mandato all’ospedale una settantina di persone. Non vi stupite: a Bologna tengono così tanto alla vita che spaccano anche la testa ai poliziotti per difenderla. La vita prima di tutto. Prima della testa dei poliziotti, prima della loro dignità, prima persino della verità. A Bologna la vita viene prima di tutto. Ci tengono tanto. Ci tengono a tal punto che hanno appena approvato una legge sul fine vita. Perché a Bologna sono fatti così. Pensano che bisogna tutelare la vita in ogni modo. Persino ricorrendo alla morte.
La legge sul fine vita è stata approvata giovedì sera, dopo le 20, dal Consiglio regionale. Colpisce la contemporaneità dei fatti. Mentre in tutte le case, le terrazze e le tv si parlava del video di Abderrahim Fakir, infatti, in Aula si parlava di eutanasia. Da una parte l’impegno per evitare la morte, dall’altra l’impegno per darla. Da una parte l’orrore per una vita che finisce, dall’altra l’entusiasmo per farla finire. E ovviamente non c’è nessun collegamento fra ciò che è successo al Pilastro e ciò che è successo in Regione: solo la coincidenza temporale e un evidente squilibrio sulla bilancia che misura il valore di una vita. Quella di un marocchino fuori di testa dev’essere senz’altro difesa, si capisce. Ma quella di un malato? O di un disabile? O di un anziano? Quelle vite innocenti non meritano di essere difese tanto quanto la vita di un immigrato che morde i poliziotti?
L’Emilia-Romagna è la terza Regione italiana ad approvare una legge sull’eutanasia. Prima l’hanno fatto Toscana e Sardegna. Il Veneto con Luca Zaia ci ha provato senza riuscirci, in Lombardia c’è stata la fuga in avanti del protocollo Bertolaso, nonostante il Consiglio regionale abbia stabilito che dovrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia. In effetti: dovrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia. Ma siccome in Parlamento non c’è una maggioranza per far passare l’eutanasia (e meno male), allora la sinistra e tutti coloro che strizzano l’occhio alla sinistra cercano di forzare la mano passando per la via regionale. Trasformando così il Paese nell’Arlecchino della morte: posto che vai, suicidio assistito che trovi. Tutto per poter dire: ecco, lo vedete, queste differenze non sono accettabili. Ci vuole per forza la legge nazionale. Bisogna che il Parlamento si adegui alla volontà delle Regioni. Alla faccia della logica. E anche della Costituzione.
Il trucco è noto da tempo. E quello che colpisce non è tanto che lo adotti l’Emilia-Romagna: era abbastanza scontato lo facesse, dopo la Toscana. Avanti popolo alla riscossa della dolce morte. Quello che colpisce è che l’Emilia-Romagna adotti il protocollo della morte proprio in una calda sera di fine luglio, mentre tutto attorno al palazzo si parla di come si poteva evitare una morte. Tutti, giustamente, difendono la vita di Fakir. E nessuno, invece, difende la vita dei tanti malati che vorrebbero essere curati, prima che ammazzati. Accuditi, prima che suicidati. E che inevitabilmente si troveranno spinti alla morte da un sistema che ormai ha deciso che far fuori le persone improduttive è assai più rapido, ed economico, che assisterle.
Quel che pensiamo dell’eutanasia lo scriviamo da tempo. Dietro il paravento dei diritti si cela il mostro della disumanità. Non riesco a togliermi dalla mente il ministro del Canada, Paese all’avanguardia nel cavalcare l’onda della morte, che un giorno ha detto: «Ormai da noi, per un disabile, è più facile trovare l’eutanasia che una carrozzina». Ecco che cos’è il «diritto» al fine vita: è la spinta all’eliminazione di chiunque diventa un peso per la società e che si troverà indotto, più o meno esplicitamente, a farsi da parte. A non dar più noia. Una puntura e via. Sei anziano? Sei malato? Sei un costo per la tua famiglia e per la sanità? Esercita il tuo diritto e togliti di mezzo. Non vorrai mica essere così egoista da preferire la vita al fine vita? Non lo vedi com’è trendy l’eutanasia? Non lo vedi com’è pulita, rapida e, soprattutto, conveniente?
Le storie di disperazione, i casi estremi, Dj Fabo e gli altri drammi mediatici, a questo servono: a convincerci che non c’è alternativa alla morte. Che quella è l’unica strada percorribile. Che è normale. Ormai sembra normale ciò che fino a qualche anno fa sembrava mostruoso. Così normale da diventare legge di una Regione, e poi di un’altra, e poi di un’altra ancora, fino a forzare la mano al Parlamento, fino a quando sarà normale dare la morte a chi sta male, ancor prima che provare a curarlo. E allora il fatto che l’ultima legge sia stata approvata a Bologna, proprio mentre si discuteva di Fakir, al di là della coincidenza temporale, assume anche un significato particolare. Se non altro simbolico. Un antipasto di quello che ci aspetta. Evidentemente, infatti, in Emilia-Romagna già si preoccupano di come poter finire la vita assai più di come poterla salvare. Come dimostra il fatto che l’accordo per la legge sull’eutanasia è stato trovato al volo. L’automedica per Fakir, invece, no.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >