Enego, con l’accento sulla prima «e», è un paesino di 1.500 anime in provincia di Vicenza. È lì che abita Adriano Cappellari, un giovane giornalista che, il 30 maggio scorso, ha denunciato un attentato: qualcuno aveva piazzato un ordigno composto da bombolette di gas, alcool, liquidi infiammabili e artifici pirotecnici di fronte al suo portone di casa, provocando un’esplosione.
Quella era stata solamente l’ultima di tante intimidazioni ricevute dal giornalista tra il 2025 e il 2026. In passato, infatti, gli erano state recapitate altre lettere minatorie, che prendevano di mira anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano. Per questo motivo erano state disposte anche misure di tutela nei suoi confronti: prima con la vigilanza radiocollegata e poi, dopo l’attentato, con un dispositivo di protezione dedicato dell’Arma dei carabinieri, comprensivo di veicolo istituzionale e personale di scorta.
Perché Adriano, nonostante viva in un piccolo paesino del vicentino, ama fare il giornalista d’inchiesta e andare a frugare là dove si nasconde il marcio. Gli piace indagare. Scrive anche a Report. Desidera fare servizi scomodi, come quelli di Sigfrido Ranucci. E infatti si mette in contatto con lui, iniziando anche a lavorarci insieme. A gennaio del 2025 fa una segnalazione a Report per una vicenda riguardante il sindaco e il vicesindaco della passata amministrazione comunale di Enego.
«“Erano stati anche loro vittime di minacce”, racconta Cappellari al Gazzettino. “scritte sui muri, nulla di più. Peraltro scritte per cui mai si è scoperto l’autore. Ma il ministero dell’Interno prevede un risarcimento per gli amministratori oggetto di minaccia”. Cosa successa anche in questo caso, perché Boscardin e Sini hanno ricevuto 40.000 euro. “Durante la campagna elettorale dissero che avrebbero usato quei soldi per finanziare iniziative del Tavolo della legalità di Enego. Poi però non sono stati rieletti e il 15 maggio 2023, secondo quanto verificato, hanno messo questi soldi nei loro conti correnti. Una condotta che secondo me era da denunciare e per questo ho scritto a Ranucci”». Pochi giorni dopo, a Enego arrivano le telecamere di Report, probabilmente per cercare quello che Sigfrido, in un colloquio con la Verità, ha definito contraddittorio ma che Il Gazzettino descrive così: «I due interessati hanno fornito la loro versione dei fatti. Giustificazioni apparse però deboli, di fronte all’impianto accusatorio sostenuto dall’inviata Rai, ovviamente imbeccata da Cappellari». Qualche mese dopo, la bomba. Tra i primi a intervenire pubblicamente è proprio il conduttore di Report, con una dichiarazione ad Affari italiani: «Massima solidarietà ad Adriano Cappellari. Lo conosco personalmente, è stato uno dei colleghi che ci ha dato una mano nelle nostre inchieste. A lui va tutta la vicinanza, mia e della redazione di Report. Se c’è qualcuno che pensa che le bombe possano fermare la passione e il lavoro dei giornalisti, si sbaglia» .
Tutto giusto. Anzi, giustissimo. La libertà d’informazione, e soprattutto la sicurezza di chi fa inchieste, vengono prima di tutto. Sempre. Tranne in un caso: quando uno gli attentati se li fa da solo (e per finta), come nella vicenda di Cappellari. Già perché, secondo quanto ricostruito dai carabinieri della compagnia di Bassano del Grappa, l’ordigno se la sarebbe fabbricato e piazzato proprio il giovane giornalista. Per gli investigatori, infatti, l’unico ad aver comprato quei materiali su una piattaforma di e-commerce, a Enego, sarebbe stato Cappellari.
L’acquisto sarebbe stato fatto poche settimane prima dell’esplosione utilizzando una carta di credito e un numero di telefono a lui riconducibili. Ma non solo. Perché, sempre secondo gli investigatori, l’altezza dell’indagato sarebbe compatibile con quella della persona ripresa dalle telecamere e le immagini registrate la sera dell’attentato collocherebbero proprio Cappellari nei pressi dell’abitazione negli stessi minuti in cui venne azionato il dispositivo incendiario.
«Sono esterrefatto, è una notizia che mi state dando voi, stento a credere che abbia inscenato tutto, per la sua giovane età, per la sua limpidezza», ha commentato il risultato delle indagini don Patriciello.
Subito dopo l’attentato del 30 maggio scorso, Cappellari aveva detto: «Gli investigatori vogliono vederci chiaro, di conseguenza anche questo screzio finisce nel faldone aperto per risolvere il caso che tanto allarme e tanta solidarietà ha suscitato». Almeno lui non ha tirato in mezzo il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
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