È incredibile. A rileggere certe dichiarazioni di politici e simpatizzati del campo largo, poco dopo l’attentato a Sigfrido Ranucci, viene da chiedersi: perché non chiedono scusa? Può capitare di sbagliarsi, ma le dichiarazioni di Elly Schlein, Angelo Bonelli o Roberto Saviano non erano semplici messaggi di solidarietà al conduttore di Report, che si è trovato incenerite due auto, tra cui quella della figlia, davanti all’abitazione di Pomezia. No, erano messaggi politici contro il centrodestra e il governo. Come se non vedessero l’ora di tirare in ballo la Meloni per un brutto episodio che, dopo tutto quello che sta emergendo, appare tutt’altro che riconducibile alla «destra». Anzi. Anzi.
Il 18 ottobre, il giorno dopo l’esplosione, la leader del Pd, intervenendo al Congresso del Pse, disse: «Voglio solidarizzare con Ranucci vittima di un attentato terribile: la libertà e la democrazia sono a rischio quando l’estrema destra è al governo». L’Usb della Rai rincarò la dose parlando di un «attentato a una delle poche voci di dissenso all’interno della propaganda di regime che non possiamo non considerare all’interno del quadro assai preoccupante che continua a minare le basi del patto di servizio che dovrebbe garantire il diritto all’informazione libera e plurale». Anche Bonelli, a modo suo, intervenne all’interno di questo filone accusatorio verso un fantomatico regime, sostenendo l’esistenza di un «terreno fertile che la destra sta costruendo: un clima ostile al giornalismo, dove chi indaga viene intimidito e punito. Questa è la destra globale di cui Giorgia Meloni è parte: la destra che nega la crisi climatica, che ha negato il genocidio a Gaza, che vuole piegare l’informazione e mettere il bavaglio alla libertà di stampa», tuonò il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde. Un pensiero sostenuto da Roberto Saviano: «Quello che è accaduto a Ranucci non riguarda solo lui, ma il clima che stiamo accettando». D’altronde, sottolineò Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria ed europarlamentare del Pd, «la politica, una certa politica, la deve smettere di delegittimare il giornalismo d’inchiesta. Se si è isolati si è più facilmente bersagli. Per questo saremo con gli occhi aperti».
Chissà se Ruotolo aveva gli occhi aperti anche con il fratello. Già, perché il conduttore di Report nei giorni scorsi ha raccontato che Valter Lavitola, l’amico indagato per tentata strage con metodi mafiosi nell’inchiesta sulla bomba davanti a casa Ranucci, gli era stato presentato da Guido Ruotolo (ex cronista della Stampa e appunto fratello di Sandro, già storico inviato di Santoro a Rai tre prima del salto in politica), il quale ha confermato sottolineando al Corriere della Sera che lui non ci vede «nulla di male». E che comunque al ristorante Cefalù di Lavitola, «sono andato saltuariamente, ma da quello che leggo, Ranucci lo frequentava quasi settimanalmente…».
Rimanendo in zona Pd e tornando agli interventi post attentato, rincarò la dose contro il governo anche Chiara Braga, presidente dei deputati dem: «In Italia c’è un quadro di ridotta agibilità in cui la destra al governo crea un clima difficile per ogni giornalista scomodo». E Nicola Fratoianni, co-leader di Avs, aggiunse: «Il governo ha espresso piena solidarietà a Ranucci. Nulla da eccepire, ma la solidarietà non basta».
Passate due settimane, primi di novembre, ecco altri attacchi al governo. Stavolta però partiti dallo stesso Report sui rapporti tra il padre del premier e il clan Senese. Secondo Ranucci, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovan Battista Fazzolari avrebbe «ispirato l’attivazione dei servizi segreti» per cercare di capire quali erano le fonti nell’apparato dello Stato che avevano fornito informazioni al programma di Rai tre. Affermazioni che fecero infuriare Fazzolari, il quale in un’intervista al Corriere della Sera parlò di «accuse troppo gravi per farle cadere nel vuoto», riferendosi anche alle «insinuazioni assurde» sull’esistenza di una mano politica dietro l’attentato subito da Ranucci. «Prima la Schlein, leader del principale partito di opposizione, dice che con il centrodestra al governo la democrazia è a rischio e i giornalisti subiscono attentati. Poi Scarpinato, esponente di spicco del M5s, va addirittura in Antimafia a chiedere al conduttore di Report se c’è un nesso tra quell’attentato e un esponente del governo, il sottoscritto. Direi che il limite della decenza è stato ampiamente superato».
Limite che era stato già superato ben prima da un esponente del M5s, il deputato flotillero Dario Carotenuto, segretario della XI Commissione Lavoro e componente uscente della Commissione di Vigilanza Rai. In un post su X, poche ore dopo la bomba scrisse: «Il governo è il mandante morale di questo attentato». Chiedere scusa no?
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