operativa, dove sono stati incendiati mezzi della polizia. Le fiamme si sono propagate rapidamente anche all’interno del cantiere, dove erano al lavoro una decina di operai. L’evacuazione ha evitato conseguenze più gravi. Durante il deflusso alcuni partecipanti avrebbero abbandonato gli abiti neri indossati durante gli scontri. In alcuni momenti sarebbero stati utilizzati anche ombrelli aperti per ostacolare le riprese dall’alto effettuate con droni e telecamere.

Successivamente, saranno gli stessi tecnici di Telt a spiegare cosa è andato distrutto: «Gli uffici di cantiere dell’impresa (due piani di container con le dotazioni); container a uso magazzino; officina e hangar con attrezzature di grandi dimensioni; impianto di videosorveglianza; pick-up e auto di cantiere; recinzioni; il centro visitatori con il materiale espositivo». Perché «c’erano anche bombole di acetilene che sono esplose, fortunatamente dopo che tutti erano riusciti ad allontanarsi». È il dettaglio che restituisce la pericolosità di quell’azione all’interno del cantiere. Dove, a quanto pare, si è cercato il morto.

L’attacco, però, non ha riguardato solo Chiomonte. Secondo Telt, sono stati attaccati anche «i cantieri della Torino-Lione a Salbertrand, Susa (frazione Traduerivi) e San Didero». Ma di questa storia c’è un’altra versione. Quella, epica, degli antagonisti. Che hanno descritto l’intera operazione come «una grande giornata di lotta per la Val di Susa». E rivendicato: «Il movimento, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno». Il movimento, in un passaggio da delirio autocelebrativo, inoltre, ricorda che «tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati» e che «i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi». Nella stessa nota viene indicata una partecipazione di «20.000 persone». Saranno 436 gli individui identificati, la maggior parte provenienti da Francia, Germania e Belgio. Sequestrati esplosivi, molotov, maschere antigas, ordigni artigianali, caschi e passamontagna. Le loro posizioni sono ora al vaglio.

E poi ci sono le voci di chi quella giornata l’ha vissuta dall’altra parte dello scudo. «Sono scene che una società civile non può iscrivere nelle pagine della sua storia. Per puro miracolo non c’è scappato il morto», afferma Felice Romano, segretario generale del Siulp. Sulla stessa linea Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma: «È un attacco diretto allo Stato». Il Silf, Sindacato italiano lavoratori finanzieri, attende una risposta immediata: «Chiediamo che gli autori delle violenze vengano individuati in tempi rapidi e puniti con il massimo rigore. Lo Stato dimostri con i fatti di essere al fianco dei propri servitori». «Vogliono far diventare la Val di Susa il laboratorio europeo della guerriglia urbana, noi non lo consentiremo», ha promesso il questore di Torino, Massimo Gambino.

Al di là dei bilanci e delle prese di posizione (che registrano l’assenza della sinistra), però, c’è un elemento che colpisce: il lessico. Il cantiere diventa «fortino», le forze dell’ordine «truppe d’occupazione», i dispositivi vengono «raggirati e superati» e i cantieri «raggiunti». È un racconto che ricorda un’operazione militare più che una manifestazione. Il successo non viene misurato con la conta dei partecipanti, ma con la capacità di conquistare un obiettivo. Quello in Val di Susa. Per loro, ormai, l’ex fortino della Tav.

Danni per 1 milione e 143 agenti feriti. I guerriglieri no Tav cercavano il morto

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