Giuseppe Conte non si smentisce mai: il re della retorica «senza macchia e senza paura» è rimasto intrappolato nel suo stesso labirinto burocratico senza tuttavia esserne indispettito. A soli tre giorni dalla data fissata per la sua deposizione davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid (fissata per martedì 4 agosto), l’ex presidente del Consiglio non si è ancora dimesso dall’organo parlamentare di cui è membro.
E non è un dettaglio di poco conto: si tratta di un passaggio tecnico obbligatorio, perché un membro della commissione non può essere sentito come testimone. Di conseguenza il leader del M5s, che ripete a reti unificate di non veder l’ora di fare chiarezza e piagnucola con l’ospitale Corriere della Sera lamentando che «da due anni chiede di essere audito», oggi si trova, ohibò, nell’impossibilità giuridica di parlare. Un paradosso perfetto per chi ha fatto del formalismo la propria cifra politica. Per carità, la strategia del rinvio non è nuova in politica e Conte ha scoperto l’acqua calda, ma stavolta il temp(ism)o stringe.
La pantomima va avanti da ottobre 2024, quando il senatore Marco Lisei (Fdi), presidente della commissione Covid, aveva spiegato chiaramente al leader pentastellato le regole del gioco: per testimoniare sarebbe bastato dimettersi temporaneamente, farsi ascoltare e poi rientrare il giorno dopo. I timori già allora sollevati dal leader M5s – riassumibili nel timore di essere tagliato fuori permanentemente dalla commissione che lo ha visto solo nove volte in due anni – si sono rivelati pretestuosi. La composizione dei membri spetta ai gruppi politici: se il M5s vuole far rientrare il proprio capo in commissione, non deve fare alcuna trattativa con la maggioranza, basta una firma interna. Ma Conte ha insistito: «Non è facile parlare in una veste e la volta successiva comparire in un’altra». Non sarà facile, ma se davvero vuol fare chiarezza, è l’unica strada percorribile. O forse non vuole farla?
L’insostenibilità della posizione del leader pentastellato a seguito delle tante rivelazioni emerse in commissione Covid lo ha spinto a tentare la mossa diplomatica per guadagnare altro tempo: una lettera ai presidenti di Camera e Senato per chiedere «rassicurazioni» formali, seguita da un’intervista a Quarta Repubblica. L’ex premier ha ribadito a Nicola Porro il consueto copione: la volontà assoluta di testimoniare. Ma la superfetazione verbale della «complessità burocratica» è crollata quando il viceministro Galeazzo Bignami (Fdi), anch’egli membro della commissione Covid, ha dimostrato nei fatti la semplicità della procedura: Bignami si è dimesso dalla commissione, ha testimoniato ed è puntualmente rientrato nel giro di 48 ore. Una dimostrazione pratica che ha tolto ogni alibi al leader 5 stelle.
I temi su cui la Commissione attende le risposte di Conte ruotano intorno ai nodi centrali emersi dalle ultime audizioni: il caso di Luca Di Donna (l’avvocato, ex collega dello stesso studio di Conte, nel mirino per le costose consulenze sulle forniture di emergenza), la maxi-commessa da 1,2 miliardi per l’acquisto di mascherine e il colloquio segreto con l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri: i due si sono incontrati lo scorso 18 giugno nell’abitazione di quest’ultimo, poco prima che Arcuri tenesse la sua testimonianza-monologo, finita sui giornali ancor prima che l’ex commissario la leggesse in aula. Il leggerissimo sospetto della maggioranza è che i due abbiano tentato di concordare una linea comune prima delle rispettive deposizioni.
La fuga di Conte dall’esame parlamentare rievoca in qualche modo le dinamiche americane, dove l’ostruzionismo istituzionale è stato elevato a strategia di sopravvivenza. L’ex zar della sanità Anthony Fauci, chiamato dal Senato a rendere conto dei lati più opachi sulla genesi del virus e sulle restrizioni, ha offerto una magistrale lezione di mutismo selettivo: messo alle strette dal fuoco di fila dei repubblicani guidati da Rand Paul, l’araldo della trasparenza scientifica si è improvvisamente riscoperto cultore del silenzio invocando il Quinto emendamento per ben 111 volte in una sola, tesissima seduta. Un record assoluto di arroccamento difensivo, durante il quale il super consulente scientifico della Casa Bianca, già blindato dalla grazia che gli aveva concesso Joe Biden, non ha proferito verbo pur di non rispondere alle domande.
Se in America la vergogna si consuma a colpi di Costituzione e di un sistematico «mi avvalgo della facoltà di non rispondere» abusato oltre cento volte, in Italia la variante Conte preferisce l’immobilismo procedurale. Non serve invocare il Quinto emendamento se, per un cavillo burocratico auto indotto, non ci si mette nemmeno nelle condizioni di sedersi sul banco dei testimoni. Il tempo della retorica, però, è scaduto: senza le dimissioni formali dall’organo parlamentare, l’audizione potrebbe saltare, ma per cause imputabili esclusivamente al testimone Conte. Che difficilmente potrà continuare a dichiararsi «vittima del sistema» pur di non rispondere alle domande più insidiose sulla sua discutibile gestione pandemica.
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