Giornalista bruciato a Eboli, il movente del tunisino: rapporti gay vietati dal Corano
Luigi Luca Esposito (Ansa)

Rimane in carcere Ridha Rahmouni, il tunisino di 26 anni fermato e reo confesso per l’omicidio di Luigi «Luca» Esposito, il giornalista sportivo ucciso nella notte tra il 18 e il 19 luglio in un terreno agricolo di contrada Bivio Cioffi, a Eboli, nel Salernitano.

Ieri pomeriggio il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno Giandomenico D’Agostino ha sciolto la riserva convalidando il fermo ed emettendo misura di custodia cautelare in carcere. La decisione del gip è giunta a poche ore di distanza dalla conclusione dell’interrogatorio di garanzia e della udienza di convalida del fermo, iniziata alle 9 di ieri mattina nel carcere salernitano di Fuorni. La toga ha quindi ha confermato il quadro accusatorio emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Salerno e condotte dai carabinieri, contestando all’uomo l’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà e la distruzione di cadavere. Accuse per le quali il tunisino – nei confronti del quale, il 13 dicembre 2024, l’Ufficio Immigrazione della Questura di Salerno aveva inserito un provvedimento di diniego del riconoscimento del permesso di soggiorno con obbligo di rimpatrio, indicato come «da eseguire» – potrebbe essere condannato all’ergastolo.

Difeso dall’avvocato Giovanni Mauri, Rahmouni ha reso interrogatorio per circa un’ora, «in parte ha confermato quanto già dichiarato al pubblico ministero dopo l’arresto e in parte ha chiarito alcuni aspetti, anche relativi alla dinamica della morte, che saranno al vaglio della Procura», ha spiegato l’avvocato Mauri. L’indagato, che è «apparso più sereno», come sottolineato dall’avvocato, ha ripercorso la conoscenza con la vittima, risalente a circa un anno fa, soffermandosi sul rapporto tra i due. Il difensore dell’indagato reo confesso ha spiegato ai cronisti che «non ci sono elementi di novità rispetto a quelli che già conoscete e che sono già in vostro possesso», limitandosi a dire che «ci sono degli aspetti, già emersi durante l’interrogatorio a seguito del fermo, che devono essere sicuramente approfonditi. Naturalmente, per eventi così drammatici e complessi, è necessario, non ai fini di un gossip becero, approfondire gli aspetti della vita dei soggetti coinvolti». Parole che sembrano fare riferimento alle indiscrezioni, riportate dal quotidiano Il Mattino, sul fatto che il tunisino, nel corso dell’interrogatorio, avrebbe fatto riferimenti anche alla propria religione musulmana, che impedisce rapporti tra persone dello stesso sesso (e, in generale, pure rapporti eterosessuali al di fuori del matrimonio), come uno dei motivi che ha alimentato la sua reazione nei confronti di Esposito. Il ventiseienne avrebbe parlato di presunte attenzioni di natura sessuale che il giornalista ucciso avrebbe manifestato nei suoi confronti, attenzioni insistenti che lo avrebbero infastidito e alle quali avrebbe reagito.

In particolare, Rahmouni avrebbe sostenuto che Esposito intratteneva rapporti intimi a pagamento con alcuni suoi connazionali e che avrebbe insistentemente preteso lo stesso tipo di relazione anche con lui, incurante dei ripetuti rifiuti ricevuti dal tunisino. Nel pomeriggio di sabato i due si sarebbero sentiti e avrebbero fissato l’incontro, al quale Esposito è arrivato in auto, mente Rahmouni in bicicletta. L’incontro è degenerato in lite, il tunisino ha colpito il giornalista a mani nude per poi cospargerlo di plastica e sterpaglie e appiccare il fuoco, sostenendo di non essersi accorto che fosse ancora in vita. Nel racconto, riferisce ancora Il Mattino, emerge anche un movente religioso: Rahmouni avrebbe dichiarato di essere musulmano praticante e avrebbe voluto interrompere quello che considerava un giro di «tentazioni» a pagamento con cui Esposito avvicinava alcuni suoi amici bisognosi di denaro.

Come detto, si tratta di indiscrezioni tutte da confermare e soprattutto da verificare, ma che gettano un’ombra non tanto sulla vittima, quanto sul fondamentalismo che si anniderebbe nel mondo dei clandestini «invisibili».

La Procura di Salerno, guidata da pochi mesi da Raffaele Cantone, mantiene però i toni bassi e parla genericamente di una «forte lite» scoppiata «per varie motivazioni», senza entrare nei dettagli. Nemmeno nel decreto di fermo emesso nei confronti del tunisino, nel quale il pm Alessandro Di Vico e Cantone si limitano a evidenziare che «il rapporto telefonico pregresso dimostra l’esistenza di un canale di comunicazione stabile con la vittima; l’intensificazione dei contatti nella sera del 18 luglio colloca tale rapporto nel segmento temporale immediatamente antecedente al delitto; la convergenza delle celle nell’area di Cioffi colloca entrambi nel medesimo quadrante territoriale; i filmati e le dichiarazioni testimoniali danno contenuto dinamico all’ipotesi dell’incontro; l’impronta sul portabagagli dell’auto della vittima attribuisce materialità al contatto con un bene direttamente collegato alla scena (del delitto, ndr)».

Niente dettagli pruriginosi, insomma, ma solo ricerca di una verità, che potrebbe fare molta paura.

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