Il jolly di Conte: fare Andreotti vestito da Che
Giuseppe Conte (Ansa)

Beppe Grillo che rivendica l’identità originaria dei 5 stelle e grida al tradimento, racconta e ripete la parabola fatale di ogni movimento politico, religioso, civile.

Che si può narrare in cento modi diversi. Come la storia inevitabile del passaggio dall’infanzia all’età adulta, o dall’adolescenza alla maturità dei movimenti. O come la storia fatale della purezza delle origini e poi la corruzione del tempo, l’idealismo dei pionieri e il cinismo dei successori.

O ancora come l’impostura furtiva dei fattori nei confronti dei padroni, e il traviamento dei figli rispetto all’eredità dei padri. O tornare al fatalismo dell’evoluzione e raccontare che a un certo punto subentra per forza la realtà, la necessità, o semplicemente la politica, che è sangue e merda, dicono taluni, con prevalenza sempre più crescente del secondo elemento.

La predica di Beppe Grillo avrebbe potuto farla un padre nobile della destra o della sinistra rispetto alla destra di governo e alla sinistra di genere, cioè alla Meloni e alla Schlein. Anzi l’avrebbe fatta con più decoro, considerando cos’erano le origini «fancazziste» e «vaffanculiste» del Movimento.

Possiamo anche imboccare la strada al contrario, e dire che siamo nel momento in cui identità insecchite e tradite, tra inerzia e politicantismo, stanno richiamando in servizio puristi, integralisti, fondamentalisti, estremisti, che sognano di tornare alle origini: il caso più vistoso è quello di Vannacci, ma il ritorno di fiamma di Ale Di Battista o la ripresa a sinistra di movimenti di piazza (che poi rischiano di sbattere al muro quando si mettono alla testa dei cortei i più violenti), dimostrano che c’è un mondo trasversale che si sente deluso e tradito dall’attuale melina politica e dall’ossificarsi degli assetti di governo e di opposizione.

Dunque, Grillo dà voce a qualcosa che c’è nel ventre profondo del Paese e non solo tra i delusi e gli scontenti dei 5 stelle, che sarebbero stati sviati e traditi dall’avvocato professor Giuseppe Conte. A dir la verità, le prime tensioni tra i realisti e gli idealisti, o tra gli opportunisti e i sognatori si erano già profilate ai tempi di Romolo e Remo grillini, ovvero tra il «realista» Di Maio e il rivoluzionario Di Battista, tra grillo-regime e grillo-movimento, o se volete tra il cripto-democristiano Gigino e il Che Guevara Dibba. E non ha torto Conte a dire che in fatto di tradimento, Grillo lo aveva preceduto alla grande, appoggiando il governo Draghi e definendo il tecnosauro addirittura un grillino.

Vero è che Conte non perdona a Grillo un fatto personale prima che politico: non aver sostenuto fino alla morte il suo governo, accettando invece il compromesso con l’establishment. Ma dopo aver partecipato a un governo Draghi stelle-strisce-euro-banche, rivendicare ora l’anima pura e antisistema dei 5 stelle è davvero ridicolo. Resta però il malessere e dal punto di vista personale è comprensibile e anche giustificabile il malcontento di Grillo per il modo con cui è stato malamente scaricato dalla creatura che lui aveva messo al mondo, con Casaleggio, e portato al successo che sappiamo, al punto che i 5s diventarono il primo partito italiano.

Ma per riportare la questione dal piano personale, la contesa tra due Ego-leader, alla politica, il tema è dove collocare oggi il Movimento 5 stelle, una volta liquidata la carica antisistema delle origini, già svenduta con la doppia svolta di governo, prima con la Lega, poi con la sinistra, quindi con la designazione della premiership a un signore che passava di lì per caso (almeno così appare) e che si è trovato da un giorno all’altro sparato dal cannone del Pincio da cittadino qualunque a presidente del Consiglio, e infine col governo ammucchiata guidato nientemeno che da Drago Draghi, con la regia di Renzi, la benedizione di Berlusconi, dei poteri forti, del Quirinale e di tutte le vecchie zie internazionali.

Ora cosa potrebbe fare il Movimento 5 stelle? Mettersi in proprio e rompere col campo largo o starvi dentro pur reclamando un ruolo distinto e a tratti divergente. Lo stratagemma presente è sperare che con le primarie o in altro modo, alla fine, il campo largo decida di puntare su Conte premier. La vedo difficile, perché oggi a Conte non si perdona quello che a me sembra la sua parte migliore: non essere allineato in politica estera al mainstream e ai poteri dominanti, e di aver assunto una posizione poco in linea con la Nato, gli Usa, Israele e l’Europa, soprattutto in tema di guerra, riarmo e Russia-Ucraina.

Seconda riserva dell’establishment nei confronti di Conte è la sua posizione non allineata sul piano economico-sociale ai voleri di banche e capitalismo (a differenza del Pd che alla fine è assai conforme alle direttive eurobancarie quanto e forse più della destra). Ma su questo, conoscendo la «duttilità» di Conte, per non dire il trasformismo, è facile prevedere che una volta al governo sarebbe maneggevole, pieghevole e girevole come e più della Meloni.

Se dovessi tentare una previsione, direi che ci dobbiamo aspettare sorprese: se Conte non capeggia il cartello delle opposizioni, finirà col mettersi in proprio, col riscoprire l’anima movimentista del grillismo e si metterà in competizione o in parallelo con Vannacci. Seguire la Schlein significa andare a sbattere contro il muro e destinarsi a una probabile sconfitta elettorale.

Meglio far saltare il tavolo e le carte, magari riprendendo qualche voto. Fossi in lui richiamerei in tutti i modi tutti i vecchi grillini a rientrare in casa per la nuova avventura di Maciste contro tutti; corteggerei Di Battista e Di Maio, ma anche i membri sparsi del Fu-grillismo e studierei il modo per erigere un altare a Casaleggio e un monumento a Beppe Grillo, per esaltarli, metterli in una teca come i santi e le madonne, neutralizzarli e così disinnescare ogni minaccia. Sarebbe un apparente ritorno allo spirito delle origini, alla purezza rivoluzionaria e alla lotta contro tutti. E sotto sotto sarebbe un’impresa perfetta da democristiano navigato.

Un Andreotti travestito da Che Guevara sarebbe una geniale operazione-trans, all’italiana.

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