arcuri commissione covid
Domenico Arcuri durante l'audizione alla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione pandemica (Ansa)

La prima parte della nuova audizione – come testimone – dell’ex commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri davanti alla commissione parlamentare sulla gestione della Pandemia è stata di fatto un monologo dell’audito, che si è presentato a Palazzo San Macuto con una lunga relazione di 314 pagine, che Arcuri ha letto in aula, con le domande dei commissari rimandate a una successiva seduta.

E proprio quel documento ha scatenato un incidente diplomatico, derivato dal fatto che, in tarda mattinata, mentre l’audizione era ancora in corso, il file, non ancora depositato in commissione, ha iniziato a circolare nelle redazioni dei giornali, finendo online in versione integrale.

Se il presidente della commissione, il senatore Marco Lisei, ha usato toni istituzionali parlando di «una circostanza grave», i capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami e al Senato Lucio Malan hanno affondato il colpo evidenziando che la gravità dell’accaduto «aumenta ancor più se si considera la delicatezza dello strumento testimoniale che deve presentare caratteristiche di originalità e genuinità. Sarebbe scorretto, infatti, se si fosse trattato di una semplice audizione o relazione, ma la testimonianza suscita ben note conseguenze sul piano penale oltre che procedurale». «Ancor più grave», prosegue la nota, «è il fatto che il file in questione risulti creato da un soggetto già collaboratore di Arcuri e audito in Commissione d’inchiesta».

Per Bignami e Malan quanto accaduto merita «un approfondimento da parte dei presidente delle Camere a cui chiederemo di approfondire quanto avvenuto». Durante il suo intervento, il manager ha ricostruito, dal suo punto di vista, la questione della maxi commessa da 800 milioni di mascherine cinesi, fornite, attraverso un gruppo di mediatori, da tre aziende del Paese del Dragone. Secondo l’ex commissario, non ci sarebbe mai stata «nessuna maxi commessa per 1,25 miliardi di euro, il più grande affidamento fuori gara». Arcuri infatti ha ricordato che «erano sei contratti e 28 diverse aziende produttrici», quasi a voler rimarcare una diversificazione molto ampia dei fornitori. Ma le lettere di commessa con le tre aziende cinesi agli atti dell’indagine della Procura di Roma, insieme alle relative fatture pro forma, mostrano che gli accordi riguardavano solo il tipo e la quantità di dispositivi forniti dalle tre aziende, senza alcun dettaglio sui numerosi fabbricanti, poi emersi successivamente.

Per rivendicare la bontà del suo operato, l’ex commissario ha poi citato una recente circolare dell’agenzia delle Dogane, emessa l’8 luglio e poi ritirata cinque giorni dopo: «L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli l’8 Luglio 2026 emana la circolare numero 18/2026 […]. E cosa dice questa circolare? Dice che lo sdoganamento di una merce non equivale alla sua autorizzazione al commercio». «In sostanza», chiosa Arcuri, «l’operatore può anche autocertificare che immetterà sul mercato quel dispositivo, che può anche in quel momento essere considerato non conforme, solo all’esito dell’autorizzazione da parte di chi è competente ad autorizzarlo. In questo caso le Dogane non devono sospendere la procedura di svincolo di quel prodotto. Più o meno la stessa cosa che succedeva durante la guerra, ai tempi della pandemia, al di là, a prescindere dal marchio Ce».

Va detto che la circolare è stata ritirata da Adm dopo che un ex funzionario dell’Agenzia, Miguel Martina, ha presentato una segnalazione (tra gli altri) all’Olaf e alla Commissione Ue, evidenziando come la normativa comunitaria vieti «l’immissione in libera pratica» di materiale importato quando «il prodotto reca la marcatura Ce o altra marcatura prescritta da tale diritto dell’Unione a esso applicabile apposta in modo falso o fuorviante».

E nel pomeriggio di ieri, a smentire l’ex commissario, è arrivata una nota di Adm dai toni durissimi: «Il dott. Arcuri ha fatto riferimento alla Circolare […] fornendo un’interpretazione non corretta lasciando intendere che fosse applicabile anche a fattispecie pregresse e, in particolare, a casi e a procedure adottate durante l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione epidemica del virus Sars-cov-2». La nota precisa poi, che la circolare è stata sospesa in data 13 luglio 2026 ed è attualmente in fase di revisione e pertanto non riguarda nella maniera più assoluta attività risalenti all’epidemia Covid». Inoltre, per Adm, «resta fermo che ogni prodotto recante illegittimamente indicazioni circa la conformità alla normativa europea non potrebbe comunque essere svincolato dalla dogana e lasciato entrare nel mercato dell’Unione europea».

Del resto, durante la sua audizione, Arcuri aveva lasciato ad altri la patata bollente su controlli e documentazione sui dispositivi: «Non era la struttura commissariale a dover valutare i tipi di certificazioni e nulla fu segnalato alla struttura commissariale». Una ricostruzione che, almeno per quanto riguarda i controlli alle dogane, contrasta con le segnalazioni inviate via mail agli uffici di Arcuri il 30 aprile e il 6 maggio 2020 da Manuela Barone, funzionaria Adm all’epoca in servizio a Malpensa, nelle quali, si legge in un’annotazione della Guardia di finanza, «sono elencati una serie di air way bill, riferibili all’importazione di Dpi/mascherine dai consorzi di cui trattasi, per i quali l’Ufficio di frontiera di riferimento ha bloccato le operazioni sdoganamento attesa, tra l’altro, la “non validità” della certificazione Ce». I finanzieri evidenziano anche che la funzionaria, «per talune spedizioni, ha accertato la marcatura Ce non valida».

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